“Chi v'agghia dici? Ca quiddu nda capa meja tengu tanti i quiddi buchi, cumi si ci avissi na negghia attùarnu attùarnu a capa. Pu a na vota nu colpu i viàntu e pi nu mumentu si vidi angunu cuntu, ca pu jè quasi sempi u stessi cuntu, e pu n'ata vota a negghia attùarnu....”

Saverio La Ruina

Lunedì, 29 Aprile 2013 02:00

Veronica Tomassini, "Sangue di cane"

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“Marcin era morto. Io avevo i pidocchi. Cioè successe nello stesso momento, Marcin cagava sangue, stava morendo, beveva e cagava sangue. Io invece avevo prurito ovunque, dietro la nuca soprattutto. ‘C’hai la rogna’, mi diceva Tano, il pescatore, l’amico di Ivona. Ma Ivona stava con Marcin e Marcin stava morendo perché cagava sangue”.
Dal principio di Sangue di cane (Laurana, 2010), Veronica Tomassini sbatte in faccia al lettore alcune parole chiave che ritorneranno spesso: morte, merda, sangue. Si capisce subito che questo libro mal si presta a chi è in cerca di qualcosa di rassicurante, positivo, imbellettato di quieto vivere e di perle di saggezza. Sangue di cane è umorale, putrido, purulento, popolato di emarginati. Una donna qualunque racconta la sua storia d’amore con un polacco randagio. La storia si erge a saga polacca, e i polacchi bevono, si prostituiscono, muoiono; si muore tanto, tra queste pagine.

In epigrafe viene citato Curzio Malaparte:
“Perché non vuoi capire che vi son certamente migliaia e migliaia di Cristi, fra tutti quei morti? Lo sai anche tu che non è vero che Cristo ha salvato il mondo una volta per sempre” (La pelle).
C’è molto di Malaparte in quest’opera d’esordio della scrittrice siciliana, e non solo quando, leggendo, siamo accompagnati nelle grotte dove dormono i miserabili, tra malattia, sozzura e, ancora, morte. L’insistenza sull’elemento putrescente e osceno è un tratto in comune. Un altro è il senso di pietà cristiana verso gli ultimi della terra, quelli che devono sopportare la lotta per la sopravvivenza, e che per farlo ignorano la dignità e si vendono, e si ammazzano lentamente, e si lasciano morire: strano modo di sopravvivere, questo. La protagonista, caricandosi sulle spalle la vita di uno di loro, per amore, sperimenta sulla propria pelle questo stile di vita estremo. Il loro amore è una sofferenza tale che non si può capire, così come la sporca sopravvivenza di questi uomini e donne che si trascinano in condizioni subumane.
“[…] La strada ti tenta verso il basso, ti dispone a guardare giù nell’abisso, difficile allontanarsi” (p. 73).
La Tomassini riesce a costringere il lettore per oltre duecento pagine affacciato all’abisso, cosicché leggere Sangue di cane diventa prova di resistenza, con lo stomaco provato più della testa, e la tentazione di abbandonare questa saga degli orrori sopraggiunge più volte. Ma si deve resistere, leggere tutto, e perdere il conto dei morti, di macchie di vomito e sangue, di sconfitte su sconfitte, come se la malasorte pedinasse i due amanti, poi sposi e genitori.
Non c’è raggio di luce che possa durare in questo mondo degradato, e non c’è, tornando a Malaparte, vulcano che possa erompere e pulire la sozzura onnipresente che contagia le vite balorde dei personaggi. Puzza tutto di alcol, e di merda, e di altri umori insopportabili. E quando appare Piak, il cane ubriaco, l’autrice non si lascia sfuggire l’occasione di fare nuovamente il verso, a suo modo, allo scrittore toscano:
“Ricordano i cani? Hanno rimpianti? Piangono i cani? Yurek esalò sul prato umido di urina. C’era Piak a guardarlo. Non era solo Yurek. No, non lo era”(p. 202).
Malaparte, in La pelle, umanizzò il cane Febo per renderlo testimone del suo degrado nel bel mezzo della peste morale che funestava l’Italia durante la seconda guerra mondiale, la Tomassini fa qualcosa di analogo in un contesto marginale: Piak, il cane ubriaco, randagio in mezzo ai randagi, è l’unico a poter rendere una testimonianza sofferta di una delle innumerevoli morti che si susseguono a ritmo serrato nella storia senza dare possibilità di fermarsi e soffrire, perché non c’è lutto possibile nell’abisso dei sottouomini.

 

 

 

Veronica Tomassini
Sangue di cane
Laurana, Milano, 2010
pp. 230

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