“Solo tu puoi mandare in scena quel ricordo. Proprio quello”

Nadia Terranova

Domenica, 24 Marzo 2013 11:40

La vita è proprio una brutta bestia (la conclusione)

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La sera stessa dei funerali, quando la signora Assunta, con il trucco sbavato dalle lacrime salate e con quella maledetta tachicardia che da anni le faceva rimbalzare il cuore in gola ogni volta che un’emozione troppo forte si abbatteva su di lei, si avviò verso casa in compagnia del marito e di alcuni dei suoi figli, le sembrò d’un tratto di vedere una strana figura, che si sarebbe detto della medesima corporatura di Gennaro o’ scemo (corporatura a dire il vero piuttosto comune) e che lei prese proprio per Gennaro o’ scemo, sgattaiolare dietro una macchina e starsene immobile con la faccia aperta in un sorriso impertinente e, prima di scomparire dal campo visivo, abbassarsi i pantaloni e fare pipì allegramente, forse fischiettando addirittura, e quando poi, in preda a un’agitazione che fece preoccupare molto l’anziano marito, cominciò a gridare e a dire ai figli di andare a controllare e al marito di lasciarle il braccio, sentì alle sue spalle qualcuno che le tirava i capelli, svenne di colpo e così la serata si concluse all’ospedale Pellegrini della Pignasecca con un grosso spavento da parte di tutti e con un corri-corri da parte di una mandria di signore, amiche di Assunta, che non se la sentivano di lasciarla sola e, appresa la notizia, vollero farle compagnia in ospedale, facendo vari turni e cercando di confortare quella povera donna che, distrutta moralmente per quell’omicidio efferato, evidentemente non si era ancora ripresa dallo shock, perché la signora Assunta era buona e brava e tutte le persone del quartiere lo sapevano, e sapevano anche che lei era l’unica che avesse mai voluto bene a quel povero disgraziato e così ora soffriva più di tutti e più di tutti aveva bisogno di conforto, tanto più che Susi l’aveva a stento salutata e probabilmente non si sarebbe fatta più viva, “povera signora Assunta” diceva, come si trattasse di un unico insieme indistinto, la mandria di donne dei Quartieri, “povera sì!” riprendeva la mandria “mo’ come farà a campare?”. In effetti le donne erano molto preoccupate per la situazione finanziaria della signora Assunta perché ovviamente non avrebbe più avuto una lira da Susi, una volta che era venuto meno per così dire il loro rapporto lavorativo. Lo shock per la morte di quel povero disgraziato, lo shock per la fine del suo rapporto lavorativo, quel diavolo disgraziato che si era divertito a ricomparire e terrorizzarla, tutto questo avrebbe colpito a tal punto l’animo fragile della signora Assunta che, a quanto dicono, non si è più ripresa del tutto e così, in preda a febbri e a deliri, avrebbe cominciato a sperare anche lei in una bella pensione d’invalidità.

Contemporaneamente – almeno così si diceva nel quartiere con quel delizioso gusto arcaico e primitivo per la necessità simbolica di costruire contemporaneità tra azioni significative – la signora Susi, cupa in viso e che sentiva l’angoscia stritolarle il duodeno (restituendole un bel po’ di acido tra le labbra e sulla lingua) e la rabbia farle salire la pressione sanguigna (obbligandola a gesti perentori e sfuriate insensate), si imbatté in uno strano e grosso gatto tigrato che, immobile in mezzo alla strada, la fissava dritto negli occhi fino a scavarle dentro. Avrebbe poi giurato che quegli occhi erano gli occhi di Gennaro o’ scemo, “lo stesso sguardo” piagnucolava (e poi rideva e poi piagnucolava nuovamente e poi ancora rideva) “ma che voleva da me?”. Certo l’incontro con un grosso gatto tigrato (tra l’altro dei più comuni in assoluto) non è un evento chissà quanto straordinario ma la signora Susi, come in preda a uno strano presentimento e come sentendo una lama ghiacciata accarezzarle la schiena, non era stata capace più di camminare, disse poi che “era come se qualcuno mi teneva attaccata a terra, non potevo muovermi, capite o no? non potevo muovermi”, ma ripeteva che non era paura quello che aveva provato – e aggiungeva alle sue amiche, “mo’ ci manca solo che tengo paura pure di un gatto” – ma la sensazione che qualcuno le volesse comunicare qualcosa, che quello fosse una sorta di messaggio, che la Madonna, Gesù o Padre Pio o qualche altro santo le dovevano dire qualcosa e che lei sentiva di dover restare ferma e immobile lì in quel punto perché qualcosa di importante doveva succedere o rivelarsi, e poi non si era resa conto neanche di quanto tempo era trascorso, “quel gatto maledetto mi guardava e io nun potev’ fa’ niente”. Diceva poi che aveva provato a gridare e poi a piangere e poi aveva provato a chiedere perdono (“perdono di che?” chiese un’amica conficcando gli occhietti sul volto della povera Susi, “boh, di qualcosa, mo’ non mi ricordo” rispose frettolosamente) ma la voce non le usciva dalla gola e, quando poi aveva sentito qualcuno che le tirava i capelli, terrorizzata era stata capace sì di muoversi e di girarsi (rimanendo però con i piedi piantati sempre nello stesso punto) e l’unica cosa che in quel momento era stata capace di fare era chiamare sul cellulare il marito che, intanto non era voluto andare al funerale – cosa che aveva insospettito un bel po’ di gente del quartiere – e che in più in quel momento non le aveva neanche risposto (“tu non hai chiamato, non devi dire fesserie” queste furono le uniche parole del marito “sul cellulare non ho trovato niente”). La signora Susi non riusciva a ricordare quanto tempo fosse durata tutta la cosa, quanto tempo era rimasta immobile e quanto tempo si era lasciata fissare da quel gatto, ricordava però come si era conclusa la vicenda, aveva sentito un’aria gelida alle sue spalle e uno strano profumo di vecchi fiori, insomma “la puzza delle cappelle dei cimiteri”, e, quando le era sembrato di sentire qualcuno che le sussurrava qualcosa nell’orecchio, qualcosa che non era proprio riuscita a capire, qualcosa di freddo che si conficcava tra l’orecchio e il pensiero, era comparsa un auto che con i fari accesi e strombazzando il clacson più e più volte aveva fatto scappare via il gatto che però era parso alla signora Susi scomparire all’improvviso, non correre via ma scomparire, in poche parole semplicemente da un momento all’altro non c’era più, tant’è vero che lo stesso autista dell’auto, dal momento che Susi non si spostava dal centro della strada, era sceso cortesemente dal veicolo e le aveva chiesto se si sentiva bene o se per caso non fosse sorda che non aveva sentito il clacson, lei aveva chiesto soltanto se quell’uomo aveva visto per caso un grosso gatto e, avutane risposta negativa, era ritornata visibilmente scossa a casa.

