“Perché tu mi dici: poeta? Io non sono un poeta. Io non sono che un piccolo fanciullo che piange”

Sergio Corazzini

Daniele Magliuolo

Ciclo Bergman (parte IX) - Il rito

“Questi tre personaggi sono indissolubilmente uniti, non possono fare a meno l’uno dell’altro e non possono funzionare a due a due. È soltanto nella tensione fra i tre vertici del triangolo che può nascere qualcosa. C’era un ambizioso tentativo di sezionare me stesso, per raffigurare come io funzionassi. Quali forze mantenessero in moto la macchina”.

(Ingmar Bergman)

 

CICLO BERGMAN (parte ottava) - Persona

“Una volta ho detto che Persona mi salvò la vita – non esageravo. Se non avessi trovato la forza di fare quel film, avrei probabilmente gettato tutto all’aria. Oggi sento che in Persona, mi sono spinto al massimo delle mie possibilità. Ed in quel film, lavorando in piena libertà, ho raggiunto inesplicabili segreti che soltanto il cinema può scoprire”.

(Ingmar Bergman)

CICLO BERGMAN (parte VII) - Il silenzio

“Dopo l’uscita de Il Silenzio ricevetti una lettera anonima, piena di carta igienica sporca; potete immaginare dunque come il film, che per gli standard odierni sembra piuttosto innocuo, fu ritenuto molto ardito. Ci furono persino delle persone che mi telefonarono minacciando la mia vita e quella di colei che era mia moglie a quel tempo”.

(Ingmar Bergman)

CICLO BERGMAN (parte VI) - Luci d'inverno

“Le riprese di Luci d’inverno furono d’avvero difficili e si protrassero per 56 giorni. Fu una delle lavorazioni più lunghe per uno dei film più corti che abbia mai fatto”

(Ingmar Bergman)

 

CICLO BERGMAN (parte V) - Come in uno specchio

“Il film era all’inizio chiamato Carta da Parati. Pensavo di fare un film su qualcuno che passava abbastanza naturalmente dentro e fuori da un muro ricoperto di carta da parati. C’era una piccola porta nel muro e da questa porta lei entrava in un altro mondo e ne usciva”

(Ingmar Bergman)

 

Nel 1959, praticamente solo qualche mese dopo aver diretto La fontana della vergine, Bergman si concede una pausa, ma per pausa intendiamo un film più leggero. Si tratta de L’occhio del Diavolo, una commedia spiritosa e un po’ hellzapoppiana (se ci permettete un paragone con l’assurdo Hellzapoppin, film cult del 1941, in realtà i due film, per stile, non si somigliano affatto, ma Bergman mette in scena l’inferno con tale frivolezza e leggerezza che ci ha fatto ricordare l’altro). Neanche il tempo di riprendere fiato che il cineasta si immerge nella sua nuova opera, stavolta di grande impegno e complessità, Come in uno specchio (1960). È questa una delle produzioni bergmaniane più potenti e coinvolgenti. Un film che presenta importanti retroscena che arricchiscono ed aiutano la comprensione dell’opera. Iniziamo con accennarne la trama.

CICLO BERGMAN (PARTE IV) - La fontana della vergine

“Già da tempo l’idea di Dio aveva incominciato a incrinarsi in me, rimanendo per lo più come decorazione. Quello che, in realtà, m’interessava era l’orrenda storia della ragazza, dei violentatori e della vendetta”

(Ingmar Bergman)

 

Nel 1959, subito dopo Il volto, Bergman torna a dirigere un’opera dai tratti spiccatamente religiosi. Siamo ancora una volta nel medioevo. La giovane Karin, accompagnata dall’invidiosa serva Ingeri, si dirige, attraverso i boschi, verso la chiesa della contea per portare i consueti ceri alla Madonna. Nel bosco fa la conoscenza di tre pastori, fratelli vagabondi. Questi, dopo essersi finti amichevoli ed aver pranzato con lei, prima la violentano, poi la uccidono con un bastone (per la verità, uno dei tre è solo un bambino che si limita ad assistere al crimine per poi rimanerne turbato).

