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Martedì, 06 Giugno 2017 00:00

Warhol's Tv: registrazione e derealizzazione

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Il volume Andy Warhol's Tv. Dall’arte alla televisione (2017), scritto da Anna Luigia De Simone per l'editore Mimesis, non è da intendere semplicemente come un libro sui lavori televisivi dell'icona internazionale della pop art, cosa che sarebbe già di per sé meritoria in quanto si tratta di un ambito scarsamente indagato. La studiosa mira più in alto, intendendo, piuttosto, evidenziare come l'intera opera warholiana si possa mettere in relazione con le sue produzioni televisive; la tv, per certi versi, è sempre stata parte, e non poteva che risultare l'inevitabile punto di approdo, del lavoro dell'artista.
Tutta l'opera di Warhol sembra rimarcare l'inesistenza del reale o, almeno, come esso divenga indistinguibile dalle immagini che nel duplicarlo finiscono per decretarne la scomparsa.

Scrive Vincenzo Trione nella sua prefazione al volume: “La tv rende parossistico un processo in cui siamo immersi quotidianamente. Ovunque, immagini che si collegano ad altre immagini: riprodotte e riproducibili, formalizzate e piatte, pronte a essere replicate. Prive di un fondamento e di un codice, queste immagini non sono presenze pure e immediate, ma duplicazioni – si dispongono in una danza di sovrapposizioni e di stratificazioni. Si prestano, per ricorrere al lessico televisivo, a uno zapping inquieto: a un consumo rapido e scorrevole. E ci inondano. Sono come un irregolare blob, che non è possibile arrestare. [...] Warhol lavora sull’iperimmagine, che è dilatazione allucinata, gigantismo invasivo, simulazione diffusa, spettacolarizzazione totale. Presenta contemporaneamente attimi uguali, eppure differenti. Compone elenchi visivi, dove si celebra il trionfo dell’indifferenza. Si propone di reintrodurre il nulla nel cuore dell’arte. Ci consegna attimi uguali, eppure differenti. Luogo per eccellenza dell’iperimmagine è proprio la televisione [che è] strumento che celebra la banalità del vivere; insegna l’inevitabile star lì dinanzi a noi delle cose, degli oggetti; è espressione di una sorta di oggettivismo. Dunque, è apparato di registrazione. Ma anche di derealizzazione. Prodigioso nell’allontanarci dai fenomeni, nel determinare ininterrotti giochi di spossessamento. Infine, nel mostrare i lati più perturbanti del visibile: la faccia nascosta del reale” (pp. 8-9).
Le immagini proposte da Warhol sono immagini di immagini già passate dai media, sono immagini giunte a far parte della comune percezione del reale perché ad esso si sono sostituite o aggiunte attraverso altri mezzi di comunicazione di massa, dunque appartengono già alla realtà e, al contempo, ne determinano la derealizzazione.
De Simone individua nella tv il luogo in cui risiede, sin dall'inizio, l'immaginario dell'artista. “Il congegno del quale Warhol assimila i procedimenti, simula i formati, rifà i soggetti e che può essere considerato presupposto, ragione e traguardo del suo peregrinaggio artistico da un medium all’altro” (p. 12). La Andy Warhol’s TV può dunque essere vista come l'inevitabile epilogo che assorbe le sperimentazioni precedenti dell'artista e che impone, a posteriori, di rileggere l'intera sua opera. Warhol, nel suo utilizzo delle immagini, è un esempio emblematico di quel delitto perfetto compiuto dalla tv nei confronti del reale di cui parla Jean Baudrillard (Il delitto perfetto. La televisione ha ucciso la realtà?, 1995).
