“Napoli dimenticata entro un oceano di curve diafane, di verdi e molli fianchi, sullo sfondo pennicoli audaci, come sipari sempre tremanti, dietro cui va e viene una moltitudine di anime sottratta al tempo che spense la Grecia, gli Dei, Roma: anime che sanno ancora di tutto questo, e in più di corti spagnole”

Anna Maria Ortese

Sabato, 14 Marzo 2015 00:00

Sergio Gioielli e le verità necessarie

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Cosmo. Dal greco “còsmos”, ovvero ordine.
Da sempre l’uomo ha cercato, tramite l’arte, di porre un ordine alle cose. Scovandolo dall’immaginario e fluttuante regno della fantasia.
Probabilmente il termine fantasia deriverebbe da “Phantasòs”, che significa  “apparizione”. E, a differenza dei due fratelli Phobetòr e Morpheus, non direbbe mai la verità. Questi i tre “Oneiroi”, incarnazioni dei sogni, da sempre le porte tra la terra ed il cielo.
Sogno è ascensione senza meta, partire verso chissà dove, chissà quando, chissà perché.

L’artista è quindi un tramite, uno straniero che viaggiando in terre lontane (immerso dentro se stesso ed i confini dell’irreale), riporta sempre indietro qualcosa. Una scintilla di saggezza che ha saputo trafugare dalla nebbia dell’inconsistenza e trattenerla nella mente come una brace pronta ad accendersi sul piano della creatività.
Creatività che nella sua natura polistrumentista si adatta agli schemi “mediatici” del talento del singolo viaggiatore, che, nella sua personale dote, trasmigra dal vago al preciso, dal generale all’individuale, dal simbolo al significato, dal sogno alla realtà.
Ma anche all’inverso, perché il viandante sa ripercorrere il sentiero quasi a passi sereni, facendo da guida anche a sguardi nuovi, sguardi e passi che mai hanno posato la loro sensibilità in quell’istante di ignoto che in principio era unica sembianza di una singola espressione umana, nella figura dell’artista.
Sergio Gioielli ha camminato molto, dal Big Bang al brodo primordiale. Immergendo i piedi nella placenta del mondo ed osando allo stesso tempo guardare in alto, oltre il mondo stesso, volgendosi in cerchi concentrici di  trascendenza fino a raggiungere il cuore della vita.
Ritraendo il piccolo, incerto e debole disegno divino del viaggio in sé.
Ha visto e raccontato la prima cellula, il primo ovulo, il primo respiro, il primo passo, il primo suono. Il primo esodo, dalla nascita alla madre e dalla madre all’esperienza.
Dall’esperienza alla morte, e poi di nuovo alla nascita.
Gioielli ha visto le ere del pianeta e, oltre di esso, il destino dell’essere. Il perpetuo girovagare in cerca di estinguere la sete di conoscenza. La fame dell’individualità pasciuta e cresciuta nel divenire qualcos’altro, oltre.
Oltre il semplice possedere, oltre l’avarizia, il possesso, l’ossessione, la stravaganza dei costumi e la pazzia della società in cui tutti, uomini e bestie, si raggruppano per cercare quel qualcosa che si trova solo nella solitudine sublime del conoscersi.
Le opere parlano chiaro, il messaggio è semplice. Perché è la semplicità la chiave dell’assoluto. Il tutto è, nella sua immensa inconcepibilità, un‘entità. Un concetto che può, e per sua natura deve, essere percepito con un unico senso. Un’unica visione distratta, che nella sua fugace ed apparente sensibilità riesce a rapire il segreto dell’Universo e racchiuderlo in un minuscolo scrigno nella memoria.
Una sorta di memoria genetica della vita, in cui ognuno di noi è artista ed arte, mescolato al suono jazzato del passato di lava primordiale.
E Sergio, da bravo tesoriere, ha raccolto molti di quegli scrigni, aprendoli e mostrandone i tesori della conoscenza senza inutili arabeschi, senza aggiunte barocche e visionarie. Bauli come conchiglie del mare preistorico, spalancati come bocche di onde in spuma che urlano immagini di rinoceronti ed elefanti. Mandrie di animali africani.
Perché nel simbolismo reale, l’Africa ha visto l’uomo ergersi di fronte all’orizzonte. Accecandosi nell’osservare il sole, ponendolo al di sopra dell’erba che impunemente calpestava, vestendosi di curiosità.
Durante la mostra del dicembre 2014 (a cura di Massimo Sgroi), al Museo di Arte Contemporanea di Caserta, i due saloni erano parte del corpus, della Storia del tutto.
Nel primo atrio, frammenti di noi. Piccole grandi opere per piccoli grandi affreschi. C’era tutto, dalla religione al creazionismo, dall’iconografia cristiana al creazionismo indiano di Brahman.
L’immutabilità del divenire, nel proprio paradosso, trascritto attraverso piccole chiavi di lettura, veri e propri segnalibri tra le pagine del tempo. Che nella sua illusione, fa da scenario al realismo del viaggio, nell’evoluzione virtuale dell’esistenza.