E questo fu quello che accadde la sera dei funerali. Niente di strano, probabilmente, soltanto l’angoscia e la tensione per quell’efferato omicidio e la ricca capacità immaginativa delle donne napoletane aveva fatto il resto. E questo varrebbe se poi non fosse successo più nulla. E invece di cose inspiegabili ne sono continuate ad accadere eccome!

Il caso più eclatante fu quello raccontato da un ragazzino, storia che fece rapidamente il giro del quartiere e che ancor’oggi viene considerato il caso più inspiegabile. Il piccolo Antonio, piccolo si fa per dire, tredici anni sì ma quasi cento chili di peso, un faccione grasso e i lineamenti come affondati dopo un insolito naufragio in un roseo ammasso di denso lardo da cucina, mani dalle dita talmente larghe da non poter neanche tenere ben stretta una penna (era quello il motivo per cui non era riuscito neanche a imparare a scrivere decentemente il suo nome), sia il corpo sia il pensiero piuttosto lenti, perché entrambi appesantiti e spossati, questo ragazzone, con la voce da castrato e il burro sciolto che gli colava dalla fronte, in un modo o nell’altro, si era riuscito a costruire un’immagine di violenta autorevolezza tra i coetanei, era Antonio o’ chiattone che con un pacchero ti fa volare via, e aveva raccontato che Gennaro o’ scemo in persona, “ma non cazzate come fantasmi e cose del genere, era proprio lui!”, lo aveva affrontato una sera mentre tornava a casa e gli aveva azzeccato in faccia due bei paccheri, ma non così, proprio forti, “io gli ho pure detto, ma chi cazzo sei, ma chi ti conosce, ma che cazzo vuoi e lui sorrideva allegro e mi azzeccava dei paccheroni che porto ancora i segni”. Antonio o’ chiattone conosceva bene Gennaro o’ scemo, era infatti uno dei capi della banda che ammazzava i piccioni, le persone, in parole povere, che nella mente di quel povero idiota erano state quelle che lo avevano fatto soffrire di più (poveretto Gennaro o’ scemo – o beato lui – che non aveva compreso mai dove si annidava veramente la cattiveria umana e che non aveva capito da quale mano sarebbe sopraggiunta la sua efferata morte). Ma Antonio o’ chiattone proprio non poteva pensarci a quanto era accaduto soprattutto perché il padre, una sorta di grossa fiera vagamente antropomorfa, talmente grasso e allo stesso tempo ruvido di peli e denso di lardo da sembrare un insensato ammasso organico venuto fuori da un film horror anni ‘80, quando Antonio era tornato a casa e aveva raccontato che Gennaro o’ scemo gli aveva azzeccato un sacco di paccheri – “ma Gennaro chi?” chiedeva la madre mentre ingurgitava grossi pezzi di grasso di pancetta, “Gennaro Gennaro!” aveva risposto, “non ho capito, Antò, ma Gennaro chi?”, “Gennaro o’ scemo”, “ma è morto!”, “lo so e che devo fare?” – e aveva parlato affannando per l’emozione e l’incapacità di raccontare ordinatamente una qualsiasi cosa, chiocciando con quella sua vocina bianca che produceva un discreto senso di straniamento rispetto alla mole spropositata del suo corpo e soprattutto un profondo senso di ribrezzo nel padre, il grosso e informe genitore gli aveva detto, bofonchiando e sputacchiando saliva e resti di cibo impigliati nelle fauci, “ma che cazzo dici, ma che cazzo dici” (era uomo di poche parole) e gli aveva immediatamente (nel momento in cui stava pronunciando il secondo “cazzo”) azzeccato in faccia un paccherone, altro che quelli del fantasma di Gennaro o’ scemo, e il volto roseo e senza peli del piccolo Antonio, liscio come una teglia imburrata, si era immediatamente colorato di un rosso vivo, nel momento esatto in cui il padre gli aveva detto “e mo’ fai l’uomo, sei capace di fare l’uomo o sei ricchione?”.

