“La mia non è indipendenza: è solitudine”

Pier Paolo Pasolini

Giovedì, 22 Dicembre 2016 00:00

Gianfranco Gorgoni e la vita “scattante”

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Ecco la scomparsa graduale del pigro sole che lambisce la larga cresta della Majella. Dall’altro lato, oltre la vallata, osservo lo spettacolo dal privilegiato punto di vista. Siamo sul poggio su cui sorge la chiara dimora nei pressi di Bomba, il paese d’origine di Gianfranco Gorgoni. Il mio ospite m’invita gentilmente ad entrare nell’abitazione e la prima cosa di cui ci troviamo a parlare è l’arredamento di quelle rustiche stanze. Le pietre a vista sulle pareti (quelle, inconfondibili, della zona), la calda ed accogliente austerità inframmezzata da amabili dettagli, la perfetta scabrosità delle superfici; tutto riporta all’originaria essenza abruzzese, ed è come se lì ci trovassimo nel vero ed unico cuore dell’impervia regione, e nella vita parallela di un newyorkese d’adozione. Si nota un’attenzione forte per la materia naturale riplasmata dall’uomo, come nelle immagini della Land Art. Iniziamo a guardare alcuni libri contenenti le sue creature fotografiche.

Della statura di trovatore dallo sguardo amichevole ed influente, che sa scoprire istanti della vita di uomini, donne ed artisti in giro per il mondo, ne sappiamo già qualcosa. Ma è addentrandoci, anche in senso un po’ allegorico, nei “sotterranei” dell’edificio, che scopriamo tutta un’installazione, un tesoro allo stato grezzo, costituito da scomparti, scansie, libri sull’arte (altri libri, di ogni genere, sono sparsi per la casa), grandi e piccoli riquadri riposti in serie, uno dopo l’altro, come volumi su di uno scaffale. Ma naturalmente non sono piccoli o immensi volumi, né dipinti. Sono fotografie. Ci soffermiamo su ciascuna delle immagini che scorrono per mano del loro autore. E quando la colonna sonora di quei fotogrammi è la voce di chi li ha creati, che con parole limpide e gioiose spiega e racconta, allora al Gorgoni pubblico, a quelle iconiche raffigurazioni che per prime sovvengono a tutti noi quando pensiamo a Wharol, a Jimi Hendrix, alla spirale di Smithson o piuttosto agli occhi malinconici di Basquiat ed alle belle rughe di Georgia O’Keeffe, si ricongiunge il Gorgoni in carne ed ossa. A contatto con gli esemplari tangibili delle sue opere, si può registrare un senso di umanità autentico e profondo, che sprizza da tutti pori di quella sottile pelle fotografica. Mi colpisce la desaturata lucentezza di alcune superfici, in quella vibrante e suggestiva resa di vuoti e pieni in successione o in alternanza, di presenze inanimate chiare e scure, di quest’altra versione di un così ben caratterizzato Keith Haring aggrappato alla rete, di una stanza. Chiedo delucidazioni sulla tecnica, e scopro che quell’impalpabile velo di luci ed ombre che è la membrana fotografica è stato da lui delicatamente staccato a mano dalla carta, per essere incollato su di una lastra di metallo. Il risultato è accattivante.
Appoggiandoci su di un tavolo leggiamo insieme alcune frasi dall’introduzione di Leo Castelli per il catalogo Beyond the Canvas (1985). Ne sfogliamo le pagine. Figure di spessore, protagonisti del mondo dell’arte e della cultura compaiono ovunque nei suoi empatici ritratti.
“Un episodio fra tutti?” – chiedo io. Che sia legato ad un incontro, ad un piccolo aneddoto condiviso con qualcuna di quelle personalità cha hanno tentato e che, insieme a lui, sono riuscite a lasciare una traccia così significativa nel nostro tempo.
“Ho avuto a che fare con tanti artisti, alcuni dei quali erano amici..." – comincia a spiegarmi. Sorride sempre mentre conversiamo, è felice (e non ha affatto torto!) di avere tutti quei grandiosi, intimi e speciali ricordi. Mi parla del fatto che ognuna delle persone conosciute, la maggior parte da noi immaginate esplosive nell’arte come nella vita (ed a sentir dire lui non ci siamo troppo lontani), ha dato un diverso apporto alla realizzazione del proprio ritratto. Coerentemente con il proprio modo di porsi nei confronti dell’esistenza e del prossimo, non solo del prossimo in qualità di spettatore delle proprie opere ma di ogni essere umano con cui si ha a che fare, ciascuno di loro, dal più simpatico al più diffidente, ha in quel momento instaurato un rapporto particolare con Gianfranco. Ogni attimo vissuto con quegli “altri” è così, per un tale custode dell’arte fotografica, un episodio.
Guardandomi intorno non posso fare a meno di notare il modo in cui quegli animi ambigui e brillanti, a volte, o a tratti, geniali per davvero, di cui il nostro connazionale ci ha reso testimonianza (e testimonianza d’artista), imprimono sulla carta quello che sembra essere il loro più vero riflesso. L’apparenza fisica non è bypassata, ma semmai surclassata da quello spettro interiore, complesso e multicolore, che Gorgoni estrae (quasi esorcizza), “svestendo” l’insieme delle apparenze con rispetto, con pari dignità per ciascuno dei “suoi” artisti e soggetti e con la premura degna di un innamorato, che si tratti della più ufficiale o della più quotidiana e personale delle situazioni. Così possiamo ben credere che quell’alone di tenerezza che ci sembra di vedere, il quale intride ogni fotografia, emanando anche dalle pieghe più aspre ed oscure di quegli spiriti, sia estratto dall’occhio dell’italiano e conoscitore di mondo grazie ad una capacità innata di far sentire a proprio agio le persone, di trasmettere loro fiducia, come un amico a cui si potrà sempre tendere la mano, anche laddove l’incontro con quest’ultimo sia stato solo un fugace attimo. Forse è addirittura lo stesso Gorgoni ad aver instillato quella tenerezza, in un certo qual modo.
