“Chi v'agghia dici? Ca quiddu nda capa meja tengu tanti i quiddi buchi, cumi si ci avissi na negghia attùarnu attùarnu a capa. Pu a na vota nu colpu i viàntu e pi nu mumentu si vidi angunu cuntu, ca pu jè quasi sempi u stessi cuntu, e pu n'ata vota a negghia attùarnu....”

Saverio La Ruina

Lunedì, 29 Aprile 2013 23:34

Aprile, 2013

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Voi volete che quanto ho visto non sia vero, e vi capisco.
Capitò anche a me, una volta, di ascoltare uno con le labbra umide e gli occhi che tendevano all’infinito, e mentre l’ascoltavo mi dicevo “vabbè, prima o poi finisce”, solo che questo non finiva mai. Mi disse che non c’erano grandi cose da aspettarci per i prossimi anni, e che l’uomo è più cattivo delle iene. Io sbadigliavo per la notte pesante e la piazza che svuotava e il senso della fine inesorabile di un giorno qualunque. Lui beveva vino rosso, parlava, mi porgeva la bottiglia senza guardarmi. Ce ne stavamo a pochi centimetri, faccia a faccia, sotto lo sguardo neutro di un eroe risorgimentale, di quelli che hanno fatto l’Italia senza schiamazzi e con la giusta sobrietà, a quanto pare. Per tenermi desto pensavo alle iene dello zoo che nonostante tutto ridevano. A un certo punto addirittura risi. Anche io. Quello davanti a me allora si fermò e, preso fiato, disse "tu non capisci".

"No, non capisco".
"Ma capirai, è fisiologico".
"Cosa?"
"È fisiologico".
Risi di nuovo, e mi sentii bene come quando tutto intorno è relativo, ci sei solo tu e un pensiero a farti il solletico.
Vi dico ora che ho capito.
La città era formicolante, ieri, per le sei del pomeriggio, orario da passare tra shopping, caffè ed altre amenità. La gente faceva le sue cose come ha sempre fatto, assecondando le proprie voglie e/o necessità. C’era una signora seduta su un marciapiede, grassa e timida, rappresentante di quel sottoproletariato degli ultimi trent’anni che si è sempre tenuto a galla condividendo, a tratti, i piaceri dell’occidente. Una vecchia benestante le si accostò e le donò poche parole e spiccioli. Ero certo che sarebbero stati ben spesi.
Poi vidi, sotto un porticato, un letto matrimoniale circondato da ombrelli aperti perché ad aprile il sole è caldo ma il vento è ancora freddo, e insinuante. Su quel letto dormiva una coppia giovane. A pochi passi dalla strada.
Io pensai “ma guarda questi come sono ridotti”. Pensai “di chi sarà la colpa?”. Pensai “le cose vanno proprio male”.
Pensando scavavo nel portafogli tra gli spiccioli in cerca di qualcosa da lasciare. Smisi di cercare e rovesciai nel piattino tutte le monete che avevo, sicuro che sarebbero state ben spese. Guardai la coppia, il mio cuore si scioglieva; quanto amore, in me, per loro. Fa bene fare del bene.
Ora vi dico, e ve lo dico troppo tardi: colui che mi disse la verità era un barbone. Sì, un barbone, non certo un clochard, qui non sono mai esistiti i clochard. Ieri sono stato in città a caccia di barboni per un motivo mio personale – una di quelle cose inconfessabili che tutti abbiamo dentro come bombe innescate ad oltranza – e in giro non ne ho trovato nemmeno uno, c’erano solo questi miserabili che stanno in strada per cause sin troppo precise. Ma, poiché non insistete, vi dico che siete tutti delle iene. Ve lo dico in faccia come si conviene. È lecito essere sinceri, un giorno, una volta per tutte, prima di restare soli. Io – a questo punto la dico tutta – volevo sporcare il coltello nuovo in mezzo a gente che non valeva la pena, tanto per vedere qualche strappo alla vita, perché tutti ormai si reggono infagottati nella carne, senza nulla dare, vivi quanto i lupini lasciati in ammollo, a spruzzare acqua gaiamente, salata. Sono trent’anni che la gente ingrassa. I barboni no, loro non contano nulla e così non ci avremmo perso niente a testarli come si deve, con la lama nuova, pregustando i fasti di una strage salutare che dovrà farsi un giorno, in prossimità di tempi peggiori. Eppure, avendo visto la città nell’ora più gaudente, vi dico che non c’è più speranza. Quanto mi è costata, questa voglia, lo sanno quei due che dormivano attaccati in miseria perfetta: un euro e venti centesimi di sopravvivenza vana, lungo i bordi della strada.
Io, ora che ci penso, il coltello lo regalo ai barboni.

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