“Chi v'agghia dici? Ca quiddu nda capa meja tengu tanti i quiddi buchi, cumi si ci avissi na negghia attùarnu attùarnu a capa. Pu a na vota nu colpu i viàntu e pi nu mumentu si vidi angunu cuntu, ca pu jè quasi sempi u stessi cuntu, e pu n'ata vota a negghia attùarnu....”

Saverio La Ruina

Sabato, 27 Aprile 2013 18:31

L’"Estate crudele" di Alessandro Bertante: un urlo dall’abisso di una 'civiltà al tramonto'

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Il tempo ha perso valore, come le distanze.

Io sono un sopravvissuto.

 Alessandro Bertante, La magnifica orda

 

 

Fornire strumenti agli imbonitori da fiera è l’ultima delle bassezze possibili di una civiltà al tramonto. Ho bisogno di vento. Ho bisogno di pioggia.

Alessandro Bertante, Estate crudele

 

 

"Io sono solo, sconfitto, imprigionato e ingannato tutti i giorni di questa estate rovente": così inizia l’ultimo romanzo di Alessandro Bertante, Estate crudele. È subito solitudine, una solitudine che divora e attanaglia il protagonista io narrante, Alessio Slaviero, personaggio che già compare nel precedente romanzo-breve dell’autore, La magnifica orda.

