"Quella di cui godevo in quei giorni afosi, camminando sui larghi marciapiedi di via Manzoni e di via Merulana, al riparo del fogliame dei platani, era indubbiamente una felicità partorita da un'illusione; l'illusione di un piccolo numero di strade e incroci capace di suggerirmi la sensazione, razionalmente insana, che esistesse per me, come per chiunque altro, un luogo capace di farmi sentire a casa, qualunque disastro fosse in corso o mi pendesse sulla testa"

Emanuele Trevi

Michele Di Donato

Incomunicabilità in dissolvenza

Louis torna a casa, vi è lontano da molti anni, anni in cui ha seguito il proprio talento di drammaturgo senza mai voltarsi indietro, senza mai rivedere la sua famiglia: sua madre, suo fratello – a cui nel frattempo s’è aggiunta una moglie – sua  sorella, lasciata che era bambina; a ciascuno di loro ha sempre mandato cartoline nelle ricorrenze comandate, ai compleanni, al matrimonio del fratello, alla nascita dei figli di quest’ultimo (uno dei quali si chiama anch’egli Louis, simulacro almeno nominale di un’assenza).

Affresco panoramico di una generazione

Stasera sono in vena è un affresco panoramico su un segmento generazionale, è il racconto – leggero nel tono ma dolente nel suo senso più intimo e profondo – di quello che accadeva nella provincia italiana mentre gli anni Ottanta sfumavano in dissolvenza, mentre si imparavano parole di un lessico nuovo come glasnost e perestrojka perché il mondo stava cambiando e si ascoltavano canzoni quasi già vecchie come Roadhouse Blues dei Doors, perché il mondo cambiava, sì, ma non dappertutto e non dappertutto allo stesso ritmo.

Triplicità pirandelliana

Il Magma Teatro è una grotta a un passo dal mare, uno spazio ricavato tra le rocce nere che spuntano fra la sabbia sul litorale di Torre del Greco e parte di quella roccia – nera come il magma che solidifica – ancora insiste permanendo in un lato di quel palco che Libero e Donatella hanno realizzato lì, a un passo dal mare; una piccola sala, accogliente, che si apre per diventare spazio di visioni teatrali alla sua prima stagione.

Danza di relazioni

Il Teatro Bolivar ha quest’anno una stagione composita, in cui convivono più anime, una stagione in cui si tenta di ritagliare spazi congrui a teatralità fra loro difformi. Ciò, se da un lato consente a qualcosa che altrimenti non avremmo visto in scena di incontrare alzate di sipario altrimenti probabilmente non collocabili, dall’altro trasmette però un’impressione informe su quali siano le linee ispiratrici di un siffatto cartellone.

La farsa ferace di Punta Corsara

Nudo il palco, nuda la scena; a parlare, più d’ogni altro elemento, in Io mio moglie e il miracolo è la partitura drammaturgica: consistente e matura, ad essa corrisponde una messinscena pulita e funzionale, che esalta il tessuto linguistico ed i meccanismi che ne sottendono (e ne sostengono) l’ottimo funzionamento in un lavoro che piace e convince, confermando Punta Corsara come una realtà stabilizzatasi fra le più interessanti del panorama nostrale.

Semplicità e immediatezza

Semplicità non vuol dire semplificazione, l’immediatezza non è sinonimo di scorciatoie comode per raggiungere una mèta nel più breve tempo possibile. Semplicità e immediatezza sono le prime parole che mi vengono in mente per raccontare del brutto anatroccolo di Tonio De Nitto, spettacolo compatto e consistente che appare in scena sotto forma di muto diario (nel senso che non fa uso di parole), in una domenica pomeriggio affollata di bambini e di non-più-bambini che li accompagnano, in quel dei Cantieri Teatrali Koreja di Lecce.

In memoria di Danilo Dolci

Danilo Dolci, un poeta, un missionario civile, un uomo puro. Danilo Dolci, l’uomo che digiunava davanti al mare ascoltando Bach, facendo propria la fame altrui, Danilo Dolci, che per “protestare” costruiva asili, fognature, dighe. Danilo Dolci che predicava (e praticava) la non violenza. Danilo Dolci, la sua storia troppo poco conosciuta, troppo spesso dimenticata, va in scena sul palco del Teatro Comunale di Ceglie Messapica in una domenica mattina di novembre.

Epifanica visione

Cinema Cielo di Danio Manfredini è spettacolo che riappare ora sulla scena ad oltre un decennio di distanza da quando vi apparve la prima volta. E, se si può dire che mantenga viva la sua possanza poetica, avviene però d’altro canto che – per la sua stessa essenza – Cinema Cielo perda buona parte della propria aderenza contestuale: se a suo tempo potevamo ben immaginare come plausibile la sala di un cinema a luci rosse in cui pulsa il microcosmo che Cinema Cielo racconta, oggi per oggettive congiunture storiche, quel contesto di riferimento (che di fatto esisteva e che di fatto non esiste più) lo possiamo al più percepire come trasfigurazione simbolica di un universo reietto.

Un "Natale" con tutti i sentimenti

Il Natale in casa Cupiello di Antonio Latella arriva a Napoli con un anno e passa (quasi due) di ritardo sulla sua effettiva nascita; un po’ come se i Re Magi avessero fatto un giro ben più lungo (e a largo) per raggiungere un’ideale Betlemme teatrale. Ma alla fine, nel teatro che fu di Eduardo, è andata in scena questa rivisitazione del Natale eduardiano, col suo carico di temi aperti e col suo strascico di discussioni infinite, in massima parte riconducibili alla linea di principio – apodittica anziché no – che ciclicamente si staglia in difesa della (del tutto arbitraria e presunta) intoccabilità del Maestro. Come se Amleto non potesse essere un principe che si strugge in Polonia, o come se Vanja non potesse diventare un Ivan della Bassa Padana; Luca Cupiello, invece, pare, per certi pasionari dell’immutabilità del canone, dover essere assurto in una sorta di etereo ed intangibile pantheon, vestito degli stessi abiti, in quello stesso interno anni ’30, magari esprimendosi col tono e col timbro che gli impresse Eduardo e che la reiterata visione ha di fatto consegnato ad una sorta di musealizzazione presepiale.

Instabili vaganti, l'urgenza di un teatro davvero "civile"

Esiste un teatro che per dirsi “civile” non si limita a salire su un palco come fosse il podio d’un comizio da cui parlare ad un pubblico che – normalmente – già conosce e condivide determinate idee. Esiste un teatro che per dirsi “civile” sceglie che l’azione scenica da compiere non sia disgiunta da un’azione “pratica” che vada dalla scena fin fuori dalla scena. Esiste un teatro che cerca, rischiando in proprio, di essere davvero “civile” andando a portare, con la voce della propria poetica, la propria parola laddove il suo senso si fa più pregno e la sua eco rimbomba con maggiore fragore.

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