Fatti di questo tipo si sono susseguiti in numero enorme, c’è chi sostiene di aver visto Gennaro o’ scemo nascosto dietro una macchina sparare con una sorta di cerbottana piccole palline di gomma sempre e soltanto contro persone vestite in giacca e cravatta, chiunque esse fossero, molti invece lo videro fare pipì davanti al bar dove era solito prendere cappuccino e cornetto, e fare pipì in maniera spropositata, e sempre quando nel bar c’era qualche suo fratello o sorella, per poi scapparsene e scomparire all’improvviso, c’è chi invece è convinto di essere stato strattonato da Gennaro o’ scemo che, ridendo e mormorando qualcosa di incomprensibile, avrebbe fatto gestacci osceni scandalizzando grandi e piccini, chi invece lo ha visto fare “cose sporche” (questa l’espressione usata dai bambini del quartiere) dietro a una macchina con un essere femminile ma che aveva la faccia di un grosso gatto tigrato e che godeva gridando come un gatto maschio in calore, tutto questo sempre e soltanto quando passavano delle suore o delle vecchine bizzoche di chiesa, c’è chi invece sostiene di aver ricevuto da Gennaro o’ scemo pugni robusti e decisi nella schiena, fino a far mancare il respiro, ogni volta che contava i soldi a fine giornata (chi parlava, per dovere di cronaca, era un piccolo usuraio della zona).

L’avvocato Magliaro poi è un caso a sé. Egli era quella che si può definire una figura autorevole e autoritaria, perché tanto aveva avuto a che fare con la gente del quartiere e tanta gente del quartiere aveva “aiutato” creandosi così una bella fama e un’aura sacrale di rispetto, per intenderci era colui che aveva curato la posizione di Susi e le aveva fatto ottenere il titolo di “tutor” del fratello e aveva fatto ottenere a Gennaro o’ scemo l’invalidità e gli arretrati, e che dopo quanto stiamo per riferire non era stato più capace di esercitare il proprio alto compito giuridico neanche per un giorno, sosteneva (e tremava come un bambino mentre lo diceva) – e poverino! a quanto pare ha fatto una brutta fine, chiuso in una laida clinica psichiatrica – che una volta un vecchio cliente (l’avvocato ripeteva con gli occhi infuocati: “era il commercialista Treccase, era il commercialista Treccase”) era giunto da lui e che, dopo essersi messo in piedi sulla scrivania (lui intanto era immobilizzato dal terrore) e aver evacuato sui suoi documenti in maniera estremamente liquida ed estremamente abbondante (e quanto rideva la gente del quartiere e quante volte quel ragazzone di Antonio lo aveva raccontato un po’ per divertirsi con gli amici un po’ perché trovava conferma del fatto che Gennaro o’ scemo era ancora vivo – anche se si era poi appurato che era stato lo stesso avvocato a compiere quell’insano gesto di evacuazione) gli si era seduto di fronte e aveva cambiato aspetto, era diventato Gennaro o’ scemo, e con le mani impiastricciate di feci liquide, aveva scritto sul suo stesso viso “viva il Re, il Re è morto”.

Insomma, a quanto pare, Gennaro o’ scemo gironzola ancora per i Quartieri Spagnoli (noi, a onor del vero, non l’abbiamo ancora incontrato) ma possiamo dire che di tanto in tanto anche noi (fieri e convinti razionalisti occidentali del XXI secolo) assistiamo a degli strani fenomeni: nugoli di piccioni che si alzano in volo e restano sospesi nell’aria come se nel vortice delle loro ali ci fosse una persona pronta a offrire loro bel pane bagnato e parate di gatti che, miagolando debolmente, sembrano seguire, così in perfetta fila indiana, qualcuno, un po’ come quando la gattara di turno porta il cibo e le bestiole con le code alzate fanno sfoggio delle loro forme particolari di ringraziamento.

Del resto abbiamo anche incontrato Eduardo che ci ha detto che ora vive a Capodimonte, in una casa che un suo vecchio conoscente – una persona presso la quale aveva lavorato un tempo come giardiniere – gli ha fittato a un prezzo conveniente. Alla nostra naturale domanda, “da dove prendi i soldi?”, Eduardo ridendo e allontanandosi con il suo grosso cane nero al guinzaglio ci ha risposto che, una volta al mese, Gennaro o’ scemo lo va a trovare e gli lascia sulla tavola di che campare per tutto il mese. “Finché durerà, meglio così, no?”.

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