“Io amo troppo il teatro per diventare un critico teatrale...”

Gilbert Keith Chesterton

Domenica, 07 Aprile 2013 00:45

La forma e la demenza

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Un surreale oggetto telecomandato gira in tondo sulla scena, è Il Telecomandato. Il pubblico dopo poco comincia a ridere, nervosamente, non riesce a sostenere il silenzio, o meglio quel ronzio circolare, non riesce a sostenere la mancanza di azione, o meglio l’eteroazione di questo oggetto non umano. Applaude nervosamente il pubblico. Anela l’arrivo dell’azione, dell’azione umana. Finalmente entra in scena Antonio Rezza e spegne il telecomandato: “La spensieratezza va stroncata alla nascita”.

Secondo quadro, Mario. “Sono 44 anni che sono Mario senza interruzione... Sono stato Mario fino alle estreme conseguenze... Sogno nel cassetto: che tutti si chiamino Mario”. Tutto questo in sella a La Sedia, un attrezzo variopinto a pedali, “mezzo mutante color azzurro, pelle e ruggine”. Gira in tondo, poi fuori dalla scena, dietro delle quinte, mentre si sente lo sferragliare dei pedali e una voce lontana che gracchia qualcosa di incomprensibile, di cui si afferra solo talvolta “Mario”. Il pubblico ride nervosamente mentre la scena è vuota. Di cosa ride?! Forse di sé? Del proprio stare passivi a guardare in quanto pubblico? Del non saper restare in silenzio? Del non sopportare la propria compagnia? Di non saper sostenere il peso del silenzio? L’attesa continua. Nel buio qualcuno chiama “Mario!”, mentre il pubblico continua a ridere a intervalli regolari.
E finalmente ritorna. Ingabbiato in una struttura modulare, quasi una tenda-tunnel componibile. Mario e sua moglie. Dialogo a due. Un corpo, due voci. Confessioni reciproche. Ciascuno parla dell’altro e si chiede cosa ha attratto l’altro. Dialogo surreale, esilarante ai limiti del non sense: (Mario) "Vedo nel peperone arrostito l’unica forma di riscatto dell’essere umano... Risparmio i pony perché sono contro la pedofilia”. Infine la conclusione: “Abbiamo trovato: era il sorbetto che ci teneva uniti!”.
Terzo quadro, Rita e Rocco. La struttura modulare è il fulcro di un continuo e convulso scambio di ruoli e voci attorno ad un unico corpo. Rita e Rocco. Rocco e Rita. Rita è Rocco. Rocco è Rita. Rita è Rocco con il cappello di Rita. Rocco è Rita che imita Rocco. Le possibilità e gli incroci sono molteplici. Il gioco delle tre carte moltiplica ruoli e voci fino a che alla domanda “chi sono?” nessuno sa più rispondere, soprattutto quando Rita imita Rocco che imita Rita con la voce di Rocco. E quando Rita è Rita? Non la riconosce nessuno: “La facilità, la semplicità non attecchisce”.
Quarto quadro, Peppe e l’ansia. Due teli, bianchi e morbidi, su una struttura solida e leggera quanto invisibile, costruiscono il mondo, spazio e scena, costumi e personaggi. Questa volta sono in due, c’è anche Ivan Bellavista (Peppe). Quando Peppe era piccolo (basta che si abbassi, sotto al telo, fuori per tutto il tempo, c’è solo la testa), anche l’ansia era piccola, se fosse cresciuto solo Peppe, non si sarebbe vista l’ansia. Ma non è così: “L’ansia di Peppe nasce con Peppe e morirà con Peppe”. Prova anche la terapia di gruppo e l’ansia prudentemente si era allontanata, ma il gruppo non si era presentato e l’ansia era ritornata... ”Hai fatto un’altra cazzata Peppe... la terapia di gruppo senza il gruppo?!”. E così continua, in un crescendo di situazioni e motteggi esilaranti: “La Polizia è il braccio destro dello Stato e con il braccio libero ti da un sacco di mazzate!”