"L'immagine semplice scaturisce dalla complicazione del racconto, proprio come la gioia è il frutto dell'infelicità della vita"

Emanuele Trevi

Giovedì, 27 Ottobre 2016 00:00

"In Luce", Cesare Accetta al Madre

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In luce come tutto ciò che viene trascinato fuori dall’ombra, talvolta come prima manifestazione di qualcosa che solo in quel determinato istante ha iniziato a esistere. In queste tre proiezioni che scorrono lentamente, senza sosta, sulle tre pareti della Project room del museo Madre, di nuovo su di un nastro di luce cammina il muto dialogo di Cesare Accetta.

Ma stavolta è un incontro fra la progettazione scenografica di un soggetto (non di un ambiente) che è sviluppata “in diretta”, lungo tutto il suo avvenire, ed il singolo fotogramma che si protrae in filmato, in cui l’impassibilità della posa fissa è chiave di decodifica di un consistente carico di emozioni.
Il tempo nel quale in un sensibilissimo, graduale crescendo di luminosità, emerge il viso di ognuno dei protagonisti e viene seguito sino alla sua estrema dissolvenza, sino a quando l’ultimo barlume della fiammella riflessa nei loro occhi non scompare definitivamente nell’oscurità, è il tempo che ci è concesso per un tentativo di penetrazione in quegli occhi. Durante i silenziosi momenti tutto un susseguirsi ed a tratti un amalgamarsi di ognuna di quelle sensazioni che passino attraverso lo sguardo. Ricordiamo a questo proposito il diverso progetto esposto al PAN nel 2012, intitolato proprio Dietro agli occhi.
In quell’occasione si poté notare come Accetta avesse cercato, e trovato, “(...) uno spazio parallelo a quello dell’azione del teatro, una dimensione in cui, partendo da questa, si ricavi null’altro che immagine intrisa di un significato di forma simbolica, di pura espressione che è arte della luce, dell’ombra, del corrugarsi e del distendersi della superficie, delle sostanze e delle materie che fanno del canale oculare il nuovo unico veicolo di trasmissione di suoni, voci, respiri, odori e volumetrie concrete della scena teatrale (...)”. Qui, ora, è interessante concentrarsi su come, in pochi minuti, praticamente l’intero spettro di tutte le sensazioni umane, quello veloce che si proietta all’esterno, ad un ritmo accelerato rispetto al tempo prolungato di ogni vibrazione emotiva della mente, appaia su di ogni volto, in un modo che fa presagire lo stupore stesso del soggetto dell’intima ripresa, una volta che si sia rivisto in quel filmato. Perché si vanno ad accentuare all’occhio del visitatore quei segni minimi ma così complessi dell’espressività, in apparenza impercettibili, di cui nemmeno la persona ritratta può essere consapevole fino in fondo, e che tanto meno può controllare, neanche se in quel momento stesse mettendo in atto una sua personale recita, cosa che, d’altronde, ognuno dei tanti attori filmati per questo progetto sarebbe in grado di fare.
Senza dubbio il video fa in parte cadere i segni aggiuntivi sotto cui si celano le tracce reali del temperamento, dell’esperienza, dell’unicità di ogni essere. Tra i cinquanta volti anche amici e collaboratori di Accetta, ed un pensiero per Oreste Zevola, l’artista scomparso nel 2014, al quale è dedicato In Luce. E nell’atmosfera confidenziale dell’approccio con ognuno di quei numerosi volti, allo stesso tempo ravvicinato e distante, indiscreto e garbato, dove anche l’eventuale assenza dell’operatore dietro l’obbiettivo, anzi, ancor di più la sua assenza, comporterebbe un confronto coraggioso e quasi “sfrontato” con l’altro, noi spettatori diveniamo riflesso dello sguardo che crediamo di osservare unilateralmente, e che invece si osserva attraverso noi. È una dimensione speculare di coscienze che sono infine uguali, almeno a quel livello più profondo ed inaccessibile dal quale ci vengono inviati fragili ma potenti segnali.

 

 

 

In Luce
Cesare Accetta

a cura di Maria Savarese
Museo MADRE – Project room
Napoli, dal 3 ottobre al 28 novembre 2016

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