“Tanto per incominciare, i fratelli De Rege erano napoletani di Caserta...”.

Nicola Fano

Domenica, 02 Febbraio 2014 00:00

“Oltre l’Isola” di Concetta De Pasquale

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Istintivamente, un essere umano ha la sensazione che ogni cosa da lui osservata abbia iniziato ad esistere nel preciso istante in cui egli ha preso ad osservarla. Non siamo da subito in grado di astrarre da noi stessi, di renderci conto che un’infinità di esistenze e di essenze danzano intorno a noi, lontano dai nostri corpi, al di là della nostra coscienza e consapevolezza. Dopo poco tale verità viene metabolizzata. Si ha per questo, puntualmente, l’impressione di essere colpiti da una sorta di epifania ogni qual volta le vibrazioni di altre energie, di altri tratti d’esistenza, riescono ad arrivare quel tanto che basta sotto la membrana della nostra pelle, stabilendo così un contatto che non si cancella mai, neanche quando di quello stesso contatto si è ormai persa la memoria.

Concetta De Pasquale vorrebbe serbare ed incamerare lo spirito di questi passaggi, degli infiniti contatti che compongono la nostra vita, in scrigni trasparenti, che nel suo caso hanno la forma di sottili membrane di carta un po’ ingiallita, dove il petrolio ed i pigmenti essenziali diventano il medium d’azione di una mano o di un piede umani, il loro prolungamento e la loro stessa orma. Un cauto velo che è come carta copiativa, un modo per toccare delicatamente, ma visibilmente, l’essenza della carta. E una volta toccato, il foglio non può venir ripulito da quell’amorosa ingerenza, esso riterrà per sempre le tracce dell’incontro, come qualsiasi altra cosa, viva o inerte, sulla faccia di questa terra. Tali tracce continuerebbero ad esistere persino se il foglio venisse distrutto, trasportate all’infinito nell’aria dalla memoria, ritrasformando la propria presenza in un flusso imperituro.
I segni riportano ciò che l’artista vuole strappare all’oblio, ciò che vuole si conservi per sempre in una forma visibile, in quanto ella stessa è vittima ed artefice fraterna del nostro umano destino di nostalgia, di brama di appropriazione non tanto dei momenti, nella loro minuziosa definizione, quanto delle più lievi e fugaci sensazioni, le quali costituiscono, se osservate in una veduta d’insieme, le nostre percezioni, le nostre prolungate emozioni ed infine i nostri stati d’animo. L’ossessione di tale riappropriazione è calmata e pacificata dalla meditazione, dal respiro lento che segue la sensazione di appartenenza alla stessa materia che compone i fenomeni naturali, le cose del mondo, la volontà di fare propria quella consapevolezza d’appartenenza. Ecco che la sofisticazione intellettuale entra in minima parte, ed affievolita, nella composizione, ma non altera la viva scintilla dell’intuizione e dell’istinto.
Quando mi soffermo davanti ai due grandi fogli che compongono l'Orizzonte circolare (2012) mi lascio guidare da ciò che sento, ed avverto come una musica di sottofondo le parole dell’artista che mi aiuta a comprendere le sue intenzioni ed il carattere della sua personale manifestazione d’arte. Poco prima mi aveva detto di voler trattare la materia come involucro d’energia. "Dove va l’energia?". Mi aveva posto questa domanda che non prevedeva risposta, guardandomi negli occhi, stabilendo un contatto con me, uno di quegli innumerevoli, medesimi contatti che vuole conservare, come fa con le impronte di petrolio e di pigmenti sulle sue carte. Si era data una risposta che enunciava non qualche ipotesi su dove quell’energia potesse recarsi una volta lasciato l’oggetto o l’essere di riferimento, ma un principio forse di maggior rilevanza; la sua volontà d’agire perché, come lei stessa riferisce, a lei quell’energia "interessa mantenerla". Ho in questo modo la conferma della mie prime sensazioni, ella desidera proteggere, custodire l’impronta essenziale di un flusso in divenire.
Continuo a guardarmi attorno, ed è come se la mappatura delle tracce di un mondo intangibile, anima di quello sensibile, adesso apparisse ai miei occhi nella forma d’impressione indelebile e diafana di diversi ologrammi attorno al cui corpo costruito di varie fasi e sfumature si può leggere l’atmosfera in cui essi sono immersi e che, ad un tempo, da questi scaturisce, riavvolgendosi sui loro stessi segni. In una visione d’insieme tutti i “pezzi” appaiono inscindibili l’uno dall’altro, ed a loro volta legati all’aria, al mezzo più impalpabile ove i nostri messaggi si possano trasmettere, ma anche al più limpido ed adeguato a comunicare ciò che esiste pur essendo invisibile. E capisco perché l’autrice abbia voluto “mettere in scena” un disegno come Il corpo dell’aria (2013). Fondamentali sono le associazioni cromatiche, del colore dell’aria, della terra, in opere appena scaldate, ma piuttosto raramente, da una striatura o da un tocco di rosso.
