“Il risultato fu penoso: silenzio, imbarazzo, stupore. Si sentì volare la parola canovaccio; qualcuno chiese se si trattasse di una tragedia o di una commedia. Quasi tutti furono d'accordo nel giudicare il testo irrappresentabile. Fu così che Čechov − lo sguardo basso, le mani in tasca, a piccoli passi lentissimi − se la filò in albergo, sulla Tverskaia, senza farsi notare”

Cesare Garboli su "Le tre sorelle"

Martedì, 06 Novembre 2012 18:33

Le immagini della fine

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Prima immagine. Don Fabrizio Salina ha gli occhi azzurri, il colorito imperlato di roseo, il pelame d’un fulvo colore del miele. Al posto delle mani ha zampacce, al posto delle dita lunghi artigli sensibili. Altissimo, signoreggia "su uomini e fabbricati". Il suo passo è un trionfo, tale da annunciarsi incutendo rispetto; la sua massa è montagna, tanto da sospingere al tremolio impiantiti e vetrate, e la sua ombra, quando si corica, proietta "il profilo di una giogaia montana su un orizzonte ceruleo". Si scuotono le porte delle carrozze, quando passa. Gemono i divani, al solo avvistarlo. La tavola si rimpicciolisce all’istante, facendosi tavolino, al suo poggio dei gomiti. Con la testa arriva ai lampadari, con un soffio richiude le tende.

