“Solo tu puoi mandare in scena quel ricordo. Proprio quello”

Nadia Terranova

Sabato, 04 Ottobre 2014 00:00

Il progetto senza nome. L’arte in cinque personalità

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Nell’antro dell’Università del Volo de L’Aquila, illuminato dal sole splendente di una giornata insperatamente calda, si è potuta ammirare un’esposizione energica e fugace, a cura di Eleonora Serafini, preludio ad una serie di mostre che seguiranno prossimamente in altre città, originate dalla volontà di mettere in scena un dialogo fra le anime creative dei loro stessi protagonisti e dunque fra ciò che da esse è scaturito. Le radici eterogenee dei diversi artisti arricchiscono un percorso d’arte che è confronto ed “azione congiunta” di diverse poetiche, nate in Sicilia, a Roma ed in Iran, in Campania, in Abruzzo ed in Francia, per giungere ad un’armoniosa ricognizione del più recente “paesaggio” artistico il quale supera i confini nazionali ed europei ed investe del suo sguardo l’intero mondo.

In un angolo della prima delle due sale in cui la mostra è articolata, ci soffermiamo, trovandoci di fronte ad un blu cobalto che si vela su delicate trasparenze di un verde lontano e nobile, smorzato e ad un tempo fluorescente. Non si può sfuggire all’effetto calamitante che la luce emanata da questo dipinto del maestro Provino causa. Veniamo a sapere che il nome di quest’opera è Trasparenze mediterranee (2013). Ecco che quel blu di velluto, che un altro osservatore del lume di una terra bagnata dai flutti come Yves Klein ha lasciato nella sua Nizza, è fraterno ad alcuni dei piccoli toni che si svolgono nella trama cromatica. Qui il mondo mediterraneo è rievocato al di là della calda luce del sole e del grano, si attesta sul profondo blu del mare e del sogno, tinta fredda, atavica e mistica, le cui impronte verdi riportano la presenza sottesa del giallo. Accanto il dipinto Suggestioni (2014) di Maiocco è una densa cortina di intersecazioni e sovrapposizioni, dove sia le tinte calde che quelle fredde dialogano melodiosamente con i blu di cui prima abbiamo parlato. I “lembi” formati di un saturo colore, che va qui e lì a cercare l’asprezza di docili increspature, slittano, s’incontrano danzando e sfiorandosi fra loro, in un moto lento ma serrato, il quale convoglia nel suo fulcro un largo circuito, di sicuro mentale, ma cadenzato dal ritmo esterno di cromie sgorgate dagli elementi della terra.
Non lontano dalle due opere si presentano le visioni di Mansueto. La prima di esse è costituita da un piccolo paesaggio morandiano nella sua tenue composizione (L’ora del crepuscolo, 2008) che, come ci confermano le parole dell’artista, fa parte delle sue ultime tendenze all’oggettività. La pulizia formale, la quale fa si che la tersa compattezza del cielo, solcata da una significativa nube che soggiace come immaginazione dentro il “costrutto” dell’ambiente metafisico (una “metafisica del reale”, come la definisce Mansueto) è linea d’incontro fra l’alto ed il basso, terra di uomini senza uomini e regno di un eterno ed immoto infinito. Dall’altra camera fa già capolino un’Estate (’09) più cupa che mai, dove la vita è (forse) rintanata all’interno di mura grigie e tale chiusura si riflette al di fuori, nel cuneo d’aria fra le quinte scenografiche di statiche ma non per questo quiete dimore, lasciando ad un tempo, nella scalinata che volge lì dove noi non possiamo più scorgere, un barlume di speranza e riscatto.
