“Chi v'agghia dici? Ca quiddu nda capa meja tengu tanti i quiddi buchi, cumi si ci avissi na negghia attùarnu attùarnu a capa. Pu a na vota nu colpu i viàntu e pi nu mumentu si vidi angunu cuntu, ca pu jè quasi sempi u stessi cuntu, e pu n'ata vota a negghia attùarnu....”

Saverio La Ruina

Martedì, 01 Dicembre 2015 00:00

“Polifonia di un paesaggio”. Fino a che punto possono sfiorarsi pittura e musica?

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Quelli che nel gruppo degli esperimenti di interazione tra i due campi, l’arte visiva e la musica, possono essere considerati lodevoli, hanno riflettuto sull’argomento prendendo in esame diversi punti di vista, esplorando di volta in volta le reazioni di due diversi organi di senso a stimoli di natura così differente eppure in un certo qual modo affine. E proprio su questo “modo” si sono intessute le dissimili e ripetute incursioni da un mezzo all’altro.

Durante l’ascolto della musica di un suo amico compositore, Mirò imprimeva nella schietta e rapida sintesi di alcuni suoi schizzi l’inafferrabile tocco segmentato dei suoni che si succedono, mentre Kandinsky era in grado di modulare il ritmo scandito dai piani e dagli elementi presenti nello spazio, colto dalla percezione dell’occhio umano, così come un maestro d’orchestra dirige l’entrata in scena e lo sviluppo dei contributi sonori di ogni musicista.
Ai nostri giorni, l’esempio di due professori statunitensi, il pittore americano (anche lui laureato in musica) Todd Williamson ed il compositore, nonché amico di vecchia data, Greg Walter, è quello di una collaborazione studiata sul filo dell’interferenza. I due artisti hanno lavorato per diversi mesi a distanza (come ci ricorda anche la curatrice Cynthia Penna), il primo dalla California, il secondo dal North Carolina, condividendo una comune e metodica volontà. Ciascuna delle due personalità creative ha sicuramente agito, influito sull’altra, in una lunga fase di scambio, di confronto diretto tra ciò che per ognuna delle due era premura comunicare nel proprio, peculiare linguaggio. Ma per quanto un incontro del genere sia, come dicevamo, creativo, e di conseguenza costruttivo, edificante, esso porta sempre con sé una complessità che a prima vista è difficile notare.
L’assoluta puntualità di ogni “frazione” espressiva nel lavoro dell’uno e dell’altro non si riflette né si esaurisce totalmente in quella che altrimenti corrisponderebbe soltanto ad una sorta di mera traduzione visiva o uditiva (il che sarebbe uno scopo impossibile oltre che vano). Innanzitutto la melodia in tre movimenti composta da Walter ed il percorso pittorico di Williamson conservano ciascuno la propria autonomia espressiva, come ben ci illustra anche Peter Frank attraverso il suo intervento critico. Essi potrebbero venir “letti” separatamente, senza che si osservi alcuna anomalia nel loro sviluppo. Ma la ragione del progetto risiede proprio in questo fondamentale punto: considerate l’una insieme all’altra, le due produzioni assurgono ad un senso diverso, attivando una terza strada, la quale, potremmo dire, si discerne in una specie di “zona franca”, esistente al di là dei confini delle due dimensioni. Quell’interferenza, anzi, quell’insieme di interferenze tra un medium e l’altro che prima si è tirato in ballo, è la struttura plasmante di un luogo alternativo in cui l’andamento ad “onde” dei serrati ed incolonnati registri delle pennellate di Williamson si sintonizza sul ritmo maggiormente battente, cadenzato, della prima struttura armonica, in The Frequency Series. L’opera alle spalle dei musicisti e del loro canto, controbatte alla musica con la sua diversa realtà, ed insieme la incalza con una diversa ma parallela interpretazione sensoriale, che ne riflette gli “impulsi”. Il secondo gruppo di dipinti, The Grid Series, vede la trama di quella prima organizzazione pressoché geometrica, in cui la reiterata ripetizione modulare è percorsa e differenziata nei suoi vari “momenti” da nette o vaghe e calde “luminescenze” per