“In questo volume, la televisione è il prima e il dopo di ogni immagine di Warhol. Dall’esperienza come telespettatore a quella di produttore televisivo, si è scelto di attraversare progressivamente il suo universo intermediale individuando due categorie che contraddistinguono il particolare rapporto con il reale: registrazione e derealizzazione” (pp. 18-19). Se la prima parte del volume affronta le pratiche di archiviazione del mondo adottate dall'artista (registrazione come osservazione ostinata e come immagazzinamento di tracce), la seconda parte esamina invece la derealizzazione provocata dalla tv (la perdita di senso di realtà). “La derealizzazione diviene la lente della contemporaneità che Warhol studia nelle opere, nei film, nella sua rivista di moda, presentando una confusione assiomatica tra televisione e vita. È la dimensione che svela in maniera sistematica ed esaspera nelle sue produzioni televisive” (pp. 19-20).
Sin dalle sue prime esposizioni immagini e realtà risultano indiscernibili ed ogni medium utilizzato sembra fingersi televisione. Ciò vale tanto per le immagini serigrafiche in serie che moltiplicano in icone il reale, quanto per il suo cinema diretto che, negando ogni specifico filmico, si propone come mera registrazione. I suoi film rinunciano “alla suspension of disbelief, iperrealizzano il cinema. Ma mentre lo fanno, spingono il pubblico verso un’esperienza derealizzante libera dai confini dello schermo, dalle ore trascorse in sala. Lo rendono consapevole della mancanza di illusione, di essere di fronte e dentro alla realtà. [...] La scatola magica, si accorgerà Warhol, provoca una costante alterazione della coscienza nel telespettatore che incide sulla sua giornata ben oltre la quotidiana sessione televisiva. Annulla ogni autonomia all’esistenza fuori dal piccolo schermo che non ha più motivo di essere. Sgretola, così, la convinzione di presenza o di appartenenza a coordinate esistenziali esclusivamente fisiche o comunque altre da quelle on air. E, interferendo sulle emozioni, persuade dell’esclusiva autenticità dell’illusione che produce: trasformando l’illusione nell’unica realtà” (pp. 22-23).
Sin dall'inizio Warhol si lascia assorbire dall'effetto derealizzante determinato dalla medializzazione della quotidianità ed avverte come ciò stia trasformando gli individui in telespettatori che consumano la propria esistenza sullo schermo. Se da un lato con la sua ossessione per la registrazione del reale sembra tentare di contrastare la sua sparizione, attraverso la registrazione finisce però col produrre una neo-realtà fatta di materiale mediale che reimmesso nel circuito finisce con l'amplificare “un processo di derealizzazione in un rapporto di scambio reciproco tra vita e tv” (p. 29).
Sin dai primi anni Sessanta attraverso i suoi silk-screens Warhol ripropone il bombardamento televisivo; realizza immagini che sembrano sostituirsi ad una realtà ormai ridotta a segno. I suoi ready-made iconici, i suoi “silk-screens costituiscono un’ininterrotta sequenza ripetitiva virtualmente già vissuta. Sono tracks messe in loop in cui viene ritratta la società in preda a un’ipnosi collettiva dove tutte le esperienze sono second-hand e la vita vera diviene inafferrabile mentre si piega senza porre condizioni all’immanenza dell’immagine” (p. 51). Da qui al cinema il passo è breve e l'arrivo alla tv è soltanto questione di tempo. Il percorso è tracciato, “l’immagine registrata prende il posto della realtà ma, allo stesso tempo, cela l’ultima possibilità rimasta di entrare in contatto con il reale: probabilmente è l’unica apparizione capace di scuotere dal sonno della realtà indotto dai media” (p. 57).
Anche l'esperienza letteraria di A. A Novel (1964-1968) si propone come mera registrazione, fedele sbobinatura di banale quotidianità, ready-made verbale registrato meccanicamente. Indipendentemente dalla tecnica di registrazione adottata, con essa si giunge anche alla “derealizzazione, di cui per la sua carica di apparente oggettività la registrazione è causa e insieme risposta: le immagini registrate vengono esperite come prove immediate e inattaccabili mentre sono la più potente falsificazione dell’esperienza di cui la televisione si serve; e sono altresì utilizzate dall’artista per immagazzinare, fissare su supporto, tracce della fluidità contemporanea lasciandole nella loro stessa estensione artificialmente prodotta e infinitamente riproducibile” (p. 70).
