“Io amo troppo il teatro per diventare un critico teatrale...”

Gilbert Keith Chesterton

Martedì, 09 Aprile 2013 23:10

Note a margine di Elsa Morante, poeta

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La scrittrice Elsa Morante aveva nei confronti della poesia un rapporto molto conflittuale. Detestava i poeti della domenica e coloro che le mandavano versi.
Andava in bestia, avendo una vita complicata e assurda. Di una rapida biografia non c'è bisogno, abbiamo già parlato della sua vita, ma nel 1960 accadde un fatto non trascurabile. Nonostante il marito, Alberto Moravia, già la tradisse occasionalmente, entrò nella vita dello scrittore de La noia, una ventitreenne timida e delicata, che scriveva già racconti maturi e belli.

La ragazza in questione è Dacia Maraini, già sposata, che lascia il marito per lui, Alberto, uomo coltissimo, straordinario conversatore. Avevano gli stessi gusti: per i cibi semplici, per i viaggi, per la lettura. La Morante rimane sola, nel suo inferno privato, non concesse mai il divorzio, perché era cattolica ed, evocando quei tempi, la Maraini in una intervista all'Espresso dice: "Era uno strano puntiglio religioso e fideistico. Elsa odiava la realtà e viveva in un mondo di sogni in cui il matrimonio aveva una connotazione assoluta e magica".
La Morante non esce più di casa; un ristorante le porta da mangiare a domicilio.
Sola e quasi matta. E dire che in una intervista del 1963 confessa che: "Scrivo poesie nei momenti di felicità, perché per me sono un modo di esprimere la gioia".
Lei leggeva solo Umberto Saba e Sandro Penna: perché suoi amici, perché li riteneva molto importanti (Penna poi la abbandonava e insieme con Pasolini andavano a caccia di ragazzi).
Alibi, la sua raccolta di poesie (Longanesi, 1958) inizia con un ode per il gatto gacché lei che amava i felini in modo quasi ossessivo:" Ho una bestiola, una gatta, il suo nome è Minna /Ciò ch'io metto nel piatto, essa mangia, / e ciò che le metto nella scodella, beve.
Sulle ginocchia mi viene, mi guarda, e poi dorme, /tale che mi dimentico d'averla. Ma se poi/ memore, a nome la chiamo, nel sonno un orecchio/ le trema: ombrato dal suo nome è il suo sonno"(1941).
Prese in odio il poeta Dario Bellezza, che la chiamava "la stronza". Dario impazzì, la chiamava di notte, si appostava sotto casa sua, sparlava in giro di quanto fosse falso il talento della Morante. Dal libro di Sandra Petrignani Addio a Roma (Neri Pozza, 2012) trascrivo: "Quando sceglieva una vittima, che aveva fatto o detto una cosa sbagliata, decifrabile solo a lei, era micidiale... - è il poeta Elio Pecora quello che parla - "a un certo punto mi allontanai. Altre volte era Elsa ad allontanare le persone senza appello". Continua la Petrignani: "Lo fece con Dario Bellezza, che aveva un carattere ingovernabile, la lingua lunga, perfida, pettegola".
Le poche poesie di Alibi sono molto belle:" Solo chi ama conosce. Povero chi non ama!" declama, non trovando in realtà conforto in niente.
Ora questo bellissimo libricino lo si trova dovunque, dagli scaffali ad internet, in edizione Garzanti (prima edizione 1990) o Einaudi (2004). Un'altra poesia molto bella è Sheherazade:" Il mio sposo celeste/ (padrone dei miei respiri) / benigno ritarda per me/ la sentenza mortale: / perché tra le tante spose/ io sola, unica io/ so con bellissime fiabe/consolare la notte".
Nel 1983 viene ricoverata per una grave infermità in clinica, muore nel 1985.
La donna che odiava le poesie per la prosa, che detestava l'ermetismo dei poeti coetanei, che tollerava appena il gusto camp di un Alberto Arbasino, si lasciava prendere dalla metrica e dalle allitterazioni, come note a margine.

 

 

Elsa Morante
Alibi
Garzanti, Milano, 1990,
pp. 93

 

Sandra Petrignani
Addio a Roma
Neri Pozza, Roma, 2012
pp. 336

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