“La volta in cui sono stato al cinema con Roy Lichtenstein per vedere Il pianeta delle scimmie è stata un’esperienza fantastica...” – aggiunge il mio interlocutore, specificando che, come per molti altri artisti, anche quest’ultimo tendeva ad infondere in tutto ciò che lo circondava la propria peculiare dimensione visiva. In quel caso il film non poteva che essere da lui interpretato come una sequenza di visionarie immagini pop. Mentre parliamo, sull’altra parete spicca il piccolo ritratto sorridente, in bianco e nero, di lui da ragazzo, con dei bei lineamenti mediterranei, se non quasi sudamericani, tanto vicini a quel mondo cubano di cui avrebbe poi sensibilmente narrato nelle sue riprese. Del resto è niente meno che Márquez a scrivere di come questo “italiano con la faccia da ballerino di rumba caraibico sia riuscito a penetrare in profondità nella Cuba moderna”. Risaliamo al piano nobile della casa. Proseguiamo il nostro discorso accanto ad un bellissimo camino spento, che emana ancora calore. Gli domando: “Tu hai conosciuto bene Fidel Castro, cos’era lui per te come soggetto fotografico?”.
In quel frangente riemerge il ricordo del Líder Máximo, di come si siano conosciuti una lontana sera sull’isola, quando Gianfranco fu invitato a casa di un ministro del governo castrista, allo scopo di mostrare le proprie fotografie di Cuba. Il nostro ospite era entrato in contatto con quest’ultimo durante una conferenza stampa per i giornalisti ed i reporter stranieri, ed aveva avuto la prontezza di informare il funzionario di un fantomatico progetto in corso, consistente in un libro su Cuba che riportasse i propri scatti, e che egli stava sviluppando insieme all’amico Reynaldo González. Il González era, guarda caso, la stessa persona che in quel momento si stava occupando di editare un’opera letteraria del suddetto ministro. Gianfranco riuscì in questo modo ad incuriosire il suo interlocutore, che decise di invitarlo a casa propria, affinché mostrasse a lui ed ai suoi conoscenti e colleghi il lavoro che stava svolgendo con la collaborazione dell’amico comune (il quale venne da lui tempestivamente avvertito del progetto a cui ancora non sapeva di aver preso parte). Fu così che dopo diverse ore di proiezione, quando era già notte, nella stanza colma di persone di grande cultura, le quali si entusiasmavano e discorrevano delle varie fotografie, fece improvvisamente ingresso Fidel Castro con la sua scorta, lasciando l’italiano ammutolito. Il presidente si interessò subito a quelle immagini ed al progetto, tanto che i due presero a conversare con piacere. Fu Castro in persona a scattare il celebre ritratto di Gianfranco accanto al gigante della letteratura Gabriel García Márquez, il quale era proprio lì, vicino a lui, in mezzo agli altri presenti. E fu grazie a quest’episodio che nacque il libro Cuba mi amor, con il prestigioso prologo di Márquez ed il testo di Fidel Castro. Il “Comandante” era così divenuto per il nostro fotografo una presenza reale, umana, prima di essere un soggetto che egli ci descrive assolutamente fotogenico e di grande interesse, in primo luogo per il suo aspetto fiero e perché “si sapeva muovere bene”.
L’ultima cosa che chiedo a Gianfranco, il quale viene ormai spontaneo chiamare per nome, riguarda il presente: “Cosa c’è di diverso nelle sensazioni che provi adesso quando fotografi rispetto a ciò che provavi un tempo? È cambiato qualcosa?”. – “Non è cambiato nulla” – mi risponde, sostenendo che lui desidera scattare fotografie quando ha un progetto che lo affascina e che dunque le sue emozioni variano a seconda della forma e delle caratteristiche dell’idea che sta seguendo, non ne fa una questione di tempo. Così mi racconta cosa ha in mente adesso. Si tratta di creare, attraverso le immagini catturate dal suo obbiettivo, delle comparazioni fra la concezione moderna della Land Art e le differenti motivazioni che spingevano le popolazioni antiche a costruire immense strutture sacre, le quali andavano ad incidere con evidenza sul territorio. Ed è un progetto nuovo, che bisognerà seguire con grande attenzione. Questo perché dopo ogni scatto fotografico, dopo ogni scatto “di vita”, Gianfranco Gorgoni è sempre riuscito a non lasciare nulla in sospeso, ad afferrare ciò che cercava e che gli si presentava dinanzi sotto forma di incontro, di luogo, di oggetto e di situazione. E la straordinaria energia della sua curiosità, insieme alla sua fanciullesca e perspicace vivacità, gli è valso una storia ricolma di storie, priva di esperienze inconcludenti o di momenti che nel male, ma sembrerebbe soprattutto nel bene, non valesse la pena di catturare. 

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