“Chi v'agghia dici? Ca quiddu nda capa meja tengu tanti i quiddi buchi, cumi si ci avissi na negghia attùarnu attùarnu a capa. Pu a na vota nu colpu i viàntu e pi nu mumentu si vidi angunu cuntu, ca pu jè quasi sempi u stessi cuntu, e pu n'ata vota a negghia attùarnu....”

Saverio La Ruina

Martedì, 30 Aprile 2013 09:10

Bazlen: due o tre cose che so di lui

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All’articolo di Alessandro Toppi su Bazlen (http://www.ilpickwick.it/index.php/letteratura/item/390-storia-di-bobi-che-si-perse-tra-i-libri) aggiungo due o tre cose che so del triestino…
Per accadimenti miei ho conosciuto gente che ha avuto a che fare con Bobi Bazlen.
Bazlen lo facevi felice se gli cucinavi il cavolo nero, perché odiava la pastasciutta e quando veniva a Roma da Trieste frequentava la coppia Moravia-Morante, ma senza appartenere al codazzo che i due intellettuali si portavano dietro (tranne Sandro Penna che dormiva tutto il giorno, salutava tutti e andava a caccia di militari in libera uscita).

Non ci è dato sapere se realmente sopportasse la corte che stava intorno ad Elsa, che lo nomina anche in una sua lettera. Una sera, a cena, c'è un certo Giacomino che è un fedifrago impenitente. Elsa scrive: "Secondo quanto mi avevi detto, ho parlato con Bobi (che è stato spesso in queste sere con Giacomino e con noi), Bobi capisce a mio vedere la psicologia umana molto meglio di me... la diagnosi di Bobi è un po' crudele, ma forse non sbaglia. Dice in sostanza che Giacomino è egoista e si trova nei riguardi della vita come quei bambini che dicono voglio tutto. Lui lo fa con le donne".
Insomma un rapporto c'è anche se Bazlen era figlio di Trieste e, a Roma, si sentiva come imprigionato.
La verità è che lui avrebbe scritto volentieri L'isola di Arturo, un capolavoro, ma non ce la faceva. Era immobile. Come un gatto soriano che aspetta che gli si dia da mangiare.
Il poeta Dario Bellezza (che ho conosciuto meglio della vita mia) lo trovava silenzioso, spesso Bobi gli chiedeva di andare per bancarelle a trovare libri esauriti, vecchi: era spaventosamente attratto da qualsiasi cosa scritta. Il poeta lo accompagnava ma non potevano parlare di fatti amorosi, Bellezza era omosessuale, invece a Bazlen piacevano e parecchio le donne (qualche filarino capitolino c'era sempre; anche se ombroso piaceva molto alle femmine romane).
Nel suo libro Addio a Roma (Neri Pozza, 2012), Sandra Petrignani riporta le parole del musicologo Mario Bartolotto: "Bazlen l'ho incontrato un paio di volte con Roberto Calasso. Persona molto singolare, dalla conversazione leggermente aggressiva, ma non polemico, mai. Con me inscenava atteggiamenti protettivi, non perché fosse di venticinque anni più vecchio, ma per trattarmi scherzosamente da provinciale: venivo da Pordenone, dovevo stare attento al traffico delle città, potevo finire a ogni istante sotto una macchina. Mi diceva cose così".
Altezzoso, ma protettivo, nel 1958 affitta una stanzetta piccola in Via Margutta, un posto incantevole; sempre la Petrignani annota che lui adorava quella stanza disordinata, piena di libri, da dove uscivano furtivamente parecchie fanciulle. Adorava anche la fontana che era nel cortile, con l'acqua che scorreva sempre.
A Bobi arrivavano molti manoscritti di poeti e, come la Morante, era perfido. Rispondeva sempre di essere occupato a fare altro nella vita, perché le poesie erano bruttissime (la Morante addirittura le bruciava, sempre esagerata).
Di Bazlen si parlò molto quando uscì il libro di Daniele Del Giudice, Lo stadio di Wimbledon.
Toti Scialoja scrive: "Era uno che cercava nei libri la primavoltità, il suono giusto. E anche nelle cose. Senza originalità o novità non vedeva Valore. Ma poi usava espressioni da ragazzo, tipo ‘mi sono divertito un mondo e mezzo’”.
Quando fu sfrattato dalla casa di via Margutta, era disperato. Cercò un posto simile, non lo trovò, si intristì, la sua vita gli sembrava “l'emblema del Fallimento in terra".
Bazlen morì suicida forse, nel 1965, una stanza d'albergo di Milano.
Era svuotato, provò a scrivere, ma aveva smarrito il senso del narrare, le parole avevano perso nerbo, vigore.
Avendo problemi cardiaci, il suicidio ipotizzato non è così certo, lui poi ripeteva sempre: "Posso andare avanti per un lungo tratto, la vita è sgombra".
Alberto Moravia lo odiava, diceva che era piccolo, molto brutto, con una spalla più alta dell'altra. La Morante ricevette una poesia di Bazlen, ma essendo perfida di natura e incattivita dal rapporto con Moravia, ormai inesistente, disse: "È chiaro che non è un poeta". Bobi non se la prese, era ammaliato da Elsa, forse l'amava anche un po' e con il fatto che frequentava spesso coppie in procinto di separarsi venne definito dal demimonde capitolino "Il nemico delle mogli".
Ancora Elsa: "Lo ricordo sempre in fuga per le strade, piccolo Socrate ambulante in un continuo andirivieni".
Valentino Bompiani lo tratteggiò così: "Coltissimo, poliglotta, di una intelligenza che si esprimeva per aforismi; è tutta cultura e si direbbe non contenga altro".
Quel 27 luglio del 1965 doveva andare a cena da Montale. Lo aspettarono invano. Era morto nel pomeriggio: infarto o suicidio? Poco importa.
Ossessionato dai libri diceva che quasi tutti i libri sono note a piè di pagina.
Chissà: se avesse avuto più riguardo verso se stesso, se avesse avuto più amici leali.
Anche lui finisce come avventore delle cene nei ristoranti con Morante-Moravia, poco amato, solo tollerato.
Voleva scrivere L'isola di Arturo, ma c'era chi l'aveva già fatto.

 

 

AA.VV.
L'amata. Lettere di e a Elsa Morante
Einaudi, Torino, 2012
pp. 686


Sandra Petrignani
Addio a Roma
Neri Pozza, Roma, 2012
pp. 336

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