“Solo tu puoi mandare in scena quel ricordo. Proprio quello”

Nadia Terranova

Domenica, 23 Ottobre 2016 00:00

La Comédie humaine di Honoré Daumier

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L'editore Pendragon ha da poco dato alle stampe un libro dedicato al francese Honoré Daumier in cui sono riproposti alcuni interventi tenuti in occasione dell'esposizione di opere grafiche Honoré Daumier – Les Gens de Justice organizzata dall'Alliance Françoise di Bologna nel febbraio 2016. Nella pubblicazione, introdotta da Giuliano Berti Arnoaldi Veli, sono presenti scritti di Luc Very, Alison Zainer, Giovanni Pacilio e dello storico dell'arte Eugenio Riccòmini.

La piccola esposizione bolognese è stata dedicata alle gens de justice, dunque alle opere grafiche dell'artista francese che hanno come soggetto l'ambiente forense. Protagonisti delle litografie sono avvocati, magistrati, ufficiali giudiziari e poveri cristi condotti in tribunale nell'agitato 1848 parigino.
Secondo Alison Zainer, che tratteggia la visione della giustizia dell'artista francese, nelle sue opere grafiche “Daumier innalza una vera requisitoria contro gli avvocati. Nelle caricature, l'avvocato diventa l'imputato di fronte al caricaturista che a sua volta si trasforma in difensore del popolo” (p. 22). La giustizia viene vista da Daumier come strumento del potere ed avvocati e magistrati si interessano soltanto dei loro interessi; l'imputato è inteso come mero cliente che produce cause da cui derivare denaro.
L'udienza è vista e rappresentata dall'artista francese come manifestazione teatrale in cui gli avvocati si atteggiano più o meno distrattamente in base al tornaconto personale che hanno nella recita di fronte a magistrati svogliati e sonnolenti che sostanzialmente hanno già in mente il giudizio da emettere indipendentemente dalle performance della difesa. Si tratta di una giustizia di classe in cui l'imputato è sostanzialmente colpevole in quanto povero e ad essere giudicati in questi teatri forensi non sono certo i responsabili della povertà degli imputati.
“L'avvocato secondo Daumier, rimane insensibile a quella miseria, anzi si approfitta della sfortuna del popolo” (p. 24). Allo stesso modo, denuncia l'artista, anche i magistrati, che dipendono dal potere, sono indifferenti alle condizioni di miseria del popolo. Anche l'ufficiale giudiziario che provvede all'esecuzione della giustizia viene preso di mira da Daumier.
Nel suo intervento Riccòmini ricorda come Daumier non derivi la sua perizia nel disegno da una formazione convenzionale presso l'Accademia di Belle Arti; le sue abilità nel disegno sono frutto di un esercizio continuo svolto quasi da autodidatta anche se un ruolo importante ha la sua frequentazione dell'Académie Suisse che di “accademico” ha ben poco essendo in realtà, come ricorda lo storico dell'arte, un atelier all'angolo di Quai des Orfèvres messo a disposizione a buon prezzo agli artisti desiderosi di sperimentare il proprio talento da Charles Suisse.
Nonostante questa formazione non convenzionale l'abilità del caricaturista francese viene esaltata da personalità come Charles Baudelaire, Honoré de Balzac, Ferdinand Victor Eugène Delacroix, Jean Désiré Gustave Courbet e Jean-Baptiste Camille Corot.
Le opere di Daumier si disinteressano del paesaggio; è la gente che incrocia a Parigi ad interessarlo, sono i volti ed i corpi in cui si imbatte a divenire i soggetti delle sue opere. Per certi versi la matita di Daumier è l'equivalente della penna con cui Balzac compone la sua Comédie humaine.
Riccòmini sottolinea come l'opera di Daumier non si possa limitare alle sue celebri caricature. “Scruta ogni situazione, ogni strato sociale. Forse, in un certo senso è più realista d'ogni altro pittore, forse più ancora del suo amico Courbet. Entrano, nei disegni di Daumier, proprio tutti: ricchi e gente malandata, quelli che stanno zitti nel loro scompartimento in treno, quelli che s'aggirano sfogliando i fasci di stampe dei mercanti d'arte, quelli che siedono al caffè, e i soliti magistrati che incedono altezzosi, o che confabulano a bassa voce. Tutti, insomma” (p. 57).
Ed a proposito del mondo forense messo in scena dall'artista francese, lo storico dell'arte ricorda come Daumier faccia rispuntare l'ironia “quando gli passano davanti le nere e paludate toghe della gente di giustizia: giudici soprattutto, ma anche portaborse, scrivani, e avvocati in giro per i corridoi del Palazzo, a cercare clienti, magari [...]. Tutto quel nero svolazzante, e il bianco dei collari e i volti ora pomposi, ora ossequiosi, quegli sguardi che esibiscono alterigia e superiorità, quelle labbra che confabulano, che suggeriscono strategie, che soffiano all'orecchio suggerimenti; no, queste sono figure che Daumier non riesce a sopportare, e il pennello gli diventa aspro, distante, e quasi raschia su quei volti, su quei paludamenti” (pp. 65-69).

 

 

 

 

AA.VV. (a cura di Giovanni Pacilio e Alison Zainer)
Daumier. Un occhio critico
Pendragon, Bologna, 2016
pp. 79

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