“Sono la lepre molto avanti alla muta dei miei critici”

Virginia Woolf

Martedì, 25 Dicembre 2012 09:36

Ucciderò Roger Federer (parte 6)

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6. “E ora motiviamoci!”

Ed è in questa circostanza che il nostro piccolo eroe tentò una prima valutazione di quanto accaduto quella mattina al Centro Direzionale. In realtà provava fatica a ordinare gli eventi, a costruire una sequenza che fosse minimamente lineare, e soprattutto provava difficoltà a renderli credibili a persone che, seppur soltanto di una trentina d’anni abbondanti più anziane di lui, non riuscivano proprio a comprendere tali modalità e rischiavano di intenderlo come uno scherzo o finivano per preoccuparsi per la sua salute mentale (“è molto scosso”, disse sussurrando il padre alla madre, non appena lo videro tutto trafelato e con il volto rubizzo entrare dalla porta d’ingresso, “è sempre più scosso!” gli fece eco lei, sinceramente preoccupata ma riuscendo a nasconderlo al figlio, mentre il piccolo signor F combatteva con il giubbotto di jeans cercando di sfilarlo dal suo corpo ingrassato).

“È andata veramente così!”, ripeteva il piccolo signor F, leggendo lo sguardo stupito dei suoi genitori e volendo finalmente mostrare loro la ridicola assurdità di questi tempi e il fatto che non fosse colpa sua se non riusciva proprio a fare nulla, se era arrivato a quarant’anni senza avere nulla tra le mani, nulla dal punto di vista lavorativo, nulla dal punto di vista sentimentale, che non era colpa sua se uno si reca a un colloquio e non riesce a sentire neanche le domande (e dunque a rispondere a tono e intelligentemente, sorridendo e mostrandosi a proprio agio, ma mai troppo, perché sennò possono pensare che uno non dia il giusto peso alla situazione) perché la musica era troppo alta, “la musica?” scappò al padre (che era restato in silenzio perché era una persona intimamente buona e non voleva con i suoi dubbi ferire il figlio che era in un evidente stato di esaltazione, ma al padre in quel momento era proprio scappato e non aveva potuto farci nulla) e intanto girò repentinamente lo sguardo sulla moglie che preoccupata cercò di non ricambiarglielo per troppo tempo (il piccolo signor F aveva visto tutto, si accorgeva di tutto, le persone timide hanno uno sguardo molto più attento dato che il mondo sono abituate in primo luogo a osservarlo in profondità, poi, se tutto va bene, a viverlo).

“Sì papà, proprio la musica” disse il nostro piccolo signor F con aria non del tutto risentita perché comprendeva quanto potesse sembrare assurda quella affermazione (“altro che Uccidere Roger Federer!” per un attimo aveva pensato, un “qua bisogna spaccare le teste!” si affacciò alla coscienza), perciò si sforzava di raccontare tutto con grande calma e ordine, mostrandosi sereno e lucido, cercando di mostrare come fosse tutta colpa della musica se il colloquio non era andato bene, in primo luogo perché la musica lo aveva fatto arrivare in ritardo. “I-in c-che senso?” non poté non intervenire balbettando la madre, pentendosi immediatamente di aver posto quella domanda e ancor di più pentendosi del fatto di non averla posta in maniera decisa, ma quasi rimangiandosela. Il piccolo signor F non fece quasi caso a questa domanda, non le diede granché peso (ci avrebbe però ripensato quella notte, in quei momenti in cui tanti particolari che nel divenire delle situazioni diurne sfuggono, ricompaiono poi all’improvviso nella mente, di notte, tormentando nella loro assurda ripetitività e ponendosi come portatori di chissà quale verità profonda e facendo provare chissà quale vergogna immensa), dal momento che doveva seguire il suo filo. “Credo che anche voi non vi sareste mai aspettati”, disse preliminarmente dopo aver fatto un bel respiro e compiacendosi di aver trovato un attacco al discorso così chiaro e convincente, “credo che anche voi non vi sareste mai aspettati”, ripeté per godersi ancora una volta l’efficacia di quella espressione, “e non avreste bussato alla porta e non sareste entrati in un ufficio dal quale proveniva un’assordante musica da discoteca”. 

