"È vero che non bisogna confondere la critica con la maldicenza o il gioco al massacro; ma altrettanto vero e forse ancor più dannoso è confonderla con la complicità e la propaganda"

Giovanni Raboni

Martedì, 18 Dicembre 2012 11:18

Ucciderò Roger Federer (parte 5)

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5. “Tu gli devi spaccare la testa, hai capito?” ovvero mens sana in corpore sano

Comunque, a dire il vero, non erano questi i pensieri fondamentali che attraversavano la mente del piccolo signor F (lo si è detto, è stata tutta colpa del narratore), certo quando si presentavano erano forti stordenti abbaglianti ma talmente confusi da creare soltanto qualche (perlopiù) passeggero scombussolamento, e bisogna anche sottolineare che molto spesso il piccolo signor F si liberava (inconsapevolmente) del suo compagno di cammino, il famigerato signor Risentimento, e il suo stomaco cominciava a gorgogliare gioioso perché in cerca di cibo e la sua vista gli sembrava limpidissima perché capace di cogliere ogni sfumatura di colore.

Poi d’improvviso s’incupiva nuovamente come se sentisse l’esigenza di stare male, l’esigenza di sentirsi debole, l’esigenza di sentirsi sconfitto. Mentre passeggiava per le sue solite strade, le strade che amava attraversare e nelle quali amava immergersi nelle sue fantasticherie, si era scoperto a pensare che poi alla madre avrebbe dovuto raccontare tutto, sedendosi sul solito vecchio divanoletto (ricoperto dal solito lenzuolo verdognolo) sul quale aveva dormito per tanti anni da adolescente e che adesso nessuno usava più, e che in definitiva questo pensiero, questo “dovere” non era poi mica male, perché quando raccontava tutto alla madre (e al padre) sentiva l’esigenza di mostrarsi debole e sconfitto, anzi forse più che “sentire l’esigenza” sarebbe più corretto dire “provare piacere”, sì si trattava di un piacere sottile e costante come un leggero spiffero d’aria nelle più torride giornate estive, forse appena un po’ morboso (ma del resto, cos’è sanità?) il cui fine era un po’ ricercare quella compassione e quegli sguardi che soltanto una madre può dare a un figlio, a un uomo, che non ha una propria compagna, una propria donna, con cui potersi sentire infinitamente bambino, un po’ poter sfogare quella rabbia sottile che covava dentro di lui e che non trovava mai sbocchi perché sempre arginata e contenuta, trattenuta all’interno e stretta come in una morsa nel fondo cieco e denso del suo animo. Comunque (perché questo è un vizio del narratore) il nostro piccolo eroe in realtà non ci pensava più ai moti della psiche (“tutte cavolate”), del resto non prendeva più neanche una medicina, neanche un ansiolitico piccolo piccolo, e non ci pensava più proprio perché la cosa che lo tormentava maggiormente, a maggior ragione dopo fallimenti di quel tipo, era il suo aspetto esteriore. Si potrebbe certamente dire che la “paranoia” sull’esteriorità è pur sempre una paranoia e dunque connessa all’interiorità cupa e parossistica del nostro eroe ma questo sarebbe veramente troppo per la sopportazione che il nostro lettore, fiducioso che qualcosa di straordinario possa accadere al suo personaggio, possa infondere nella prosecuzione nella lettura. Per cui, al di là di ogni cosa, bisogna dire che il nostro eroe, da qualche tempo, aveva cominciato a ricondurre tutto (ma proprio tutto, anche quando per esempio sentiva di cogliere qualcosa di “vero”) al corpo (era diventato un discreto materialista e per questo motivo, anche socialmente, si era accorto di riuscire più simpatico e, nei limiti, attraente). E così rifletteva su tante cose mentre attraversava strade su strade, inciampava un paio di volte e, cosa che non poteva sopportare, i motorini gli strombazzavano dietro perché, pur ritenendo il nostro eroe di trovarsi al sicuro sul marciapiede, non si scostava a tempo debito e rallentava la loro marcia. Rifletteva che lui, per riuscire nel lavoro, con le donne, nella vita, non avrebbe dovuto avere semplicemente una psiche più forte, più preparata, più pronta, “sì! è vero! sarà anche importante, ma non è la causa, è la conseguenza” – quel “non è la causa, ma è la conseguenza” che gli era passato per la mente proprio nel momento in cui, attraversando una strada piuttosto larga, il semaforo da giallo era diventato rosso e una macchina aveva cominciato a clacsonare nella maniera più feroce, non era stato proprio capace di comprenderlo, cosa aveva voluto dire la sua mente?, gli sembrava di tanto in tanto di sfiorare l’idea, e la cosa lo emozionava a tal punto che si arrestò improvvisamente dal camminare e un uomo sulla cinquantina, che intanto gli era finito letteralmente addosso, cominciò a sbraitargli contro improperi corredati da abbondante saliva e da un alito non di certo gradevole, che riguardavano la stupidità e l’incapacità del piccolo signor F nel compiere anche il più semplice gesto, cioè (ovviamente) camminare, ma il piccolo eroe non si era scomposto, quasi non si era accorto fissando l’uomo bestiale con occhietti fissi e una bocca semiaperta, perché gli era sembrato quasi di cogliere il senso di quell’espressione, l’immagine mentale pre-verbale, che aveva prodotto quel pensiero, a tratti gli sembrava proprio di afferrarla ma poi niente! la perdeva immediatamente, e quel “non è la causa, ma è la conseguenza” lo aveva turbato non poco, a tal punto che a un certo punto dovette fermarsi e appoggiarsi per qualche attimo a un muretto fingendo, goffamente (le sue mani con grandi difficoltà riuscivano a raggiungere i piedi), di doversi rifare un laccio per poi decidere che quell’espressione era stata formulata male pur contenendo probabilmente un barlume di “vero” – bensì il piccolo signor F avrebbe avuto necessariamente bisogno di un sorriso smagliante, di denti quanto più bianchi e curati (i suoi erano tremendamente gialli anche se non fumava e non beveva caffè), qualche centimetro in più in altezza (“non è possibile in questo mondo essere alto soltanto