“Le ho riservato due biglietti per la prima del mio Pigmalione. Porti un amico. Se ne ha uno”; “Non posso venire alla prima. Verrò alla seconda. Se ci sarà”

Scambio di telegrammi tra George Bernard Shaw e Winston Churchill

Venerdì, 05 Aprile 2013 22:11

Ognuno ha la sua versione

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Il problema dei romanzi scritti in forma di autobiografia è sempre quello di stabilire quanto della vita dell’autore sia finito tra le pagine del suo scritto. Non che qualcuno ci obblighi ad analizzare il vissuto dell’autore per apprezzare o comprendere la lettura, ma a me questo tipo di analogia ha sempre incuriosito.
Ho letto La versione di Barney del canadese Mordecai Richler senza troppe aspettative, invogliata semmai dalla mole del volume e dalla lusinghiera pubblicità che gli veniva fatta, si voglia anche solo per alimentare il successo della trasposizione cinematografica.

Barney Panosfky, il protagonista, è un sessantenne produttore televisivo che decide di scrivere la propria biografia per discolparsi dall’accusa di aver ucciso il suo migliore amico, Bernard “Boogie” Moscovitch. Ripercorrendo la storia della sua vita, Barney intende presentare la propria versione dei fatti accaduti contrapponendola a quella di Terry McIver, scrittore di professione e suo vecchio compagno di avventure, che nel suo libro non fa che confermare le accuse che erano già state mosse a Barney dalla polizia.
Non starò qui a ripercorrere ben quattrocentottantaquattro pagine di romanzo, non voglio certo rovinare il piacere della lettura a coloro i quali vorranno cimentarsi.
Basterà sottolineare che è diviso in tre sezioni, ognuna delle quali reca come titolo il nome di una moglie di Barney: questo tipo di impianto è già un indizio di come, in realtà, alla “versione di Barney” sull’omicidio si accompagni anche una digressione sulle vicende che hanno segnato la vita di un uomo altrimenti ordinario.
Chi si aspettava di trovarsi davanti ad un volume scritto in forma di apologia, si scopre invece a fronteggiare una struttura narrativa in cui l’abbandono dell'organizzazione cronologica della trama consente all'autore di spaziare in tutta libertà attraverso ricordi, sentimenti e traguardi raggiunti, tanto che solo di sfuggita egli sembra fare riferimento al vero argomento del romanzo. Come se non volesse parlarne più dello stretto necessario. In certi punti ho avuto addirittura l’impressione che Barney volesse discolparsi non tanto per liberarsi dall’onta dell’omicidio, quanto per riconquistare Miriam, la sua terza moglie, che lo ha lasciato per motivi ben lontani dall’accusa di essere un assassino.
Sono presenti, è vero, molti elementi che riconducono alla vita dell’autore: il soggiorno a Parigi fatto in gioventù insieme agli amici della bohème, ricorda quello compiuto dall’autore insieme ad altri nordamericani; il quartiere ebraico di Montreal è fedelmente ripreso da quello in cui Richler nacque e invecchiò. Sebbene l’autore abbia sempre smentito che Barney sia un suo alter ego, nel romanzo ritroviamo le sue idiosincrasie, i suoi gusti in fatto di cibo, sigari e whisky.
Chissà se Richler sia stato davvero irriverente come il suo protagonista: per la critica Barney è un personaggio fuori misura, che ha condotto una vita dissipata e scorretta.
Dalla biografia quello che traspare è in realtà un’aspirazione ad essere irriverente, cinico e tagliente. È un personaggio che si delinea come sorta di epigono del più noto Bukowski, e solo perché essere cattivelli e anticonformisti è un atteggiamento che va di moda. Durante gli anni a Parigi, Barney è circondato da persone della più svariata risma: artisti, scrittori, sceneggiatori, ma lui non sa bene in cosa cimentarsi, e più che riportare successi vive di quelli dei suoi amici, illuminandosi di luce riflessa. Anche con Miriam si pone sempre in maniera sbagliata: vorrebbe essere affascinante e padrone di sé stesso per riconquistarla, ma non ottiene che silenzi di compassione da quella persona che è troppo gentile e ben educata per dirgli di rifarsi una vita. L’unico momento nel quale, paradossalmente, riesce ad essere irriverente e, di conseguenza, distaccato rispetto alla massa, è durante il matrimonio con la Seconda Signora Panofsky, donna che, peraltro, sposa senza troppa convinzione.
Il fatto di comportarsi in maniera sconveniente a tavola, di parlare in maniera poca consona e di argomenti che sa infastidiscono i suoi interlocutori, o di fare rumori molesti non è che un modo per distinguersi dalla classe ebrea borghese alla quale finisce per appartenere.
Si potrebbe dire che la Seconda Signora Panofsky sia un bersaglio facile, sul quale Barney può esercitare facilmente il suo cinismo. È un personaggio col quale ci si può divertire, perché, essendo una donna che pone la propria esistenza alla ricerca della visibilità sociale, gli spunti non mancano affatto. D’altronde, è facile fare il forte con chi mostra tanti punti deboli.
A dare adito a questa mia impressione è anche il finale del libro, scritto sotto forma poscritto ad opera del figlio di Barney, Michael.
Oltre ad essere edotti sul ritrovamento dei resti di Boogie, veniamo a sapere che Barney non è stato in grado di terminare il libro a causa del morbo di Alzheimer.
Ci viene presentata un’immagine completamente diversa del protagonista, che quasi muove a compassione.
Di fronte ad una malattia del genere, qualsiasi uomo, che sia stato probo, irriverente, coraggioso, smidollato, anticonformista o meno, perde i suoi tratti caratteristici fino a ridursi alla caricatura di se stesso. È come se la sua intera vita sia stata spazzata via; una persona anziana senza ricordi che cos’è, se non un bambino con le rughe?
Forse il merito di Richler sta proprio qui: ha saputo creare un personaggio talmente verosimile da avere una vita quasi ordinaria, che mai sarebbe stata oggetto di letteratura. Allo stesso tempo, però, le memorie di Barney – quegli stessi frammenti di vita che si perdono a causa della malattia – sono depositati tra le pagine di un libro.
Ed è qui che si compie il riscatto; è grazie a questa particolare situazione che la vita di Barney diventa degna di essere raccontata.

 

 

Mordecai Richler
La versione di Barney

Adelphi, Milano 2005
pp.490

  

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