“Io amo troppo il teatro per diventare un critico teatrale...”

Gilbert Keith Chesterton

Mercoledì, 27 Marzo 2013 02:53

Conversazione con Aldo Rapè

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Mutu è la storia di due fratelli che crescono nel silenzio e nell’incomprensione reciproca. È la messa in scena di quel sonno della ragione e del coraggio di vivere, che è l’humus di ogni sistema di vita mafioso. Il Silenzio che ha spento, nella sua forza vitale, un’intera società s’insinua ora nelle tragiche esistenze dei due protagonisti, che intrapresi due percorsi esistenziali diversi, si ritrovano insieme e intraprendono un serrato ed emozionante dialogo che riallaccia i fili della memoria contro il potere dell’oblio che invano aveva tentato di scioglierli e in cui sembra essersi smarrito il fratello mafioso (Saro).

Le parole, quelle che Padre Salvuccio scaglia contro il fratello e che solo dopo anni di umiliazioni vengono fuori, sono macigni che si abbattono contro chi si è limitato a essere agiato e a vivere una vita secondo le perverse regole imposte da altri. Due vite che si urlano contro i rispettivi punti di vista, nessuno esecrabile, perché se da un lato il tentativo di Padre Salvuccio di riportare il fratello sulla dritta via è commovente ed è impreziosito da una forza d’animo invidiabile, dall’altro chi abita l’Inferno si sottrae al formalismo religioso del suo interlocutore, chiedendo al Dio che si è fatto carne di scendere dalla croce. Nella dialettica tra il potere della memoria e quello dell’oblio s’insinuano poi i sentimenti, quelli che nonostante tutto legano due fratelli che sono il risultato, ora divenuto chiaro a entrambi, dell’amore materno negato, dell’ipocrisia di un padre mafioso e dell’ignoranza dettata da tradizioni millenarie. Ecco, dunque, che, in un sussulto di rabbia, Saro si rifiuta di eseguire l’ordine di uccidere il fratello prete, reo di voler continuare la lotta alla mafia che già il suo successore aveva intrapreso e che proprio per questo era stato ucciso. In un crescendo di tensione che presto cede alla commozione, il sipario cala su i due fratelli che si abbracciano, estinguendo tutto il rancore accumulato per anni.

Assistendo al suo Mutu, vincitore tra l’altro del premio miglior spettacolo straniero al Festival di Avignone off 2012, mi è apparso evidente che per lei il teatro, in accordo con i canoni della commedia dell’arte, realizzi il suo significato solo nel momento della rappresentazione scenica, ovvero nella concreta interpretazione degli attori che divengono veicolo tramite cui il pubblico è invitato a una riflessione seria sul proprio presente. È corretta come interpretazione?

Pirandello in un suo bellissimo testo diceva che il compito dello scrittore si esaurisce nel momento in cui mette l'ultimo punto alla sua opera. Poi saranno gli attori a darle vita. Credo sia così.

Mutu è l’interessante storia di due fratelli le cui esistenze sono calate in uno sfondo affaristico e mafioso. La novità  del suo approccio riguardo a un tema abusato, quale quello delle realtà criminali, risiede nella capacità di far comprendere cosa si celi dietro talune scelte di vita, i cui drammi interiori sono ottimamente rivissuti in scena. A proposito di “rivivere”, mi è parso che gli attori non recitassero, ma vivessero, esistessero in  tutta la loro concretezza. È alla lezione di Stanislavskij, che invitava a non recitare le opere di Čechov ma a farle rivivere, che si ispira il suo teatro?

Il tema è abusato perché purtroppo ne abbiamo vissute di cotte e crude. Credo che nella storia di ogni uomo la cosa più interessante sia il “non detto”, quello che celiamo e nascondiamo, alle volte consapevolmente ed alle volte no. Le parole acquistano una maggiore potenza se comprendiamo quello che c'è dietro le parole. Senza vita non c'è teatro. Non serve ri-citare delle cose ma vanno vissute, ecco l'arte profonda e meravigliosa del teatro.

“L’inferno lo devi attraversare per poterlo conoscere” è una citazione dall’alto valore filosofico, nucleo concettuale dell’intera rappresentazione.  Le vite di Padre Salvuccio e del fratello mafioso, infatti, non possono essere comprese da chi è estraneo a certe dinamiche storico-sociali e lancia i suoi anatemi dall’alto di un pulpito. Una chiara chiave di volta o molteplice inganno?

Una semplice verità. Bisogna conoscere a fondo la vita di qualsiasi uomo prima di poter giudicare, ammesso che ci sia concesso giudicare.

Dal dialogo tra i due personaggi emerge un’interessante visione di Dio come colui che si rivela per velarsi due volte, che si fa carne per restare sospeso a una croce, incurante di chi prega che scenda e che non può concedersi il lusso di cristallizzare la sua vita nella formula di un dogma. È questa la visione della vita religiosa che voleva delineare?

Sono qualcuno che sta cercando, anche una mia dimensione spirituale. Ti poni degli interrogativi attraverso la scrittura e cerchi di darti una risposta. Alle volte trovi risposta, alle volte no. Anche nel Cristo sulla croce c'è il “non detto”. Farsi carico di immani sofferenze e non poter scendere perché c'era una volontà più forte della sua, ancora non chiara al resto dell'umanità.

Prendere in mano la propria vita significa rinunciare al silenzio omertoso e agire nel senso nobile e antico del termine "praxis", ovvero di cominciare qualcosa di nuovo, esprimendo con le parole (le parole sono pietre, amava dire Cassola) la propria ribellione verso una sistema criminale. Lo sfondo esistenziale che è alla base del discorso di Padre Salvuccio, per quanto velato dall’idea della sacralità della vita, sembra dunque orientato al superamento della prospettiva del mero fare, ossia al mero seguire gli ordini senza pensare, per quella relativa all’agire e non restare più muti. Eppure la replica del fratello mafioso che ritiene inutile rompere il silenzio, perché tutto è rimesso alle condizioni in cui si è gettati senza volerlo, ha una sua consistenza teoretica. Come lega lei le due diverse prospettive?

Il legame profondo è nelle scelte dei due fratelli. Il prete deciso nel ritornare a casa. Saro nel non eseguire l'ennesimo ordine di morte della mafia. Solo scegliendo si può essere liberi. Nella scelta c'è l'azione, solo il tempo ci dirà se è quella giusta. Il legame profondo è anche nel tendere la mano uno verso l'altro, insieme. È in fondo il comandamento più importante del Cristo sulla croce: “Ama il prossimo tuo come te stesso”.

Mutu continuerà a viaggiare: in cerca di cosa? Quali le nuove proposte?

Prima in Svizzera e poi torneremo ad Avignone, nel mese di Luglio 2013, per la nuova edizione del festival. Cerchiamo solo di emozionare ed emozionarci e confrontarci con il pubblico che ogni sera incontriamo, sempre diverso. Tutto qua.

 

 

Mutu
di 
Aldo Rapè
vincitore del Premio della Critica al Festival di Avignone Off 2012
con Aldo Rapè e Marco Carlino
regia Lauro Versari
coreografia Elena D’Aguanno e Sabrina D’Aguanno
Caserta, Teatro Civico 14, 24 marzo 2013
in scena 23 e 24 marzo 2013

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