È – Don Fabrizio Salina – un colosso, una sagoma immensa, un gigante; è una statua ma non una statua qualsiasi: "È l’Ercole Farnese". Con la pelliccia di leone posata sotto l’ascella; con i tre pomi del giardino delle Esperidi stretti e nascosti dietro la schiena; con la clava cui s’addossa per fare riposo. Con la folta barba virile, la virile venatura dei muscoli: "È l’Ercole Farnese". Don Fabrizio Salina è l’Ercole Farnese ovvero è l’emblema marmoreo della dinastia dei Borbone: della dissipazione della casa reale, dell’esilio subito dalle stanze che contano, del confino in un angolo di un museo e della storia. Don Fabrizio Salina è l’Ercole Farnese: cosa che resta fermissima, in una quiete che strazia, mentre altrove la vita s’accelera.
Dove finisce Don Fabrizio Salina? Dove esala il suo ultimo rantolo, su cosa si fissa il suo sguardo biancastro? Quale ristagno ascolta il suo petto fermarsi?
Seconda immagine. Lontano troneggia su qualche campo di verde la sua dimora barocca e rococò. Le volte istoriate, le piastrelle di maiolica, il pavimento di tessere. Le divinità dell’Olimpo negli angoli, alle pareti le ali d’uccelli. "Fasto sbrecciato che allora era lo stile del Regno delle Due Sicilie", sbiadisce a distanza: Don Fabrizio Salina muore all’albergo Trinacria, il medesimo citato dal De Roberto in Ermanno Reali, il medesimo in cui Cesare Abba (Da Quarto al Volturno) pone i garibaldini a riposo, tra una conquista e una conquista: "Nella gran sala della Trinacria si desinava un’allegra brigata". "Nella gran sala" scrive Cesare Abba. Ne Il Gattopardo, invece, il luogo è una cloaca, una fogna, un lercia tana di scarafaggi nella quale s’inspira l’odore di orine giallognole, galleggianti nei cantari non ancora svuotati. Fetida stanza bassa in un quartiere angustiato, è qui che la gran statua si sfalda, ciottolo a ciottolo, granello a granello: perde vigore, possanza, pienezza; cangia colore, sfrangia i suoi termini, si consuma all’aspetto poi serra d’immobile le sue pupille di pietra.
Cosa rimane, defunto il gran principe? Quanto della sua persistenza ancora risiede a palazzo? Chi sospira dei sospiri perduti?
Terza immagine. Villa Salina è silente, umidiccia, chiusa alla luce; la sua antica bellezza è annerita. Le bertucce e i pappagalli dei parati sono stati sostituiti da volatili indecifrabili, l’antica armonia dei colori è sbiadita, i fregi di stucco hanno perso centimetri. Sul divano un banale panno d’oro e di blu, dalla cappella privata è stato ricavato un salotto, dal soffitto è raschiato l’affresco dei miti. All’altare vi domina un quadretto amoroso alla maniera del Tranquillo Cremona, in una camera un mobilio intarsiato "in brioso stile maggiolino" offende il restante. Nell’aria odore d’incenso, nell’aria soltanto il tocco dell’ago che passa il cotone: è Concetta che cuce.
Rannicchiata, la preferita di Don Fabrizio impera su un silenzio che impera. Nera, grassa, sdegnosa controlla le voci assopite, le morte memorie, le ansie passate. Controlla il reliquario, in cui serba a lucchetto le carte paterne e le immagini del cugino Tancredi. Controlla il corredo da sposa mancata, che marcisce, s’allenta, si sfibra dietro l’anta di un armadio vetusto. Controlla le grosse cornici di pregio, vuotate del falsume d’icone copiate. Controlla questo "mucchietto di pelliccia tarlata" con orecchie, muso di legno, occhi di vetro ch’è ciò che rimane di Bendicò, "il fracassoso alano del padre": rigido in terra, è l’unica rimanenza degna d’essere ancora guardata. Finirà anch’essa ai rifiuti.
Vi finirà per improvviso abbaglio trascorso (Tancredi, la tavola, un’offesa subita): anche questo grumo di peli scade a "nido di ragnatele e di tarme" da cui non ne viene che terribile "nebbia di malessere". Così prosegue la pagina: "Concetta è disperata. Deve allentare il filo fatale, non potendo reciderlo. Suona il campanello e ordina che la pelliccia venga buttata nella spazzatura. Segue un momento di compassionante tenerezza. Per un attimo gli occhi di vetro del cane fissano Concetta con umile rimprovero. Lo sguardo è da creatura agonizzante". Ed ancora: "La carcassa vola giù dalla finestra. Vola, come in un quadro di Chagall. Non precipita. Il movimento è au ralenti. Per un istante non misurabile dal mucchietto di peli tarlati la pelliccia si ricompone in figura; e prima di ridiventare mucchietto d polvere livida, si vede intero, baffi compresi, danzare nell’aria il Gattopardo araldico di casa Salina". Il quadrupede solleva l’anteriore destro, "pare che imprechi", finisce disteso. Don Fabrizio come marmo borbonico; la morte d’un principe in una fetida stanza; la pelliccia di cane che impreca nell’aria: tre immagini sottratte a Il principe fulvo di Salvatore Silvano Nigro; tre immagini sottratte a questo "racconto di un romanzo" che si legge con la stessa leggera bramosia con cui si fa rassegna dei dipinti d’un tempo: d’uno s’ammira il tono d’insieme, d’un altro si nota la posa della mano; d’un terzo rimane la curva d’un tratto.
Si carezza così, d’un tocco che ancora palpita quando si chiude il buon libro, il giovane Tomasi in giro per l’Europa; la misteriosa scomparsa di La Ciura (e di Majorana); la fatica di Soldati a trarre dal romanzo un buon film. Si carezza così Il Gattopardo, apprezzandone la sua vicenda consunta, la sua consunta valenza fantastica prima che storica, allegorica più che politica. Con la sorpresa finale d’apprenderne un grumo celato, riposto e fallito: "Nulla di ciò che è stato detto sugli autori che gli sarebbero serviti da modello è esatto. Il suo libro favorito, quello che egli credeva di imitare nel Gattopardo, è impensabile perché lontanissimo dalla sua opera. Credeva di adottarne lo schema, il tono, l’humour. È Pickwick Papers di Dickens. Ne aveva una copia sul tavolino da notte, se lo portava in viaggio, se lo rileggeva di continuo". Tentativo disfattosi per il peso dell’ansia, anch’esso è un’immagine che resta, chiuso il buon libro.


Salvatore Silvano Nigro

Il Principe fulvo
Palermo, Sellerio, 2012
pp. 153


                                         

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