L’ambientazione ha una precisa collocazione temporale e spaziale: siamo nella caldissima estate del 2003, a Milano, nel quartiere multietnico che si srotola a fianco dei binari della stazione centrale, tra via Padova, viale Monza e via Crespi, dove vive il protagonista. Quest’ultimo, un po’ come il Raskol’nikov di Delitto e castigo, abita in una stanza affacciata sulla strada attanagliata dal caldo insopportabile, e ne esce in modo silenzioso e circospetto per recarsi proprio in quel grande serpente imputridito che è la strada stessa, quella "strada maestra" che, secondo Bachtin, è luogo foriero di incontri nonché, insieme alla taverna, un’ambientazione – caratterizzata dal ‘basso’ – privilegiata dei romanzi dostoevskijani. Ma Slaviero è avvicinabile anche ad un personaggio ‘contemporaneo’ come il Ferdinand Bardamu del Viaggio al termine della notte di Céline: anche il protagonista di Bertante, come il neopicaro céliniano, compie un lungo viaggio, una discesa all’inferno, nei meandri della degradazione umana, nel basso, nello schifo, nel dolore esistenziale. Slaviero è una sorta di picaro metropolitano che attraversa oceani di contemporaneo dolore, si immerge fino al collo nel baratro della degradazione di tutto un Paese precipitato in un inferno esistenziale. Pieno di alcool e psicofarmaci, Slaviero attraversa i vari gironi dell’inferno contemporaneo: quel quartiere attraversato da fetori, ferito da risse e dal sangue che ne macchia i marciapiedi, popolato da tanti inconsapevoli e vigliacchi uomini ‘contemporanei’, siano essi italiani o stranieri immigrati e da pochi, coraggiosi, antichi cavalieri. Alessio Slaviero è uno di loro, lo è stato, sa cosa sono il passato e i momenti pieni di valore ad esso legati: tutto ciò che era autentico e che adesso si è perso nel torrido carnevale della vita che scorre piatta senza alcun senso, senza perché, senza mèta ("Morire nella metropoli è una condanna priva di dignità; penso a questi uomini che fra poco torneranno a casa, mangeranno cibo scaduto e si metteranno in ciabatte sugli stretti balconi di cemento nella vana ricerca di fresco, guardando la strada sulfurea e le automobili in transito; penso a questi uomini che hanno perduto ogni memoria"). Una vita come un lungo, silenzioso fiume che scorre verso la fine. Consapevole dell’esistenza di un mondo più ‘vero’ e ‘autentico’, di un passato in cui i valori erano reali – simboleggiato dall’antica pianura del Lago Gerundo, dove ora sorge la metropoli – il personaggio guarda la realtà contemporanea con uno sguardo disincantato, distaccato, ma anche profondamente coinvolto, dolorosamente coinvolto e ferito ("fuori è il mondo che mi offende").
Quasi ultimo testimone di quella degradazione antropologica di cui parlava Pasolini negli anni Settanta (non a caso, Slaviero è un dottore di ricerca in Antropologia – con una drammatica storia alle spalle – che non è riuscito a proseguire la carriera universitaria ed è divenuto uno spacciatore), il protagonista fa sentire le sue grida dal fondo del baratro, ci parla di un’Italia ("un Paese decaduto, spento, privo di giovane forza") e di un mondo inesorabilmente guastato descrivendoceli in modo onirico e allucinato, come in uno scenario apocalittico, in un futuro postatomico da fine dell’umanità (e spesso, vedendo camminare Slaviero nella notte metropolitana, ci sovviene il protagonista di Blade Runner che, solitario e disilluso, si muove in un disumanizzato futuro fra i take away cinesi nella Los Angeles del 2019). Del resto, proprio in uno scenario del genere (dopo una sorta di guerra legata al crollo del sistema capitalistico) è ambientato un altro romanzo di Bertante, Nina dei lupi (2011), in cui il protagonista, anch’egli solitario ed eroico ‘cavaliere’, si chiama sempre Alessio. In mezzo a tanta degradazione, si profilano i più vigliacchi, i più deboli: sono coloro che invece si credono forti socialmente e moralmente perché ricoprono un ruolo di potere nella società (proprietari, imprenditori) e hanno il macchinone o il Suv e l’appartamento o la villetta in zona residenziale; sono il Fosco di Nina dei lupi, che è forte solamente in mezzo all’accozzaglia dei suoi sgherri; il direttore del personale che sottopone Alessio a un colloquio di lavoro ne La magnifica orda, "la brava persona che viene dalla provincia lombarda produttiva" e che arriva a Milano "con la sua lunga berlina grigionera metallizzata" per avere un rapporto mercenario con Manuel, il travestito brasiliano che abita nel palazzo di Alessio e che è, forse, il suo unico amico. Sono, infine, il proprietario dell’agenzia di comunicazione in cui lavorava Anita, esponente di quella "vile razza codarda che conosco fin troppo bene; il nemico che i miei avi combattono da secoli e che ogni volta ritorna con una maschera diversa": "è grazie a questi cialtroni senza spirito terrorizzati dalla vecchiaia che l’antica città della pianura erede dei ghiacci eterni ha perso il proprio onore e la memoria della passata saggezza; è grazie a queste migliaia di vanitose merde che siamo un Paese decaduto, spento, privo di giovane forza".
È un testimone, Alessio Slaviero, un testimone che ci vuole parlare della fine di un mondo, del baratro in cui sta precipitando la nostra epoca. Ma, in questa società e in questo Paese dove contano solo il denaro e l’apparenza mentre la cultura viene quotidianamente devastata ("La gente legge sempre di meno; in Italia è pure peggio che all’estero, in Italia è sempre peggio") e i libri sono una razza in via di estinzione, minacciati dagli e-book ("Il libro è come la bicicletta […] dopo che l’hai inventato mica scompare, non puoi sbarazzartene così facilmente"), esiste una possibilità di salvezza? Forse, guardando la luna piena dal terrazzo, "meravigliosa", ma è solo "una menzogna", un inganno; forse, chiudendosi nel passato, nella memoria densa di significato, ma è solo un’attività sterile che ci fa precipitare ancora di più nella solitudine; forse, allora, ascoltando "antiche parole segrete" (come recita il titolo dell’ultimo capitolo), quelle più autentiche, quelle piene di memoria, di ricordo, di valori che non moriranno mai e che riescono a salvare dalla solitudine, dal dolore, dall’inferno. Come il tuo omonimo della Magnifica orda, "Salvati Alessio. Per le primavere ventose. Per gli alberi alti. Per le notti di luna. Per i giochi dei bambini"; come l’altro Alessio di Nina dei lupi,corri, corri cavaliere anarchico senza paura, corri per salvare la piccola Nina e i valori autentici: salvati, affidati alle "antiche parole segrete". Dal fondo doloroso dello schifo, dell’abiezione, del disastro, forse, si può anche risalire: salvati, Alessio; salviamoci.

 

 

 

Alessandro Bertante

Estate crudele

Rizzoli, Milano, 2013

pp. 208

 

Alessandro Bertante

La magnifica orda

Il Saggiatore, Milano, 2012

pp. 53

 

Alessandro Bertante

Nina dei lupi

Marsilio, Venezia, 2011

pp. 223

 

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