un metro e sessantotto centimetri, nessuno potrebbe “Uccidere Roger Federer” con questa ridicola altezza!”) che lo rendesse almeno proporzionato agli altri rappresentanti giovani e rampanti del genere homo del XXI secolo, e poi bisognava fare palestra, non c’era nient’altro da aggiungere, bisognava fare palestra e lui lo sapeva benissimo, la forza del corpo è anche la forza dello spirito, “mens sana in corpore sano” si ripeteva spesso (e la citava in società ogni volta che poteva). Rifletteva che stava perdendo contatto con la realtà proprio per il fatto che non curava il suo corpo, “i denti gialli sono la causa!”, “quella maledetta pancia!”, “quell’orribile metroesessantotto”, e questo soprattutto perché il piccolo signor F non ne poteva più di ritrovarsi sempre rintanato dentro la sua mente come in una tana all’interno della quale nessuno poteva entrarvi, nessuno poteva avervi accesso, questa era la più profonda motivazione della sua eccessiva produzione di pensieri, quello che vogliamo dire è che non è che si sentisse particolarmente disagiato o non amasse immergersi nelle sue fantasticherie o nelle sue ritorte riflessioni, ma che oramai si era convinto che la sua mente era capace di produrre pensieri in numero eccessivo se non addirittura abnorme (come avete avuto modo di appurare lungo tutta questa narrazione – malattia questa che per contagio è penetrata nel narratore) e così pretendeva di essere capace di seguirli tutti quei maledetti pensieri che gli affollavano la mente, il nostro eroe non voleva perderne neanche uno, e quando capitava, perché capitava, che uno (giustamente) decidesse di andarsene via da quella mente convulsa lui cercava in tutti i modi di riacchiapparlo e quando non ci riusciva gli sembrava per un attimo di impazzire, poi (fortunatamente) di solito gli capitava di dimenticare a catena anche il motivo per cui si sentiva di impazzire e così riacquisiva la sua lucidità. Insomma rifletteva e rifletteva sul fatto che stava rinunciando a una normalità fatta di connessione anima/corpo, di scambio reciproco e di determinazione di volontà incrociate. Di tanto in tanto, e in quel tragitto che lo portava verso la casa dei genitori in particolar modo, pensava che “se almeno fossi pazzo, potrei già considerarmi un angelo o un privilegiato! se almeno fossi completamente pazzo!”, e invece no! il piccolo signor F aveva ancora un corpo e soprattutto era lucido (“maledizione!”), e sentiva bene di averlo questo corpo e riteneva di percepirlo ancora di più e in maniera più fastidiosa proprio perché non aveva mai fatto palestra, non lo aveva mai curato, oramai infinitamente flaccido il suo corpo lo accompagnava in giro per le strade, ricordandogli soltanto i suoi dolori, e ora il mal di schiena (c’è sempre un buon motivo per averlo e questa complessità di motivazioni lo tormentava: una volta perché si avvicina il cattivo tempo e sta cambiando la pressione, un’altra volta perché piove e l’umidità non fa di certo bene ai dolori, un’altra volta ancora perché si avvicina il bel tempo e cambia nuovamente la pressione, un’altra volta perché – “e te lo dico sempre!” ripete l’anziana e simpatica madre – sta sempre seduto dinanzi al computer, soprattutto in quelle giornate in cui non riesce ad uscire di casa, i giorni più tristi della sua grama esistenza, e in cui non riesce neanche a fantasticare e dunque a passeggiare, e bisogna che lui tenga costantemente la mente distratta, lontana da se stessa, e allora computer e computer, internet su internet, siti di informazione su siti di informazione e infine uno schiacciamento delle vertebre lombo-sacrali), ora il mal di stomaco (dovuto, di volta in volta, a: alimentazione sbagliata perché quel giorno non aveva cucinato, alimentazione sbagliata perché quell’altro giorno aveva cucinato ma in maniera troppo pesante, alimentazione sbagliata perché quel giorno alla veneranda età di trentotto anni aveva ingurgitato centocinquanta grammi di pasta con un sugo-pronto sottomarca, alimentazione sbagliata perché proprio quell’altro giorno ancora aveva saltato quasi del tutto la colazione, alimentazione sbagliata perché un giorno i fagioli, il giorno successivo i ceci, e il terzo giorno i piselli non fanno bene a chi è tendenzialmente colitico, alimentazione sbagliata perché i successivi tre giorni ha mangiato pizzette e altre cose da rosticceria, “e poi sei sempre nervoso, sempre cupo, lo so, la vita di questi tempi è dura, ma ci siamo noi!” gli ripeteva quasi quotidianamente la madre quando la sera si sentivano al telefono), ora una qualsiasi altra localizzazione di quel maledetto male che lo affliggeva da anni anzi da quanto tempo non lo ricordava neanche più, perché – ed è nostro dovere riportare anche questo – lui era convinto di avere un “male” di natura del tutto particolare, una specie di fluido o forse di piccola entità, che, lo si voglia chiamare batterio, che lo si voglia chiamare virus, che lo si voglia chiamare in qualsiasi altro modo, era per lui qualcosa di “vivo” e in un certo senso di “raziocinante”, una sorta di piccola entità che si spostava continuamente all’interno del suo corpo, non che lui realmente ritenesse di poter circoscrivere un “qualcosa” dotato di densità ontologica, ma nonostante ciò riteneva che fosse “vivo”, dunque “esistente” pur non essendo reale, e a onor del vero il suo male era particolarmente inafferrabile e le medicine (il nostro eroe aveva grande fiducia nella chimica ma intuiva che non era purtroppo onnipotente) non potevano nulla, spesso il mal di schiena non se ne andava neanche con le iniezioni di voltaren e il mal di stomaco? “non ne parliamo proprio”, si trattava insomma di un male che lui si sforzava di comprendere e di cui non si dava spiegazione, tanto più che aveva sempre sentito dire che quella sarebbe dovuta essere l’età, i trentotto/quarant’anni, in cui l’uomo, evidentemente non lui, ma gli altri rappresentanti del genere homo del XXI secolo, raggiungono la pienezza fisica.