I genitori del povero piccolo signor F proprio non riuscivano a capirci niente, cosa voleva dire musica da discoteca durante un colloquio di lavoro?, cosa mai potevano voler dire quelle frasi spezzate e in un certo modo “preparate” che uscivano dalla bocca del figlio, bocca che si trovava immersa in un volto acceso e dagli occhi che potevano sembrare infuocati?, eppure bisogna dire che ci provano sinceramente, si sforzavano con volontà e applicazione, pendevano letteralmente dalle labbra del figlio e cercavano in quei fonemi a tratti insensati di ricavarne un senso che andasse al di là del semplice contenuto formale del discorso, cercavano di capire dai movimenti della bocca, dai leggeri tremolii delle sopracciglia, dal manipolare a volte convulso a volte invece rilassato delle mani, dalla gamba che accavallata all’altra faceva roteare il piede a volte in senso orario a volte in senso antiorario, insomma da tutta la fenomenologia dello sgraziato corpo del disgraziato piccolo signor F cercavano di capire quale fosse il messaggio nascosto che quelle parole portavano con sé. Il padre, ometto piccolino ma ben messo, robusto ma non grasso, dai lineamenti puliti ma decisi, dai capelli brizzolati ma ancora abbastanza folti e impertinenti, un uomo che dall’insieme della figura dava l’idea di quello che si suol definire uomo d’altri tempi, rigoroso e spesso formale nel parlare, ma mai ridicolo e sempre credibile nella sua parlantina tanto forbita quanto spesso ironica, uomo capace di un affetto sincero e disinteressato e di slanci emotivi che denotavano una grande personalità e una forte presenza d’animo, quest’uomo oramai in pensione da alcuni anni aveva aggrottato lievemente la fronte mostrando tutta la profondità di rughe di pensiero fluente, e la madre, chiusa in quel suo scialle di altri tempi, finemente lavorato e delicatamente colorato, con il solito contegno che denota un carattere assolutamente deciso e fiero ma del tutto femminile e una continua attitudine all’azione, insomma una donna per così dire volitiva e fattiva ma dotata di quell’intelligenza che ha il suo perno nella capacità immaginativa di cogliere le motivazioni recondite e di ridurre lo spessore di una riflessione ai suoi contenuti esistenziali elementari, una donna che soltanto tramite il semplice sguardo era capace di mostrarsi accesa di un fuoco feroce, ma che oramai amava dedicarsi a occhiate di sfuggita e fresche come una bella brezza mattutina, con il suo naso perfetto nella forma anche se appena un po’ grosso su un volto che andava scavandosi sempre di più, aveva trattenuto il suo stupore e l’unico gesto di disappunto era stato uno scrollare laterale del capo e l’unico momento di insofferenza era stato quando aveva guardato ammonendolo dritto negli occhi il marito che un po’ ingenuamente cercava nei suoi occhi conferma a quanto stava pensando. Erano un coppia che non aveva più bisogno di un eccesso di comunicazione verbale, erano una coppia per così dire perfetta, tutto era inserito all’interno di un insieme di abitudini costituitesi come una vera e propria seconda natura oramai di carattere istintuale che guidava ogni loro comportamento. Ma quello era un momento importante, era il momento del resoconto per l’ennesima volta fallimentare dei tentativi del figlio, non che non ne accadessero di continuo, non che fosse una situazione eccezionale, del resto lo si è già accennato, il piccolo signor F faceva colloqui su colloqui e il racconto che ne faceva ai genitori era, tra quelli che era solito fare a un certo numero di persone, sicuramente quello più sincero o perlomeno meno mendace. Detto in poche parole, questa delicata e affascinante coppia avviata al tramonto, questo uomo e questa donna che, nella vita, avevano avuto modo di vivere troppe cose concrete, materiali, di quelle che si toccano con mano e di quelle che ti sporcano le mani in tutti i sensi, lati e non, persone che avevano lavorato troppo duramente e con troppa coscienza, che erano potute crescere liberamente grazie allo sforzo assoluto dei propri genitori, gente abituata a mangiare bucce di piselli e a contare i morti per scarlattina e tifo, insomma loro non avevano la struttura mentale adatta per riuscire a comprendere come funzionava questo mondo che il loro piccolo signor F gli raccontava amando il loro stupore cristallino, non riuscivano insomma a credere alla virtualità della vita contemporanea, alla perdita di ogni “principio di realtà” che questo mondo contemporaneo impone ai suoi abitanti più giovani. Per tutto quest’insieme di questioni questi due simpatici, intelligenti e colti personaggi erano convinti che quel loro figlioletto poco e male cresciuto avesse ragione in qualche modo, che non avrebbe mai mentito loro, e di tutto questo erano fermamente convinti perché era il loro figlioletto, perché era proprio quel bambino timidissimo che non riusciva a fare amicizia con gli altri bambini, rimanendo grassoccio e ridicolo in disparte, era proprio quel loro figlioletto che a fatica riuscivano a controllare quando da adolescente era evidentemente ferito dal suo aspetto fisico e dai primi fallimenti che nella vita si incontrano, che siano sentimentali oppure no, e anche la modalità ora assai sostenuta con cui il nostro eroe proferiva quelle parole e discuteva del problema lavorativo nei mitici anni ‘10 del XXI secolo, erano segno di quello stesso disagio che bagnava gli occhi dell’adolescente sudaticcio e faceva vibrare quei terribili pugni nelle pareti del soggiorno durante quei tormentati (quanto del tutto comuni in ogni famiglia) litigi di un ventennio prima.