. Quando Peppe era piccolo, la Polizia non era piccola, “La Polizia non è mai stata piccola”, la Polizia c’era già prima dell’uomo, l’uomo primitivo è stato preso a manganellate perché stato scambiato per uno straccione, meridionale, extracomunitario, mentre era solo primitivo. “La mamma è più grossa della Polizia. La Polizia spara, la mamma partorisce. Due modi diversi di ammazzare un individuo... Unica eccezione la donna poliziotto, che spara e partorisce”. La forma e la demenza. “Una forma del genere sarebbe stata inconcepibile senza la demenza. Senza la forma saremmo sembrati due dissociati”.
Quinto quadro, la vera voce di Timoty e Rita. Ivan Bellavista è Rita, il suo corpo, la sua bocca, ma non la sua voce. crede di parlare, ma la sua voce è quella di Antonio Rezza, che abbassa la testa tra le gambe quando parla lei, che sospetta, ha il fortissimo orribile sospetto che lui faccia la voce sua, lei non ha una voce, dice parole non sue, come quando si definisce solipsistica e anche un po’ toponomastica “Tutte parole che dico sulla fiducia, perché non so cosa significano”. “La manipolazione è alla base di un corretto stile di vita”. La manipolazione impronta le esistenze quotidiane al punto di accettarla come normale. Anche Timoty, il fratello, ovvero Il Telecomandato, non ha una voce, o meglio ha la voce che gli viene data dall’esterno. Soggetti agiti, soggetti passivi, che si acquietano, infine, non nel trovare una propria forma o una propria voce, ma nello scoprire il trucco e restare agiti. “Si può parlare con qualcuno che ti dà la voce? Si può rispondere con la stessa voce di chi fa la domanda?” si domanda Antonio Rezza. Dovremmo domandarcelo. Scuoterci dal torpore passivo.
Sesto quadro. Rita da Cascia. L’amore è una questione di residenza. Non sveliamo l’equazione, il risultato di Rita/Rita, diciamo solo che si muore per eccesso di semplificazione. E così i materassi di ospedale sono un morbido segno di frazione e “cos’è l’orizzonte, se non il più grande fratto dell’umanità?”.
Quadro finale, il cavaliere con lo specchio. Il fascio di luce riflessa illumina l’uno o l’altro degli spettatori, senza voce, eteroagiti, eteronominati (Maurizio, Graziano, Paola...), collaboratori passivi del finale dello spettacolo. “Mai come in questo caso l’odio verso la mistificazione del teatro, del cinema, della letteratura, è implacabile. Il potere sta nel sopravvivere a chi muore. Noi siamo pronti a regnare”. Resta in scena il corpo trionfante, nervi e muscoli al servizio dell’intelligenza e della vitalità. Scrosciano gli applausi, il pubblico, “l’anello debole della catena dello spettacolo”, ha riso e ritorna soddisfatto e pacificato alla sua vita.

 

 

 

Fratto_X
di
Flavia Mastrella e Antonio Rezza
regia Flavia Mastrella
con
Antonio Rezza e Ivan Bellavista
con la partecipazione di Timoty Granger
(mai) scritto da Antonio Rezza
collaborazione alla regia e all’ispirazione Massimo Camilli
habitat Flavia Mastrella
disegno luci Mattia Vigo
riprese sonore Massimo Simonetti
organizzazione Stefania Saltarelli
produzione Fondazione TPE, TSI La fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello, RezzaMastrella
metallo Cisal, Francesco Mirabella e Domenico Damiano
foto Flavia Mastrella, Stefania Saltarelli
traduzione Jane Dolman
lingua italiano
durata 2h
Napoli, Teatro Bellini, 5 aprile 2013
in scena dal 5 al 7 aprile 2013

 

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