Dai silenzi iconici di Mansueto si approda dunque ai sussurri ed ai profondi respiri delle opere di Bakhtiari, lì dove tracce di eleganti lettere iraniane, che sono già poetica impronta agli occhi di un occidentale, si stagliano in un quadrante di tela bianca solcata dal raggruppamento di “bende” scure lineari, a tratti morbidamente sfrangiate e sfumate, le quali si concedono a strappi di colore vivace ma delicati (anche quei segni sono trasfigurazione di una lettera, come ci spiega l’artista) e sembrano travalicare il limite di una dimensione ulteriore (Oltre lo specchio, 2014). Nell’altro dipinto dello stesso progetto la “rete” spaziale è intimamente intrecciata di linee ispide ma cedevoli, sottilissimi sinuosi reticolati di graffi e soffici solchi di morbido pastello. Di tutte quelle fasce visive si avverte come una musicale risonanza mentre l’espressionismo astratto fa rotta su di una sorta di “letteratura del disegno”, per non dimenticare, per scolpire con la bellezza del segno i vaghi racconti dello spirito.
Mentre si viaggia in bilico su tale filo, diafano e resistente come tela di ragno, si scivola nel caldo e terroso alveo dell’opera di Vignon, in cui tutti gli elementi sono simboli… eppure non lo sono, portati alle luci della ribalta come concreti oggetti di scena stilizzati e “granulosi”, che tracciano la prospettiva appiattita di un'immagine inquieta, dal sentimento potente ed irrisolto, in un compendio visionario e teatralizzato. Teste d’ariete, croci, troni (Etimasia, 2013) sono segnali direttivi, spartiacque di oscure memorie mai del tutto cicatrizzate e preludono ad angoli dove riaffiorano sfocati ma comprensibili “raccapricci” (Capro espiatorio, 2013) in un universo che è in contatto, su di un piano personale, con alcuni tratti della ricerca di transavanguardia.
È da quelle scottanti forme che passiamo al culmine del ROSSO dISTANTE (Maiocco, 2014) spesso e ferroso, da cui il “tappeto” strutturale di spigoli, scale ed aperture attinge vita come da prodigiosa fonte. Si torna così di nuovo alla prima stanza, alla pulsante “stesura” dell’opera di Provino (Sentieri del tempo, 2013). Questi alti sentieri incidono con fervore il volto d’una terra accesa di grigio, tangibile ed astratto ad un tempo, dove la superficie si spacca adagio, in sparuti pertugi, come sfoghi attorno ai quali si materializza un percorso che ha quasi fattezze zoomorfe. Davanti e dentro l’opera, si è alla ricerca del filo del tempo intrecciato ad un magma raffreddato sulla cui “bocca” trepidano accecanti scintille, calde come vivi impulsi e dalle cui contrazioni emergono forme sempre in divenire, le quali non possono nascere o morire, ma solo trasformarsi. E lì, ad apertura e chiusura dell’esposizione, si staglia Caro Rembrandt (Provino, 2014) omaggio all’artista in cui la luce e l’oro sono la medesima cosa, ma la prima è più preziosa, come manifesto della mano del maestro che, egli stesso lo afferma, si avvale di strati e sedimenti che solo l’illusione pittorica trasforma in materia, chiaro epilogo di un percorso espositivo dall’intrigante presenza, in procinto di rivivere ogni qual volta questi artisti vorranno legare le loro creazioni in un unico itinerario visivo, ogni qual volta si rimetta in gioco nella realtà delle vicissitudini e dello spirito umano quella dolce ed imperitura illusione che solo il “velo dipinto” dei pittori ha il potere di creare. Illusione come possibilità di cogliere la liaison tra le cose, fra il pensiero e la forma, che la routine spezza, frantuma come vetro ed il miracolo è la reintegrazione che di essa fa la rivelazione sprigionata dalla pittura, quale più vera e necessaria che mai, oggi, forse, potrebbe essere.



 

 

Maryam Bakhtiari, Vilma Maiocco, Leonardo Mansueto, Salvatore Provino, Mathieu Vignon
Università del Volo de L’Aquila, Salone d’Ingresso
Coppito (AQ), 26 settembre 2014

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