Come l’artista stessa mi confessa, con giovialità e disponibilità che accertano la volontà di aprirsi nel dialogo con gli altri, accanto a quei lavori che sono già intime confessioni, il giallo è per lei il colore dell’aria. Si potrebbe vedere in questa dichiarazione quanto il medium così inconsistente e fluido, similarmente e più dell’acqua, abbia per lei la possanza e la stessa forte presenza di un corpo.
Nelle immagini più recenti dettagli antropomorfi sono ricreati con maggiore evidenza, quasi con attenzione analitica, rispetto alle tracce più disperse e delicate, ma comunque assolutamente fondamentali, presenti nella serie dei disegni, di più ridotto formato, intitolata Isola (2012). L’intervento della volontà ricostitutrice di visioni vaganti e dettagli sfuggenti, è più incisivo in questi ultimi tratti in cui si profilano elementi corporei ben riconoscibili ma si integra bene con il resto del percorso, all’interno del quale ogni creazione ha il suo giusto posto e viene rafforzata ed esaltata dalla vicinanza con le altre. L’armoniosa interdipendenza fra i vari tracciati è sintetizzata nel colore dorato, sabbioso e luminoso di quell’Orizzonte circolare di cui già parlavamo. Pur essendo ben visibili le impronte dei piedi dell’artista, che trascinano il colore espandendolo liberamente sulla superficie, l’opera, è ben chiaro, non ha al suo centro la forma umana e men che meno quella degli arti umani, bensì la suggestione poetica dell’impronta di un percorso simbolico, che potrebbe compiersi nel deserto, come nell’aria o in qualsiasi altro elemento, ma che è ambiente metaforico, così come è metaforica la mappatura che costituisce tutto l’insieme dei disegni della mostra e l’idea stessa dell’esposizione, quella di andare Oltre l’Isola. Ma "non c’è premeditazione", come ci suggerisce l’artista, la quale dice di trovarsi pienamente d’accordo quando sostengo di vedere in tutto questo qualcosa che a che fare con un happening, o meglio con l’impronta di un happening. Si può immaginare l’artefice sola nel suo studio o su di una spiaggia, o ancora sulla nuda terra, intenta a camminare e muovere le mani sulla carta, finché non si accorga di aver concluso, di aver già dato una forma ad una sensazione del suo spirito, ad una sensazione raccolta dalla stessa terra su cui quegli stessi fogli di carta vergine vengono poggiati per ricevere l’impronta di un’ombra, di uno spiffero, modulato dalle piante dei piedi e dai palmi delle mani. I margini di quei fogli appesi sulle pareti sono ora frastagliati a causa dei segni del tempo, come vecchie cartine geografiche, per la gioia della loro creatrice che vede in questo fenomeno un’ulteriore traccia del passaggio della vita che scorre su quelle superfici, le quali ne trattengono un po’ sulla loro pelle.
Mi porta a vedere le tre piccole teche bianche attaccate alle pareti, dove, variamente disposti, sono aperti quelli che ha intitolato i suoi Appunti di viaggio. Mi dice che ha cominciato a fare questi piccoli schizzi, che sono per lei come parole su un diario, dal 2000, nel periodo in cui sua madre non stava bene. Mi racconta tutto questo con dolcezza e con un sorriso sempre presente sulle labbra. Si tratta di piccoli e notevoli disegni, scorci di luoghi e “capricci” di volti e corpi scarabocchiati od affastellati insieme ad oggetti. Mi viene in mente la frase che era stata pronunciata da lei poco prima, mentre passeggiavamo per la sala: "Il surreale ha raccontato tutto ciò che si poteva dire nell’arte". L’immaginazione ha un ruolo unico ed inimitabile nella vita e nell’arte e quegli schizzi sono ancora una volta traccia indelebile, orma strappata, per quanto possibile, alla distruzione della piena “fragranza” dell’attimo nella mémoire volontaire. Molte di quelle fresche percezioni, che rimangono tali poiché assolutamente mai ritoccate, sono tratti a penna, acquerelli di leggeri colori, toni scuri intinti di caffè e spunti verosimili ed interpretativi della natura siciliana. Fra essi mi colpiscono le fattezze un po’ incompiute dei volti schizzati, le forme filamentose di rocce che s’infiltrano nel mare in trasparenza, ricongiungendo l’acqua con la terra.
Il viaggio che mi ha accolto nell’istante in cui sono entrata nella sala del castello, splendida scenografia della mostra, mi ha rapita e coinvolta in un freddo pomeriggio invernale, al termine del quale non mi è rimasto che ringraziare, per quell’esperienza di cui mi è stato fatto dono, un'altra anima fedele all’arte.

                                                                                                 

 

 

 

 

Oltre l'Isola
di Concetta De Pasquale
a cura di Antonio Vitale
Castel Nuovo – Spazi Espositivi Sala Carlo V
Napoli, dal 10 gennaio al 6 febbraio 2014

 

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