"È vero che non bisogna confondere la critica con la maldicenza o il gioco al massacro; ma altrettanto vero e forse ancor più dannoso è confonderla con la complicità e la propaganda"

Giovanni Raboni

Giovedì, 29 Maggio 2014 00:00

"Il Tempio delle meraviglie" secondo Philippe Daverio

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Non si può penetrare il vero significato di alcuna cosa senza essere in grado di rapportarla a ciò che le sta intorno, senza la capacità di disvelare i legami e gli intrecci che la uniscono alle altre cose pur, o proprio a causa di ciò, lasciando intatta la sua unicità. Nell’occasione della viva e grandemente vissuta seconda edizione della rassegna MeravigliArti (cinque appuntamenti d’arte, musica, letteratura e teatro nella Cappella Sansevero, sotto la direzione artistica di Paola Servillo) la scorsa domenica è venuto a trovarci un coinvolgente narratore delle bellezze scaturite dalla creatività umana.

Sin dal principio il discorso di Philippe Daverio danza sul fil rouge dell’unità fra le cose, in un crescendo di rivelazioni chiare e fervidi punti d’osservazione che ci portano ad intessere un dialogo (muto) con colui che sta parlando. Egli entra in scena portando con sé, davanti ad una folta platea, una ragazza che poco prima ha incontrato all’esterno della cappella. Chiede a quella studentessa napoletana di psicologia cosa il monumento rappresenti per lei. In un attimo la sensibilità degli spettatori le accorda spontaneamente e tacitamente il ruolo di propria portavoce. Come moltissimi abitanti di Napoli anche lei conosce bene quel luogo ameno, anche lei è, probabilmente, fra coloro che sono stati iniziati ad esso sin da piccoli, e ne hanno varcato la soglia più di una volta. Fra le sue parole si manifesta il concetto di mistero, ma soprattutto si dà l’immagine di una sorta di eco, la cui risonanza risulterebbe protratta in sensazioni invisibili che (nell’impressione della studentessa) si aggirano ancora fra i corpi di coloro che abitano nei dintorni del sito. Già tutto rimanda alla vera domanda: perché siamo qui stasera a sentir parlare di questo luogo dall’“ingombrante” presenza? E, ad un tempo, già comincia a configurarsi la risposta, all’interno del grazioso prologo estemporaneo. Daverio intende scoprire sin da subito il nodo centrale della questione; siamo qui perché questo è il luogo della “fabula del mito”. Siamo qui per quella capacità che nel suo ragionamento è emersa come “l’incredibile forza di mantenere vivi i miti” che Napoli possiede.
Questo fa si che in tali occasioni la cappella si riempia di persone le quali, dopo averla già ammirata, continuano a possedere quella sete di conoscenza, quella volontà di afferrare la delicata ed inestinguibile ragnatela di contenuti e simboli che il monumento elargisce in un ciclo continuo, all’apparenza senza fine. Il racconto che il nostro interlocutore dispiega nell’eccitante ambiente dalle luci soffuse e dalle statue viventi (e morenti) non è storia non è critica e non è letteratura, è un momento di sospensione in cui gli elementi storici, artistici e tutti gli altri che intervengono per configurare e contestualizzare le testimonianze formali, non intendono più scindersi. Essi vanno invece a ricompattarsi, componendo non una lettura univoca della cappella, ma una visione che ci conduce a respirarne tutti insieme l’atmosfera generale, lasciando che delle immagini guida riaffiorino man mano dal fondale straordinariamente ricco di elementi che la nostra mente ha registrato. In tal modo i dettagli e le meravigliose tortuosità che vediamo dinanzi ai nostri occhi trepidano ancora, ma sono pure pacificati da una visione più distanziata e limpida. Ecco che la risposta si delinea ancor più fortemente; siamo riuniti ad ascoltare questo racconto che ci appartiene per astrarre da noi stessi, da ciò che già ci ha impressionato di questa nostra testimonianza storica ed artistica, per esplorarla ancora una volta con occhi diversi.
Daverio mette in evidenza la diversità fra la strada che, sempre nel nostro stesso territorio, ha portato al rigore neoclassico e quella che ha portato alla creazione della Cappella Sansevero, frutto di una bizzarria e di un’oscurità incantata “promosse” dalla figura stessa del principe Raimondo di Sangro ed afferente al sentiero di un rococò che già prelude al momento romantico. Qui, nel mondo della sperimentazione in cui si celebrano “la liberazione della forma” e la “leggiadria” la complessa personalità del principe si riversa in quella che è prima di tutto la sua propria creazione. Il giusto risalto è dato all’ideazione ed alla visionarietà di un solo uomo, capace di lasciare più di una semplice traccia sulla concreta e formidabile opera che qui gli artisti hanno compiuto, un’impronta spirituale così profonda da aver avuto quasi l’effetto dello scalpello sul marmo.
