“Chi v'agghia dici? Ca quiddu nda capa meja tengu tanti i quiddi buchi, cumi si ci avissi na negghia attùarnu attùarnu a capa. Pu a na vota nu colpu i viàntu e pi nu mumentu si vidi angunu cuntu, ca pu jè quasi sempi u stessi cuntu, e pu n'ata vota a negghia attùarnu....”

Saverio La Ruina

Domenica, 28 Aprile 2013 13:19

La scatola, la grande magia

Scritto da 

Che significa un muro? Che cos’è un muro se 

non un giuoco preparato? Dunque, devi essere

d’accordo con me che non esiste. La pietra è

una. (Mostrando la platea) E quello è il mare!

             Eduardo De Filippo, La grande magia

 

 

La vera scatola de La grande magia non è questa che Calogero Di Spelta stringe alle dita e che – per proteggere da sguardi indiscreti – tiene ora al petto, ora sul ventre, ora sotto al braccio ed a cui dedica ora uno sguardo, ora una carezza, ora parole di compianto o timore nell’attesa – inattendibile – che da lì torni la moglie sparita: questa non è che una cianfrusaglia da palco, una rigatteria di legname e di vetro con false gioie per decoro o qualche fregio smaltato in origine che, a forza di prove e di repliche, ha perduto la sua lucentezza. Una quisquiglia, questa scatola; un balocco, questa scatola; un orpello opaco e sbiadito, questa scatola, presa da chissà che robivecchi o trovata in chissà quale angolo buio di chissà quale oscuro magazzino d’arnesi.

