“Al posto di una pacifica gioia volevamo un dolore che mordesse”

Anna Achmatova

Il Pickwick

Dagli appunti di Eugenio Barba

C'è una rivolta invisibile, apparentemente indolore, ma disseminata in ogni ora di lavoro, ed è questa che nutre la “tecnica”.
La disciplina artistica è la via del rifiuto. La tecnica teatrale, l'atteggiamento che essa presuppone, è un esercizio continuo della rivolta, innanzitutto contro di sé, contro le proprie idee, i propri programmi, contro l'agiatezza della propria intelligenza, del proprio sapere, della propria sensibilità. È la pratica di un disorientamento volontario e lucido alla scoperta di nuovi punti di orientamento.

Mark Twain

“Come si scrivono i romanzi? Stando seduti”.

Sándor Márai

“Noi siamo ciò su cui manteniamo il silenzio”.

Fondamenti del Teatro: Brook e Giorni felici di Beckett

Peter Brook si trova a New York, per lavoro. Una sera, come quasi ogni sera, se ne va in giro per teatro e s'imbatte in Giorni felici di Samuel Beckett. Ne esce come stravolto: dalla poesia (tragica e comica assieme) del dramma, dalla potenza rivelatrice delle immagini beckettiane −che sono immagini "ossessive, inquietanti e provocatorie" sostiene Brook − e dal generale silenzio che attornia l'opera: nessuna reazione del pubblico, nessuna attenzione dalla critica.

Viktor Šklovskij

“Bisogna strapparsi alla propria casa, al calcolo sicuro sul domani o sul dopodomani, e prendere il volo di sé, per un'esigenza interiore, ma non come un uccello, perché gli uccelli seguono vecchie vie; volare via come vola solo un uomo che lavora, che conosce il ritmo delle possibilità”.

Peter Bull, ricordando la prima di "Aspettando Godot"

“A sipario calato, tra tiepidi applausi, ricevemmo appena tre timide chiamate e su noi tutti scese un senso di depressione e di delusione. Pochissime persone vennero a complimentarsi e, tra queste, la maggioranza era in un tale stato di ebbrezza che le loro parole avevano ancor meno senso dello spettacolo”.

Philip Roth

“Tutto quello che ho per difendermi è l'alfabeto; è quanto mi hanno dato al posto di un fucile”

Roberto Latini

“Ci sdoganiamo da soli. Ci scriviamo i testi, ce li recitiamo e ci applaudiamo. Ti ringrazio”.

Fondamenti del Teatro: Čechov e il bisogno di speranza

Nel presente cechoviano la vita è agonia e naufragio. I desideri più intensi − “A Mosca!” − non maturano in atti di volontà e i gesti non corrispondono alla veemenza deidesideri. Nei personaggi di Čechov l'ampiezza smodata dei sogni stride con l'estenuazione e il torpore che li atrofizza. E in quell'inerzia l'assiduo lampeggio di chimere dà più tagliente risalto alla loro incapacità di operare, di sforzarsi a vivere. Sebbene consci del porprio sfacelo, non cercano di districarsi dai lacci della banalità che li attossica. Come se riservassero il presente a un repertorio di gemiti e immote speranze, rimandando ogni azione a un radioso domani, che non vedranno.

Luciano Bianciardi

“Chi ruba libri dovrebbe essere giudicato da una giuria di critici letterari”

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