Quando poi, ancora fortemente sovrappensiero, il piccolo signor F stava per entrare nella Pignasecca, convulsa strada che permette di liberarsi da convulsi pensieri, ecco che un uomo grosso, sulla cinquantina, che calzava un cappotto di almeno un paio di misure in più, pelato, dall’aspetto poco intelligente, o, per meglio dire, poco intelligente soltanto per chi non fosse stato capace di cogliere una strana (e minacciosa) luce negli occhi contornati da uno spesso strato di violacee venature, gli si fece incontro, gli strinse il braccio e gli urlò in faccia: “tu gli devi spaccare la testa, hai capito?” e, visto che, evidentemente il nostro piccolo signor F, i cui occhi erano strabuzzati e la bocca era rimasta scioccamente spalancata, sembrava non aver capito nulla, il signore sulla cinquantina gli ripeté l’invito: “ma allora sei proprio un coglione? ti ho detto che gli devi spaccare la testa, hai capito, spaccare la testa!”. Il piccolo signor F si riebbe soltanto quando cominciò a sentire che qualcuno alle sue spalle stava ridacchiando e che quell’energumeno terribile era scomparso. Un tremante vecchietto, il quale, data la conformazione del suo corpo, sembrava doversi sbriciolare da un momento all’altro, vedendolo in quell’angosciosa impasse,lo rassicurò bonariamente: “è una brava persona, non vi preoccupate, è soltanto un poco pazzo”. Il nostro eroe sorrise al vecchietto pur non essendosi più di tanto rassicurato e chissà perché il suo pensiero tornò ancora una volta al suo stato di salute fisica mentre gli si imprimeva nella testa l’immagine di fiotti di sangue che uscivano dalla testa di qualcuno e, per scacciarla e soprattutto per scacciare il piacere malsano che provocava quella raffigurazione, decise di non pensare più a questo minuscolo accadimento e di dedicarsi a ragionare alla maniera con la quale presentare il fatto ai suoi adorati genitori.   

Il piccolo signor F, che si stava recando a casa dei genitori, come era solito fare un paio di volte a settimana perché sinceramente affezionato e sinceramente innamorato della madre e del padre (per il quale non provava alcun odio edipico), aveva cominciato col prendere questa decisione sul suo stato di salute fisica, avrebbe fatto le scale a piedi (erano sei piani) di buon passo, senza mai fermarsi, in maniera tale da rinforzare il suo flaccido corpo e non pensare più a quegli strani e affascinanti fiotti di sangue.

 

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