Attraverso piccole cellule e uova (che simboleggiano la nascita), l’uno da cui tutto deriva. Il passato, ma anche il futuro, nel ciclico rinnovarsi delle generazioni.
Una memoria ancestrale che dalle valli africane si spande per tutto il pianeta, alla ricerca del sogno perduto. Non a caso tra felini predatori ed immagini sacre, emergono incessantemente le figure poderose e, oserei dire, pesanti di due tra i protagonisti della mostra.
L’elefante ed il rinoceronte.
Espressioni antiche di una natura duale e misteriosa che con impronte chiare, possenti e vivide, tracciano il cammino eterno dal nulla alla totalità. Che siano in trionfante solitudine o in mandrie in estinzione (separate tra l’altro da una immaginaria, seppur tracciata griglia della virtualità), la loro presenza è il mistero della fine, che nell’inizio dei giorni ha saputo trasgredire all’unica regola dell’impermanenza. L’evoluzione.
Il rinoceronte nella sua aggressività accompagna e sigla gli schemi limitanti cui siamo soliti ingabbiarci. La prima sala ne è pregna. Solitarie e criptiche celle di sicurezza in cui figure sacre come quelle del cristianesimo sono fossilizzate nello spazio immaginifico del pensiero, rinchiuso a sua volta (come in un gioco di onde concentriche), in uno spazio ancora più vasto, sempre più in là e sempre più “libero”.
Fin quando uno di questi recinti non viene spezzato da piccole sfere che, come una scia di sapienza, si protendono verso l’alto, o verso l’altro, perdendosi nell’infinito soprastante.
L’elefante invece, simbolo di riflessione, di pazienza, di solidarietà e di intelligenza, viene posto nello spazio tra gli spazi. Seppur chiuso (come detto prima), nella griglia soffocante della virtualità, egli continua il suo peregrinare, in un cielo cosparso di utensili e di materiali lignei, spesso rappresentazioni dell’artigianalità con cui i primi uomini davano un senso, un ordine, un “cosmo” al caos.
Insomma, quest’animale sacro simbolo dell’induismo, riporta il mito di Brahman, dell’immutabilità, della trascendenza, dell’infinito Vedico. Scisso nella sua trinità metafisica, nel dualismo di Brahma (il principio del cuore nell’uomo cui ne rappresenta la passione, la creazione, la scoperta) e di Shiva (la capacità distruttiva di affidarsi e rinchiudersi in schemi fallaci e limitanti, oppressivi ed ossessivi), rappresentata dallo stesso rinoceronte.
Il terzo membro di questa surreale triade è... la sfera, runa dell’infinito, perfezione geometrica che si erge a scopo dei due animali, meta per il primo, avversario e nemesi del secondo.
La sfera come Visnu, la pervasività celeste, lo spazio etereo.
La trinità divina comune a molte culture nei secoli, viene mescolata e ridimensionata in un recinto senza dimensione. Senza confini.
Come senza confini è l’ultima parte della mostra, che nel secondo salone, sviscera in tutto il proprio scibile divino la conoscenza dell’assoluto in un’unica, straordinaria opera.
Un cerchio di trentatré elefanti osservano una sfera (simbolo appunto del potere superiore) fatta di sabbia, mera e semplice sabbia.
Piatta, senza schemi o templi, critica al desiderio degli avidi di ridurre a sterile rito la propria naturale tendenza all’anima universale che è in tutte le cose.
Trentatré elefanti come salvezza messianica verso l’Uno, parentesi dell’estasi.
Proprio l’elefante che è dell’uomo simbolo di intelletto primordiale, viene posto a guardia di uno spauracchio geometrico senza significato. Culla di tutta l’ignavia, la sofferenza, il folle appetito tecnologico, il possesso e la conservazione del poco.
L’infamia che viene contrapposta dalla reale ascensione alla perfezione, nella sembianza di una sfera solitaria, immobile. Il trono di Dio.
Dorato come solo un sole illuminante può sfolgorare nella propria magnificenza la pallida non esistenza dei bianchi elefanti, della bianca sabbia.
E mentre le loro ombre, distorte dalla luce come dai loro desideri, rimangono artigliate avidamente allo smorto recinto dell’anima, le loro proboscidi sono erte verso l’alto. O verso l’altro.
Perché non esiste gabbia per lo spirito.
Esso aleggia, vola, trascende e si reincarna.
Evolvendosi negli abissi della carne, della roccia, dell’acqua e del cielo. Esso è lava e vento, ghiacciaio ed oceano. Nascita, vita, morte e rinascita.
E, qualche volta, uomo.
Questo Sergio Gioielli ha visto, questo è stato.
Ha vissuto un’astrazione interiore per raccontare di un sogno. Il sogno di un sogno.
E per quanto Phantasòs abbia ricoperto tutto di menzogne, nulla è sfuggito a questo viaggiatore sperso.
Che tornando indietro ha raccontato, di quelle menzogne, le “verità necessarie”.

 

 

 

Le verità necessarie
Sergio Gioielli
a cura di Massimo Sgroi
Museo di Arte Contemporanea
Caserta, dal 23 dicembre 2014 al 23 gennaio 2015

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