La vera scatola de La grande magia è l’altra scatola, quella cui costantemente allude Eduardo e che Rosario Sparno ha il merito di far costruire al Ridotto: due quinte laterali da cui si entra e si esce, una parete di fondo più nera del nero e, come orlo frontale, una cornice di lampadine a comando, retaggio visivo di qualche vecchia pedana di provincia. La vera scatola teatrale è l’altra scatola ovvero è la scatola posta nel centro a fare da luogo nel luogo, da scena nella scena: l’altra scatola è il teatro, fatto in teatro.
La vera scatola de La grande magia è il teatro. Non è forse in teatro che un luogo (ad esempio: il grande giardino di un grande albergo di una grande località di vacanza) diventa un altro luogo (ad esempio: la piccola stanza di una piccola casa in un piccola località imprecisata) col cambio di un solo oggetto d’arredo (ad esempio: il lampadario)? Ebbene qui abbiamo proprio un grande giardino che diventa una piccola stanza ed, in aggiunta, un’altra stanza ancora col cambio di ciò che pende dall’alto!
E non è forse in teatro che un attore o un’attrice (ad esempio: un'attrice) può interpretare un ruolo (ad esempio: una di quelle donne “insignificanti che spesso s’incontrano d’estate al mare”) che si scopre, poco dopo, essere solo una recita nella recita che sta già recitando? Ebbene qui abbiamo proprio un’attrice che fin dal primo istante è (ovvero fa finta di essere) Zaira Marvuglia ma Zaira Marvuglia – nei primi cinque minuti de La grande magia – è (ovvero fa finta di essere) una di quelle donne “insignificanti che spesso s’incontrano d’estate al mare” come, ad esempio, la Signora Locascio!
E non è forse in teatro che il buio si mostra o s’illumina con un gesto della mano? Non è forse in teatro che, con un gesto diverso della stessa mano, possono salire o scemare gli applausi? Non è forse in teatro che – con un altro gesto della mano e con la fissità dello sguardo arricchito dallo stupore infantile – il mare si fa pubblico, una parete si fa mare, una parete si fa pubblico?
E – ampliando – non è forse in teatro che capita questa sana follia quotidiana per cui uomini, donne e bambini si chiudono in una grande scatola in muratura, qui siedono, assiepati uno accanto all’altro, chiacchierano, rumoreggiano, bisbigliano fitti per poi tacere all’istante: ecco apparire altri uomini e altre donne (e talora altri bambini) che – nella stessa scatola – avanzano per fingere di essere ciò che non sono, in un luogo che non è quel luogo ma che si prende per quel luogo, con l’ausilio di oggetti che sono quegli oggetti ma che stanno anche per altri oggetti e per altri ancora ed ancora?
Non è forse il teatro, dunque, questa favola (dichiarata per favola) a cui – necessariamente – si crede ogni volta? Non è forse il teatro questa bugia (che è una conclamata bugia) cui – necessariamente – ci si affida sicuri? Non è forse il teatro questa menzogna (dimostrata menzogna) da cui – necessariamente – si dipende e per la quale si spasima?
Non è forse il teatro questa grande magia, non è forse il teatro La grande magia?
Perciò La grande magia di Rosario Sparno è, per chi scrive, innanzitutto un omaggio al teatro: alla sua verità artificiale, alla sua sincerità ipocrita.
Lo è nel minuscolo assito, che tanto ricorda le stanze assai povere dei cabaret del passato: luogo misero, disadorno, stantio, richiama a memoria gli spazi vetusti in cui mimiche, smorfie e brevi sketch producevano sonore risate, tonanti e improvvise.
Lo è nei numeri che conferma o che aggiunge: l’apparizione di una pallina rossa dietro l’orecchio di un bambino in prima fila, la scomparsa di un grosso dado di legno, l’invenzione di cinque fazzoletti dal nulla. Giocoleria minima, strappa d’immediato l’applauso a chi assiste tramutando il pubblico de La grande magia nel pubblico previsto all’interno de La grande magia.
Lo è nella delicata maniera con la quale allude, senza mai esplicitare in eccesso, a certa mesta tristezza della vita di scena: la pochezza dei trucchi, la mancanza di spiccioli, la fatica di un mestiere che si trascina, talora stancandosi, di replica in replica.
Compiendo rilettura metateatrale (per battute, interrelazioni, abbattimento della quarta parete, cambi d’abiti e d’arredi a vista, riferimenti palesi e diretti alla recitazione ed alla regia) Rosario Sparno fa del teatro un mondo, fa del teatro il mondo: “Uno, due e… tre!” è la formula che consente a Di Sperta di accedere in quest’altra dimensione possibile – lo spazio del palcoscenico sul palcoscenico – in cui ciò che è vero è verosimile, ciò che è verosimile è probabile, ciò che è probabile è possibile, ciò che è possibile è incerto, ciò che è incerto diventa impossibile, improbabile, inverosimile e falso: Di Spelta, in teatro, può permettersi di tramutare il vero in falso giacché in teatro – e dove altrimenti? – vero e falso danno forma e natura alla stessa persona (un attore è un attore ma è anche l’identità che sta interpretando), allo stesso spazio (il palco è il palco, ma è anche l’altrove che viene inscenato), allo stesso tempo (l'adesso è adesso, ma è anche l’allora che viene evocato). Per questo – saltato su – a Di Spelta non conviene tornare in platea, lì dove “il pane è pane, il vino è vino, e l’acqua di mare è amara e salata”: sul palco, infatti, il pane può essere vino, il vino può essere acqua di mare, l’acqua di mare può essere pane.
Ma facendo del teatro il mondo, Rosario Sparno – giacché in pieno si declina la metaforizzazione barocca che è di base al teatro – rende anche il mondo un teatro per cui, se può dirsi “tutto il mondo è teatro”, può anche dirsi che in tutto il mondo la pratica illusiva di mentirsi – perché il reale sia accettabile – è operazione consueta e salvifica: “Li vedi questi uccellini? Appena mi vedono se metteno a cantà… He ‘a vedé comme me cunosceno; e forse, me vonno pure bene. Per forza, li governo io ogni mattina. Ogni tanto poi sa che faccio? Metto ‘a mano dint’ ‘a gabbia e me ne piglio uno che mi deve servire per un esperimento d’illusione. Lo metto in quest’altra gabbietta più piccola e lo presento al pubblico. ‘Ecco, signori’. La copro con un quadrato di stoffa nera, m’allontano di quattro passi, e sparo nu colpo ‘e rivoltella. Figurati il pubblico: ‘È sparito. Comme ha fatto? È un mago!’. Ma il canarino non sparisce: muore! Muore schiacciato tra un fondo e un doppio fondo. Il colpo di rivoltella mi serve a mascherare il rumore che produce lo scatto della piccola gabbia truccata. Poi naturalmente la devo riordinare, e sai che trovo? Una poltiglia di ossicini, sangue e piume. ‘E vvide chisti ccà, chiste nun sanno niente. Illusioni non se ne possono fare. Noi, invece, sì, ed è questo il privilegio…”.
Scusandoci per il lungo riporto lo giustifichiamo perché in esso vi è tutto ciò di cui abbiamo scritto un attimo prima: il teatro come mondo e il mondo come teatro; il trucco sul palco ed il palco come trucco; il giuoco come inganno e l’inganno come giuoco. E c’è la differenza tra chi non può illudersi e chi – privilegio – può farlo: i primi diventano presto “una poltiglia”, andando incontro alla morte, mentre i secondi – la morte – la rimandano: dopo il prossimo giuoco, dopo il prossimo numero, dopo il prossimo imbroglio.
Dopo lo spettacolo prossimo, i prossimi inchini, i prossimi applausi.
In teatro l’illusione funziona così.
Funziona così, talvolta, la vita.

 

 

 

La grande magia
di Eduardo De Filippo
adattamento e regia Rosario Sparno
con Luca Iervolino, Antonella Romano, Rosario Sparno
aiuto regia Paola Zecca
coach/consulente giochi di prestigio Massimiliano Foà
disegno luci Riccardo Cominotto
costumi Alessandra Gaudioso
scenotecnica Gaetano di Maso
produzione Teatro Le Nuvole-ragazzi, Teatro Stabile di Napoli
durata 1h 15'
Napoli, Ridotto/Teatro Mercadante, 27 aprile 2013
in scena dal 26 al 28 aprile 2012

 

 

 

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