Intanto il nostro eroe stava continuando la sua descrizione con discreta dovizia di particolari: “quando sono arrivato sul pianerottolo che mi era stato indicato con aria un po’ troppo allegra dal portiere, uomo baffuto e incapace di pronunciare una sola parola italiana in modo corretto, non riuscendo a trovare nessuna targhetta che indicasse la presenza di quell’ufficio e sentendo una musica da discoteca – di quelle peggiori, della peggior house commerciale (e il nostro eroe sapeva che i genitori non ne sapevano nulla di house commerciale e di cose del genere ma amava mostrarsi preparato su quel mondo moderno che era l’unico sul quale i genitori non avevano idee precise e cognizioni concrete) – ho pensato che mi fosse stato indicato male e, così, sono sceso immediatamente al pianoterra chiedendo nuovamente conferma a quel baffuto ignorante che faceva da portiere in quel palazzo, signorile ed elegante come spesso si incontrano al Vomero, il quale, senza colpo ferire, mentre era intento a montare un giocattolo per il figlio che dormiva placido nella culla, smorzando a stento quel sorrisaccio inutile, aveva ripetuto il numero del piano: terzo, interno otto. Una volta risalito, ho deciso di bussare e alla porta si è presentato un ometto bassino, diciamo appena appena più alto di me, ma magrissimo e squamoso come un serpente, che mi ha detto di accomodarmi su una di quelle sedie che erano in quella sorta di sala d’aspetto. In realtà non avevo capito le sue parole, la musica era troppo alta, ma avevo intuito tutto dal gesto della sua asettica mano. Mentre mi trovavo seduto – e anche questo deve essere raccontato – e di sottecchi osservavo le altre persone che evidentemente si trovavano lì per lo stesso mio motivo, ho cominciato a sentire delle grida di accompagnamento e degli applausi e poi di tanto in tanto degli scoppi di risa. Gli altri ragazzi lì presenti – ragazzi poi, diciamo più o meno come sono ragazzo io a trentott’anni – si scambiavano occhiate interrogative e una ragazza mi ha anche rivolto la parola, ma era piuttosto distante e non ho capito nulla di quello che mi ha detto, così ho risposto con un sorriso cordiale che ha provocato uno sbuffo nelle sue labbra. Poi sono comparse, diciamo, una decina di persone, euforiche, allegre, accelerate che salutandoci cordialmente si avviavano verso l’uscita accompagnate da un altro strano personaggio, stranamente e paradossalmente simile, ma sicuramente non lo stesso, a quello che mi aveva aperto la porta. Dopodiché abbiamo consegnato i nostri curricula a una ragazza che sembrava capitata lì per caso, manco aveva una scrivania, e dopo pochi altri minuti siamo stati finalmente chiamati in una stanza non troppo grande e quasi senza mobilio, dalle pareti bianchissime, talmente spoglia che la voce produceva eco nell’aria, soltanto in un angolo si trovava un mobiletto con sopra uno stereo (non di marca) ma con potentissime casse. Quell’ometto ha voluto stringere le mani a tutti, chiedendoci il nome e facendo battutacce su chi come me aveva risposto con il cognome, in un certo senso voleva mostrarsi amico, “dobbiamo essere tutti amici qui dentro, questo è il nostro spirito”. Ci ha chiesto quale fosse il nostro titolo di studi – e mamma io non ero mica il solo laureato, anzi la maggior parte lo era, mi