lo più emergenti dalla stratificazione interna, caratterizzarsi in fluide e sconfinanti stesure cromatiche  di varie tonalità, ma sempre rispettando, per l’appunto, il sostrato composto da quella griglia espressiva la quale deriva dall’idea musicale e si compenetra ad essa. È questa, intermedia, la fase pittorica che rispecchia il movimento delle corde, come riporta la curatrice, ed il punto dove Williamson attinge più plausibilmente alla modulazione chiaroscurale del passato, come l’artista stesso tiene a rendere noto (il pittore è di fatto reduce dalla donazione di un’opera al Museo Pio Monte della Misericordia).
Il ciclo si conclude con The Light Series. In merito a questa terza serie l’artista ci parla di “balance”; l’estensione luminosa campeggia placidamente in larghe campiture, eredi di un’importante “zona” dell’arte del secolo appena trascorso, virando nella pacificazione dell’equilibrio in cui andranno poi ad estinguersi le note, e riconducendo la melodia, in ultimo, a cessare definitivamente. Al di là di tale esposizione unificata delle due forme artistiche nella suggestiva ambientazione di Villa di Donato a Napoli, che ha visto, fra l’altro, l’anteprima mondiale del concerto I Must Dream di Walter, sembra che il connubio fra queste due forme sia destinato ad essere molte altre volte sperimentato, riprodotto, incanalato in sentieri che oggi, forse, ancora non possiamo vedere. La musica si scandisce nel tempo, e non può che essere fruita attimo per attimo, precisamente un attimo dopo l’altro, mentre lo spazio della pittura è assimilato nel suo insieme, e nello stesso momento, dall’intera porzione del nostro campo visivo. Tuttavia, eventi d’arte come questo ci fanno riflettere su di un aspetto del modus operandi che la nostra mente ed il nostro spirito utilizzano per cogliere gli impulsi provenienti dal mondo: esso ha a che fare con la maniera di vedere che possiedono gli artisti, quelli che creano dipinti così come quelli che creano melodie. Rappresenta un’occasione per mettere in luce la “polifonia del paesaggio” della nostra percezione, e l’esigenza continua, e probabilmente in continua crescita, che l’animo creativo ha di trovare sempre nuove vie per amplificare la propria visione ed il proprio sentire.
Forse la consequenzialità dei frammenti legati dall’armonia ma separati da impercettibili momenti di tempo, può essere magicamente “infestata” dallo stesso potere che lo sguardo esercita su di una composizione grafica o cromatica: si può immaginare di comprendere all’unisono tutti i diversi istanti che danno vita alla melodia di un pezzo musicale, come se la loro matematica persistenza e la loro più intima essenza fossero riavvolte e dispiegate nei toni e nelle impronte ricompattate su di un singolo dipinto. Potrebbero addirittura spostarsi verso una macro-prospettiva, distendendosi su di un gruppo di diverse opere visuali. Al contrario si può magari cogliere fra le maglie della stratificazione pittorica, o negli intervalli tra i singoli elementi in essa presenti, gli stessi tipi di pausa, le stesse frequenze e vibrazioni scandite in quel ritmo temporale normalmente avulso dalla pittura, ponendo l’accento sul “battito” degli occhi che si aprono e chiudono e sostituendo per un momento la funzione “di calcolo” esercitata dal timpano, con la capacità che la pupilla ha di catturare, nell’attimo del serrarsi della palpebra, quel sottile raggio di luce su cui sempre scorre l’armonia.

 

                                                                                                   

 

Polifonia di un paesaggio
di Todd Williamson
presentata da
Istituzione Culturale Art. 1037
a cura di Cynthia Penna
opere nelle immagini The Lights Are On; Frequency; Gonna Me Love; Sensing Movement; Pink

I Must Dream
composto da Greg Walter
accompagnamento di
Janine Hawley (mezzosoprano) e Manuela Albano (violoncello)

Villa di Donato
Napoli, dal 24 novembre 2015 al 10 gennaio 2016

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