De Simone individua in TV $199 (1962) una sorta di anticipazione su tela di Andy Warhol’s Fifteen Minutes (1985-1987). L'artista “registra la derealizzazione agita tra televisione e vita nell’atto del suo compiersi [...] e la sua arte apre una nuova dimensione in cui le immagini registrate, riviste, reiterate perdurano come prodotti residuali e si confondono con l’ambiente circostante. Sono rimandi obsolescenti che, anche quando assenti, incomprensibili o quando fisicamente scompaiono, rimangono come tracce di visioni, fantasmi, ombre, immagini postume, inganni visivi. Sopravvivono come afterimages” (p. 76).
Come detto, se una linea di ricerca dell'artista riguarda la registrazione del reale (di primo grado o meno), la seconda linea di ricerca concerne la derealizzazione. “Una progressiva perdita e ridefinizione del senso di realtà che, al tempo della comunicazione globale, accomuna le due sfere del reale e trova spiegazione nell’idea di derealizzazione reciproca tra televisione e vita. L’altra linea di ricerca che, attraverso l’intera produzione dell’artista, muove e approda al piccolo schermo indagando su quel regime confusionale, mobile tra coscienza e finzione, instauratosi nell’immaginario collettivo della cultura di massa [...]. Della quotidianità che osserva Warhol, non si fa più esperienza diretta. Non si vive più niente in carne e ossa. Assecondando il flusso indiscriminato diffuso dai network, quella che si accumula e alla quale si dà vero credito è solo l’inesperienza offerta dalla telepresenza dell’immagine: vale a dire il senso di immediatezza dato dall’accesso in tempo reale all’intangibile e innocuo dramma della realtà. Una dimensione conoscitiva indotta dalla mediazione totale che scherma ogni trauma. In preda alla quale solo l’inesperibile, comunicato autorevolmente attraverso giornali, televisione e pubblicità, appare fondato. Dove le uniche cose a sembrare concrete sono quelle già viste e legittimate in un altro medium” (p. 97). Grazie anche alle trasmissioni in diretta, tutte le immagini trasmesse dalle tv  entrano a far parte del vissuto degli americani conquistando pari credibilità. La tv in diretta, “uno dei principi fondanti della derealizzazione, è l’apoteosi del 'vero' come 'momento del falso' dove la finzione finge di non esserlo [...]. Agendo sotto la soglia della coscienza, nell’illusione di presenza, il mezzo altera ogni contenuto che veicola, provocando una dilagante e inavvertibile perdita del senso di realtà [...]. Anche Warhol si accorge che la mediatizzazione ha condotto alla fantasmatizzazione dell’essere agita dal medium. Un processo di conditioning in cui i telespettatori, rinunciando a ogni esperienza diretta del mondo, sono stati trasformati nelle ombre di quegli stessi ectoplasmi che spiano dallo schermo” (pp. 102-107).
È dunque l'impossibilità di discernere tra realtà e finzione nella società dei media che continua a far capolino nell'intera poetica warholiana. “È la dimensione dell’inesperienza quella che traspare dai suoi lavori. Una condizione che ha eliminato ogni tangibilità diretta con le cose della vita, ha reso impossibile qualsiasi formazione del pensiero narrativo e ha trasformato tutti in spettatori incapaci di raccontare il proprio essere al mondo. In questo senso, il linguaggio di cui si servirà maggiormente per soffermarsi sulla totale inclusività ed equivalenza di segnali e azioni interne ed esterne ai dispositivi tecnologici è la letteratura, nella sua particolare versione registrativa. E sarà proprio da questi lavori, dalle registrazioni audio per i libri e per la rivista, che prenderà forma la Andy Warhol’s TV”.

 


 

Anna Luigia De Simone
Andy Warhol's Tv. Dall’arte alla televisione

Mimeisis, Milano-Udine, 2017
pp. 214

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