ha fatto particolarmente impressione una donna non più giovane e dai lineamenti sfioriti che ha detto di essere “architetto” – dopodiché hanno messo su quella maledetta musica, a tutto volume, assordante, io ho cominciato a non capire più nulla, ci hanno chiesto di applaudire e di caricarci perché il nostro lavoro va fatto così, “bisogna essere carichi!” ripeteva continuamente quell’omuncolo viscido e unto, e quando ho provato a dirgli che io ero lì per un colloquio per un posto nell’amministrazione, lui ha finto prima di non sentirmi, poi mi ha detto di rilassarmi, che ero troppo teso e di lasciarmi trasportare dalla musica, dopodiché – e papà non sto scherzando, non guardarmi così (il padre aveva strabuzzato gli occhi e in maniera goffa aveva dato una gomitata, visibilissima da chiunque fosse stato presente alla scena, alla moglie) – ha cominciato a ballare in maniera convulsa ed eccitata. Una ragazza che sembrava stesse lì per un posto da intrattenitrice di maschi soli più che per un posto da segretaria, vestita in maniera volgare ed eccessiva e con un trucco che le ricopriva mezza faccia, ha cominciato a ballare in maniera sensuale, cercando quasi quasi di sedurre quel serpente. Insomma senza tirarla eccessivamente a lungo ecco quale era la loro proposta di lavoro: il porta-a-porta. Bisognava andare casa per casa e cercare “in tutti i modi” – e sono parole usate da quell’iguana viscida – di far firmare contratti alle persone in maniera tale che passassero dall’ENEL a loro, che intanto noi avremmo fatto questo giro di prova, accompagnati da colleghi più esperti, che poi ci avrebbero offerto una colazione al bar e che si sarebbe a fine giornata tornati tutti insieme in ufficio a “socializzare” – anche questa parola, papà, è stato capace di usare quel brutto essere – le nostre esperienze e a discutere le nostre osservazioni. Io ho provato a protestare ma non c’è stato nulla da fare, ho provato a dire che l’annuncio di lavoro su Kijiji non parlava di vendita porta-a-porta, ma niente, la musica era già ricominciata, il volume era molto alto e le ultime parole che ho sentito prima di andarmene sono state “e ora motiviamoci!”.

Questo è stato più o meno il resoconto del piccolo signor F – in realtà ne abbiamo tagliato alcune parti ridondanti e per questo noiose – e, anche se la madre si era leggermente appisolata mentre il padre fremeva perché non sapeva cosa dire, dobbiamo ammettere che quanto riferito dal nostro piccolo eroe era tutto vero, non aveva detto cosa che non fosse fedele trasposizione di quanto era accaduto. Ma quei signori amabili non ci credevano più di tanto e così il piccolo signor F, che non voleva fare troppo tardi perché il giorno successivo avrebbe avuto la prova del concorsone, se ne tornò a casa immerso in strani pensieri, in strane immagini, in un buio che gli sembrava sempre più cupo, giorno dopo giorno, confidando nel giorno successivo. Sentiva però che avrebbe dovuto fare qualcosa, che la sua rabbia (ma lui non la definiva tale, gli sarebbe sembrato un atto di debolezza definirsi “arrabbiato”) doveva in qualche modo essere indirizzata verso qualcosa. Fu proprio in quel momento che gli tornò in mente l’immagine di Roger Federer decollato in una pozza di sangue.    

 

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