“Solo tu puoi mandare in scena quel ricordo. Proprio quello”

Nadia Terranova

Mercoledì, 27 Gennaio 2016 00:00

Sculture di Lego

Scritto da 

Immaginate di tornare bambini e di recuperare, dai meandri del ripostiglio, quella scatola ripiena di piccoli mattoncini colorati: vi ricordate quant’era bello costruire mondi in miniatura? Mondi da smontare e rimontare, o da far distruggere da qualche armata nemica; la costante erano i lucidi mattoncini colorati, da piegare ad ogni esigenza.

Ecco, c’è qualcuno che ha trasformato questa sfida infantile in un’arte. Questo signore si chiama Nathan Sawaya, è americano e ha deciso di realizzare delle sculture esclusivamente con i mattoncini Lego. Lo Spazio eventi Tirso, a Roma, ospita attualmente alcune di queste opere.
La mostra è allestita in maniera molto ordinata, in quanto divisa in aree tematiche: si va dal rapporto con il passato alle opere originali, dai ritratti di persone famose ai giochi di prospettiva. L’unica sala a non seguire alcun tipo di suddivisione è la prima: serve più che mai a stupire lo spettatore, introducendolo in un mondo che sembra tratto dai vecchi videogiochi degli anni Novanta, in cui i pixel erano esageratamente visibili e le proporzioni spesso sballate. Anche i colori usati, che sono quelli della limitata gamma cromatica scelta dall’azienda danese, contribuiscono a creare un’ambientazione in Technicolor, in cui le cose del mondo sembrano rappresentate da pochi e sgargianti colori, privi di sfumature.
Questo è ciò che si trova davanti lo spettatore appena entrato nell’area espositiva: l’impatto è di certo notevole, in quanto il virtuosismo tecnico di Sawaya è senza eguali. L’artista ha riprodotto con i Lego anche degli oggetti dalle fattezze molto complesse, come un violoncello.
La sorpresa, però, non finisce qui. Ad aumentare il senso di straniamento ci pensano le riproduzioni in Lego di alcune delle grandi opere del passato, sia scultoree, sia pittoriche. Nel caso di queste ultime, in particolare, viene da sfregarsi gli occhi con insistenza: quello che da lontano appare come una riproduzione leggermente sgranata dell’originale, da vicino diventa completamente indistinguibile, e vi vi verrà l’irrefrenabile desiderio di lustrarvi gli occhiali, date retta a me. L’altra cifra stilistica di Sawaya è infatti quella di giocare con la prospettiva e, in generale, con la profondità degli oggetti. Sono presenti infatti dei quadri completamente piatti, più vicini alla bidimensionalità degli originali: in questo caso, Sawaya sfrutta le sfumature cromatiche dei mattoncini che, però, come abbiamo già detto, sono limitate. Per questo interviene con l’utilizzo della profondità, attraverso la sovrapposizione di diversi strati di mattoncini; a questo punto, si ha un altorilievo, la cui bellezza è godibile sempre da una certa distanza.
Ci sono poi dei quadri famosi che sembrano prendere vita: da dipinti bidimensionali, si trasformano in sculture a tutto tondo che hanno il vantaggio di svelare punti di vista che, negli originali, restano celati. In questo senso, Sawaya ha dovuto inventarsi i dettagli che i pittori non avevano rappresentato, in modo da offrire una riproduzione completa da ogni prospettiva. Si ha, insomma, un’opera che, vista da una prospettiva frontale, è una riproduzione, ma che osservata di lato è completamente inedita.
Ci sono poi delle sculture famose, come il David di Michelangelo e quella dell’Augusto di Prima Porta, create con migliaia di mattoncini. Affinché fosse possibile realizzarle con questo mezzo inusuale, le proporzioni originarie sono state ridotte; inoltre, le statue sono tutte cave, il che da una parte permette di trasportarle senza che si distruggano, ma dall’altra pone il problema della tenuta dei mattoncini stessi.
È vero, le opere di Sawaya sono spettacolari, e soprattutto colpiscono per l’accuratezza delle proporzioni e della realizzazione. Tuttavia ciò che mi ha stupita sono le sue opere originali, pregevoli non soltanto per il virtuosismo tecnico, ma anche – e soprattutto – per lo studio concettuale che ne precede la costruzione.
Si tratta di opere ispirate alla condizione umana, che nascono da particolari esperienze dell’autore: meno spettacolari, per certi versi – sono ben lungi dal maestoso Pantheon o dall’incredibile scheletro del T-Rex – ma sono quelle che danno la misura del talento artistico di Nathan. Se infatti le riproduzioni stupiscono per la loro spettacolarità, esse sono ancora legate allo scopo originario dei mattoncini Lego, ovvero quello di ricostruire in miniatura qualcosa esistente nella realtà, che sia esso un edificio storico, la famosa navicella spaziale di un film o, come in questo caso, un’opera artistica nata dall’umana creatività.
Con le opere originali, invece, il mattoncino, da giocattolo semplice e funzionale, diventa medium artistico: in altre parole, la funzione ludica viene in parte bypassata in favore di una reinterpretazione artistica che si aggancia a tutta l’esperienza della Pop Art e del Surrealismo.
Attenzione, però: ho detto che la funzione ludica viene solo in parte sacrificata. Questo perché credo che il mezzo stesso – il mattoncino Lego – non potrà mai essere slegato dall’universo del giocattolo, e questo permette a Sawaya di riscuotere successo non solo in un pubblico di estimatori d’arte, ma anche in quello dei bambini (più o meno cresciuti). È come avere un padre ingegnere che, in un pomeriggio uggioso, decide di mettersi a giocare con i tuoi Lego: usa i tuoi giocattoli, ma sarà sempre più bravo di te. Tuttavia l’invidia e il senso di emulazione saranno ben presto spazzati via dalla grandiosità della sua creazione, che farà di lui il tuo nuovo eroe.
Nathan Sawaya è il nostro papà ingegnere, il nostro artista del mattoncino.

 

 

 


Nathan Sawaya
Art of the Brick
S.E.T. Spazio Eventi Tirso
Roma, dal 14 novembre 2015 al 14 febbraio 2016

Lascia un commento

Sostieni


Facebook