“Sono convinto che, giustamente, una delle funzioni dell'arte sia quella di sospendere almeno per un momento questa paura di morire che abbiamo tutti e che è ciò che in fin dei conti ci rende meravigliosamente umani”

Sergio Blanco

Sabato, 23 Marzo 2013 01:47

L’imperativo categorico in un interno borghese

Scritto da 
L’imperativo categorico in un interno borghese Costantino Mauro

Non è facile arrivare al Teatro 99 posti. Non è facile trovare qualcuno che dia indicazioni o conosca l’esistenza del teatro. Ma una volta arrivati la magia si realizza da sé e ci accoglie uno spazio in cui si sente l’amore per il teatro, la forza delle idee, la gioia di creare e offrire il prodotto del lavoro proprio e altrui. Spazio intimo, raccolto, ma non per questo minimale o povero. C’è tutto. Soprattutto c’è il teatro, la capacità di sospendere l’incredulità e far nascere il mondo da un pugno di arredi, luci, suoni, voci, corpi, anime.

 

Al centro della scena un tavolo rotondo di legno. Tre sedie, rivestite di raso a righe, sono disposte come ai tre vertici di un triangolo. A fare da sfondo, al centro, un pannello rettangolare, a monocromo rosso, a mimare forse un arazzo, o un paravento, con cavalli alati rampanti ai lati di una sorta di monogramma, fulcro di una composizione vegetale di gusto tra il liberty e il cinesizzante. Il resto dello spazio è delineato da un drappo cremisi, che fa da sfondo e quinta.
Banale la storia, da romanzetto d’appendice: lui, l’Avvocato Fabio Colli (Raul Apicella), separato da una donna che gli ha fatto torto, ha ingravidato Agata Renni (Giulia Sonetti), ragazza non più così giovane (26 anni...); per riparare allo scandalo il cugino di lui, Maurizio Setti (Roberto Lombardi), con l’approvazione della madre di lei (Anna Maria Fusco Girardi), propone di far sposare la ragazza ad un suo vecchio compagno di collegio, Angelo Baldovino (Enzo Tota), in modo da salvare le apparenze e dare un padre al bambino. Banale storia, come tante, ma Pirandello utilizza il plot come punto di partenza per mettere a nudo, una volta di più, le maschere che ciascuno di noi indossa, in società e nei rapporti interpersonali. Qui ognuno mente, a se stesso e agli altri. Setti è untuoso e perbene, con i suoi abiti eleganti, con il cappello e la canna da passeggio, che poggia con disinvoltura sul tavolo, con la disinvoltura della persona di famiglia; decoro e opportunità potrebbero essere i suoi motti, infatti invita tutti alla moderazione: “C’è bisogno che il sentimento si contenga”. La madre di Agata è sobriamente elegante con il suo abito a fiori e la lunga collana di perle; anche lei una paladina del decoro, straziata tra il desiderio di gioia per la figlia (“a guardia di un delitto che tutta la natura consiglia”) e la necessità di salvare le apparenze. Non è importante la sostanza, ma la forma: “Fidavo che Fabio fosse più prudente”, se solo fosse stato più prudente, se solo, come si direbbe a Napoli, non avesse fatto il guaio, allora lei avrebbe continuato a chiudere gli occhi, a far finta di non vedere, “per non concedere apertamente, si finge di non vedere”. Fabio è giovane, innamorato, inconsistente, ignorante, desidera Agata e la desidera soprattutto perché è sua, brama che ritorni ad essere sua. E Angelo Baldovino? non è un uomo onesto, lo dice lui stesso: la bestia, la fallacia umana, sono nel suo animo e nelle sue azioni non meno e forse più che in altri. Forma e sostanza, la forma in lui diventa la sostanza, l’essere stato scelto per rappresentare la parte del marito e del padre fa sì che quella maschera diventi reale, quasi più reale della persona, quella maschera diventa un abito e una camicia di Nesso, un dover essere da cui non si sfugge, anche a costo di far soffrire gli altri, anche a costo di soffrire. Dover essere. La problematica essere/apparire/dover essere è un tema ricorrente, insieme a quello realtà/finzione/apparenza. Proporzioni i cui termini sono ambiguamente interscambiabili, l’uno trascolorante nell’altro, l’uno diverso dall’altro, eppure in qualche modo tangenti. Tutti in questo dramma devono essere qualcosa, tutti devono volere qualcosa, tutti devono accordare il loro essere e il loro volere, o almeno crederci, finché le due cose non coincidano. “Bisogna che voglia!”, afferma perentoriamente la signora Maddalena, la madre della ragazza. Agata deve volere questo matrimonio riparatore, non c’è altra strada. E deve volerlo anche Fabio Colli, che è un uomo, potrebbe ridersene dello scandalo e soprattutto, è separato da una moglie che gli ha fatto torto, avrebbe tutto il diritto, per la società, di trovare consolazione nell’amore di una ragazza. Tutto in nome del decoro. Squallido balletto di finzioni in nome del quale non importa la realtà, non importa la virtù, ma solo la sua apparenza, la sua recita, un’apoteosi del teatro come norma di vita. Perché senza il decoro, senza le apparenze, senza la sottile ipocrisia del vivere civile, “non resta altro che allargare le braccia, chiudere gli occhi e lasciare entrare la vergogna”.
Solo chi l’ha fatta entrare la vergogna, Angelo Baldovino, l’uomo abietto, l’uomo scivolato nell’abisso, può prescindere da questa rappresentazione, ma solo per entrarvi con maggiore consapevolezza e convinzione, caricato quasi del ruolo di deus ex machina. Lui, che doveva essere la pedina, il prestanome, il marito di comodo da allontanare con un pretesto appena possibile, si trova a dettare nuove leggi, a distribuire nuove parti di un nuovo copione, in cui al decoro si sostituisce la virtù, al volere si sostituisce il dovere, quasi un kantiano imperativo morale in cui essere e dover essere si fondono. A furia di crederci la finzione diventa realtà e chi potrebbe dimostrarci che la realtà sia più reale di una ben orchestrata finzione?

 

 

 

Il piacere dell’onestà
di
Luigi Pirandello
adattamento e regia Marcello Andria
con Raul Apicella, Anna Maria Fusco Girardi, Geppino Gentile, Roberto Lombardi, Giulia Sonetti, Enzo Tota
costumi e direzione di scena Angela Guerra
arredo scenico Leopoldo Di Leo
elaborazione fotografica Armando Cerzosimo
selezione musicale Geppino Gentile
musiche di scena di Franz Schubert e Georges Bizet
presentato da La Compagnia dell’Eclisse
lingua italiano
durata: 1h 30’
Avellino, Teatro 99 posti, 22 marzo 2013
in scena dal 22 al 24 marzo 2013

 

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