Così mentre si accenna all’assoluto manieristico genio che produsse il delicatissimo panneggio del Cristo velato, o a quello che agì sulla rete del Disinganno, mentre si alzano gli occhi al cielo perché ci viene ricordato che i colori della volta, dalla speciale miscela inventata dal principe, non hanno mai avuto bisogno d’un restauro per continuare ad “ardere” delle loro intense tonalità, il ritratto del nobile committente è quello di un uomo che crede nella capacità della scienza e della conoscenza di incidere su tutti gli elementi della vita, incarnando questo pensiero nella fantasia e nell’arte, dietro le cui forme infinite altre cose si celano. È stato un atto di fede nella natura umana a dar luogo ad un monumento strabiliante nella sua commistione di elementi massonici, cristiani (altrove così avversi) “di morto e vivo, di mistero e concreto”. Ma la cappella è soprattutto portata alla luce non come universo a sé stante, ma come un trionfo di forme significanti, potenti, all’interno di un territorio e di una città fulcro essa stessa di contenuti e significati, ed a sua volta al centro dell’Europa. Proprio la comunicazione acuta e produttiva con l’Europa, in un mondo settecentesco fatto di scambi culturali e di interazioni profonde e ravvicinate fra i vari Paesi del continente, ben oltre quelle del giorno d’oggi, è il punto fondamentale su cui Daverio batte, attraverso non una prospettiva politica ma innanzitutto sociale, umana.
Alla vigilia dello spoglio elettorale per le elezioni europee egli ci ricorda che la salvaguardia di un luogo che è uno dei nostri più preziosi gioielli non è compito nostro, non è compito locale o nazionale, è un compito che dev’essere portato avanti a ben più ampio livello, poiché “l’Europa non è Europa senza la Cappella Sansevero”, e “la testimonianza dei secoli e la cultura sono la nostra vera forza”. In tale piccolo ribollente scrigno di pensiero e forma che è la cappella, specchio della complessità umana, in quella che è stata una piacevole e costruttiva giornata, si è avuta la netta sensazione che la cultura e l’arte e dunque l’identità che esse ci portano dietro siano “urgenze” saggiamente avvertite da noi persone comuni. L’inganno che le istituzioni ci propinano, quello che inizia appunto con il meschino trattamento riservato alle arti ed alla cultura e purtroppo non finisce neanche con i tagli governativi, forse non ha realmente attecchito nei nostri animi. La malafede e l’ottusità di chi dovrebbe guidarci verso la consapevolezza della nostra splendida temperie culturale, che tanto di frequente viene passata in secondo piano e mortificata in favore di un sistema becero in cui le cose si dicono e fanno senza che se ne comprenda il significato, non saranno a lungo sufficienti a guastarci lo spirito. Quello stesso spirito in grado di percepire che non siamo altro che ciò che creiamo, scriviamo e leggiamo, componiamo ed ascoltiamo, dipingiamo ed osserviamo (e tante altre cose ancora) ritrovandoci in ciò che il prossimo ha plasmato con le proprie mani ed il proprio sentire, condividendo un contenuto che prende la più impavida e spettacolare forma in tutto questo e si risolve nella più ampia estensione della vita.
La figura di un divulgatore come Daverio ci ricorda quest’urgenza, supportando la necessità di riequilibrare le cose e ricollocando ciò che ha davvero rilevanza al suo giusto posto. Valéry, citato in W. Benjamin, scriveva: “Riconosciamo l’opera d’arte dal fatto che nessuna idea che essa suscita in noi, nessun atto che essa ci suggerisce, può esaurirla o concluderla. Si respiri finché si vuole un fiore gradito all’olfatto: ma non si arriverà mai a esaurire questo profumo, di cui il godimento rinnova il bisogno; e non c’è ricordo, pensiero o azione che possa annullarne l’effetto o liberarci interamente dal suo potere (…)”. La nostra principesca cappella produce nel visitatore tale effetto, imperituro forse per davvero e non solo in apparenza, e l’ospite di questo pomeriggio votato al vero ascolto ed alla vera vista ci ha incoraggiati a lasciarci andare più che mai al potere ed alla verità di questa magica quanto tangibile prerogativa dell’arte. 

 

 

MeravigliArti
Il Tempio delle meraviglie

con Philippe Daverio
Museo Cappella Sansevero
Napoli, 25 maggio 2014

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