Stampa questa pagina
Sabato, 19 Gennaio 2013 10:04

Treglie e altre superfici temporali. L'arte di Ianniello

Scritto da 

Ci spiega Arturo Ianniello che la treglia è un vecchio strumento agricolo, “molto vecchio” pensiamo al momento, che funzionava grossomodo così: una serie di assi di legno con grossi chiodi di ferro che andavano conficcati nel terreno, al di sopra di essi veniva montata sulla struttura portante una grossa cesta all’interno della quale venivano posti oggetti pesanti che potevano essere pietre ma anche bambini (che percepivano il tutto come un gioco, sottolinea Ianniello) in maniera tale da permettere al macchinario di affondare ancor di più e ancor più in profondità nel terreno, l’intero strumento così organizzato veniva poi legato a un animale da soma, mettiamo un cavallo, e il gioco era fatto, il cavallo si muoveva e la struttura conficcata nel terreno e resa più efficace dal peso di pietre o bambini dissodava il terreno in vista della semina.

E ancora ci racconta Arturo Ianniello che dalle sue parti, tra le miriadi di oggetti che gli uomini lasciano sul proprio cammino senza neanche rendersene conto, ha trovato una vecchia lettera datata 1956, era il messaggio di un uomo, residente a Caracas, che scriveva al suo compare del Vallo di Diano, e gli scriveva per dirgli che non aveva ancora i soldi da restituirgli perché non aveva ancora trovato nel continente americano la fortuna che cercava. La lettera è conficcata all’interno di un paio di assi di legno le quali a loro volta si trovano conficcate all’interno di una tela ricoperta di un’antica federa. C’è indubbiamente un pulsare tremante all’interno di tutto questo, forme residuali di persistenza umana nel mondo. Dopodiché Arturo Ianniello ci spiega che quella chiave che si trova su un’altra tela che ha attirato la nostra attenzione e di cui rappresenta il punctum, il punto che richiama immediatamente lo sguardo dello spettatore e che colora di senso la visione, tela la cui base è formata da antiche lamiere arrugginite che lui va scovando nel territorio del Vallo di Diano di cui è originario (Teggiano, per la precisione), è per l'appunto il centro focale della sua ricerca, una sorta di “chiave di lettura” per comprendere l’intero operare umano, tutto quello che va sotto il nome di “cultura”. La cultura è produrre porte che vanno aperte con determinate chiavi. E poi c’è una strana “forma” installata all’interno di un’altra tela rivestita da vecchie e dense lamiere arrugginite (residui di vecchi macchinari), una di quelle forme che i ciabattini possedevano per cucire le scarpe o restituire la giusta forma a scarpe ormai (appunto) de-formate, e quando a noi viene la curiosità circa l’origine di quello strano “pezzo” di legno, Arturo Ianniello ci risponde che non è altro che uno dei tanti oggetti da lui ritrovati e che non poteva essere altrimenti, che senso avrebbe avuto infatti costruire oggi un qualcosa che ha il suo senso inscritto nella sua vecchia struttura e funzione? Ci tiene a sottolineare che tutto ciò che trova spazio nella sua arte è qualcosa che ha una propria storia naturale, un proprio passato sconosciuto. Che poi, come ci suggerisce, la cosa più affascinante è che intorno a quella “forma” chissà quante volte un ciabattino si è punto il dito o ha vissuto chissà quali emozioni o pensato a chissà quali cose. Perché è questo il senso di questa esposizione, non tanto cercare il gesto unico che fa l’artista solitario e che dimora nelle lande dell’arte per l’arte, qui si tratta invece di mettersi in discussione e di mettere in discussione l’intero gesto artistico, si tratta di un lavoro di scavo archeologico ma che non vuole restituire l’oggetto nel suo senso e nella sua funzione pura e semplice, pura ricerca e ricostruzione, ma proprio attraverso il gesto artistico ri-situarlo, ri-costruirlo, ri-formularlo per renderlo esperienza condivisa e richiamo a un passato che è già sempre la forma del nostro presente e attesa del nostro futuro. C’è insomma qualcosa che ci porta lontano in questa esposizione, certo la si potrebbe definire e inquadrare all’interno del grande movimento dell’arte povera (la prima sensazione, forse errata come spesso accade, è Kounellis e il suo gusto per i materiali – appunto – poveri), ma questo sarebbe allo stesso tempo troppo e troppo poco, troppo perché l’artista non cerca quel tipo di avanguardia o di ricerca, a lui (almeno così a noi è sembrato) non importa inscriversi all’interno di una “modalità” riconosciuta, di una scuola che si pone all’interno di un percorso storico, troppo poco perché il senso di questo lavoro (l’esposizione è soltanto un’occasione per mettere dinanzi al pubblico un qualcosa, ma la “cosa” che fa il gesto artistico è il vagare nelle campagne della bassa Campania e il ritrovare “cose”) è uno scavo all’interno della nostra memoria che non è soltanto ricordo, ma sostrato, che non è soltanto lotta contro oblio, ma possibilità di superamento di ogni forma di rimozione.

A noi ha fatto pensare ad Apice Vecchia (e ne abbiamo avuto modo di parlare con l’artista sempre cordiale e sempre disponibile a ogni forma di confronto che va dal discorso “impegnato” fino alla “chiacchiera” conviviale), vecchio paese del beneventano, gettato lì come se fosse stato congelato cinquant’anni fa, perché abbandonato all’improvviso dalla popolazione e che così si presenta al (già sempre) ignaro spettatore nella potenza della sua lontananza da ogni possibile temporalizzazione, forma di ucronìa realizzata, di presenza reale nell’assenza determinante, insomma ci ha fatto pensare a una sorta di forma di “resistenza” (e la intendiamo in tutta la semantica “politica” che le si vuole, se si vuole, dare) che non è mai “passatista”, non è un rifugiarsi in un caldo passato che non c’è più (e forse nelle distorsioni ideologiche non c’è mai stato) e proprio per questo si presenta a noi come idealizzazione e passione dell’immaginazione, ma è sempre apertura e ferita, taglio verticale e stravolgimenti (come grazie alla treglia), il tutto permettendo un’immersione e poi un’emersione e poi forse chissà un superamento.

Sulla possibilità o meno di questo superamento si è esercitata la nostra riflessione in quel cammino che ci ha riportato verso casa, consapevoli del vizio umano troppo umano per cui ogni volta che si esercita la riflessione, il cambiamento sembra essere particolarmente lontano o sembra allontanarsi indefinitamente ogni volta che si è a un passo dall’afferrarlo. 

 

Secret Alphabet

di Arturo Ianniello

Galleria 1Opera

Napoli, dal 18 gennaio al 18 febbraio 2013

Ultimi da Delio Salottolo

Articoli correlati (da tag)