CICLO BERGMAN (parte III) - Il Volto

“Nel nostro mestiere spesso ci accorgiamo di destare attrazione finché siamo mascherati. Quando ci vede alla luce delle nostre esibizioni e rappresentazioni, la gente crede di amarci. Ma se ci mostriamo senza maschera, siamo tramutati in men che niente. Sono solito dire che noi siamo noi stessi al cento per cento solo quando ci troviamo sul palcoscenico”.

(Ingmar Bergman)

CICLO BERGMAN (parte II) - Il posto delle fragole

“Solo molto tempo dopo aver terminato di scrivere la sceneggiatura mi accorsi dell’innocente coincidenza in un dettaglio; il nome, Isak Borg, aveva le mie stesse iniziali. Certamente non è stato un fatto consapevole…”

(Un trascurabile dettaglio, Ingmar Bergman)

 

Il film trattato è forse uno dei più famosi ed apprezzati della cinematografia bergmaniana. Insieme ad Il settimo sigillo (1956) è il film che ha consacrato definitivamente Bergman tra le stelle del cinema mondiale. Già da tempo i critici avevano notato il suo enorme talento, basti pensare agli ottimi consensi ricevuti da Prigione (1949), Un’estate d’amore (1950), Una lezione d’amore (1953), ma soprattutto Sorrisi di una notte d’estate (1955). Poi l’enorme successo de Il settimo sigillo regala al regista fama, popolarità e prestigio. È in questo clima che Bergman decide di raccontare la storia di un uomo, Isak Borg, un medico ormai in là con gli anni, che dopo una vita di successi in campo professionale si trova a fare le somme di quella che è stata la sua vita privata. Ad introdurre tale riflessione, l’immancabile presenza della morte con la quale, vista l’età (78 anni), il nostro protagonista deve misurarsi. Lo stesso Bergman scriverà nel suo libro Immagini (Garzanti, 1992): “Ricordavo solo confusamente di aver scritto la sceneggiatura al Karolinska Sjiukhuset, dove ero stato ricoverato per un controllo generale e per rimettermi in forze”.

Una giornata di lavoro

Valentina è ancora insonnolita. Come ogni mattina quella maledetta sveglia era entrata nel cervello come un martello. Valentina stava sognando una vita felice: il marito che torna stanco dal lavoro e lei che lo riscalda con un abbraccio ed un buon pasto caldo. Il cane ed il gattino che giocano in giardino. Il piccolo figlioletto che fa i compiti assegnatigli dalla dolce maestra d’asilo.

La sua vita ideale, che sogno stupendo. Si era alzata dal letto con ancora intatto il gusto onirico di quella sua vita perfetta. Adesso però è in strada, una corsa veloce in macchina e poi a lavoro. Due saltelli per scavalcare quel maledetto scalino difettoso dell’ingresso “Quando diavolo lo aggiusteranno” pensa. “È pur sempre una struttura sanitaria, per la miseria. Prima o poi qualche sfortunato paziente ci lascerà il femore”. Poi dentro a timbrare il cartellino.

Un’altra corsa al piano di sopra dove ci sono gli spogliatoi. Velocemente indossa la divisa fresca di pulito e stirata la sera prima. Poi di nuovo giù a prendere servizio.

CICLO BERGMAN (parte I) - Il settimo sigillo

“Il settimo sigillo attraversò il mondo come un incendio. Incontrai forti reazioni da parte di persone che avvertivano come il film centrasse le loro scissioni intime e la loro angoscia”

(Ingmar Bergman)

 

Con questo film intendiamo inaugurare una serie di scritti dedicati al grande regista svedese Ingmar Bergman, denominata Ciclo Bergman. La raccolta che ci siamo prefissi di raccontare non è completa, mancano molte opere, parliamo del resto di uno dei cineasti più prolifici della storia del cinema, una carriera che copre la bellezza di quasi sessant’anni, iniziata nel 1945 con Kris e conclusasi nel 2003 con Sarabanda. Quasi impossibile quindi ricoprire l’intera produzione bergmaniana (e ci stiamo limitando a considerare solo il lavoro cinematografico, tralasciando il teatro, i lavori radiofonici e televisivi, e le opere letterarie che comunque citeremo qua e là durante il racconto).

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