“L'unica cosa che mi interessa è come cominciare, come continuare e come finire una frase”

Danilo Kiš

Venerdì, 22 Marzo 2013 10:29

Un camaleonte, l'attore

Scritto da 

La posizione delle dita dopo la pronuncia della breve frase “i due arnesi”; lo sguardo fisso nel vuoto ad indicare lo spazio contenuto dalla parola “savana”; la mano tesa che si rivolta nell’aria alla domanda “ma li avete visti bene?”. La profondità della voce nei momenti di calore erotico o di invecchiamento maschile; il gioco dorso/palmo/dorso/palmo della mano a rendere il riflesso di un’immagine; la corsa che avanza di qualche millimetro per raccontare l’immobilità inevitabile. L’attesa sussultante dell’inizio del brano, tra una nota e una nota; le mani giunte in preghiera, a narrare senza narrare; il valore dato a una pausa tra l’inizio di una battuta ed il suo finale più comico.

Il movimento delle sopracciglia, l’apertura delle braccia, la posa del bacino o delle spalle; l’intonazione vocale di un personaggio, di un altro personaggio, di un altro personaggio ancora; la rigidità della gamba destra per una storia, l’utilizzo dei talloni per una seconda storia, la larghezza della posa dei piedi per una terza.
Animali come noi non è la re-citazione di alcune pagine (di alcune vicende, di alcune esistenze) di Sei una bestia, Viskovitz di Alessandro Boffa ma è – si badi – la messinscena di un’arte antica quanto antico è il teatro, di una pratica antica quant’è antico l’ipocrita: Animali come noi è l’arte e la pratica del racconto.
(Voce neutra, quasi d’accompagno o d’introduzione): “Porci si nasce, e noi Viskovitz lo eravamo da qualche milione di anni. Ma non era sempre facile ricordarsene” e “fu per mettere le cose bene in chiaro che le ultime parole di mia madre prima di essere scannata furono” (cambio di tono, la gola emette un suono leggermente più stridolo e basso): “ricorda sempre quello che sei figliolo: un porco. Cerca sempre di mangiare porcherie, fare il porcaccione e pensare porcate. Fa’ sì che la tua casa sia un vero porcile, e con tutti quanti fa’ sempre il tuo porco comodo, come quel gran maiale di tuo padre” (ancora un cambio di tono): “Si mamma” (grugnito), "te lo prometto" (grugnito), (discorso indiretto che diventa comunque diretto nel trasporto d’attore): “grugnii singhiozzando” (grugnito).
(Voce neutra): “Com’era papa?” (indiretto in discorso diretto) “chiesi a mia madre” (cambio di tono, più acidulo, leggermente incrinato, tendente al carognesco mentre un labbro, poggiandosi all’altro, emette un mastichìo intenso e costante): “croccante, un po’ salato, ricco di fibre”; (pausa, ancora un cambio di tono): “prima di mangiartelo, voglio dire”.
La performance è tutta nell’aggiunta di ciò che abbiamo scritto tra parentesi: Animali come noi è più di Sei una bestia, Viskovitz perché in più ha un attore che, essendo davvero un attore, riesce ad assumere la pluricangiante deformazione momentanea che tocca a chi deve ostentare il senso di ogni piccolo gesto compiuto, marcando ogni singola mutazione vocale perché ogni figura evocata sia altra e diversa da quella evocata soltanto un attimo prima, nello stesso luogo preciso, agli stessi occhi che assistono.
Le mani non sono mani ma chele, antenne o zampe. Il tronco del corpo è ora viscido ora possente. Dalla stessa gola da cui proviene un ruggito proveniva la vocina strascicata e indifesa di una spugna di mare: “La situazione era resa più equivoca dai periodici cambiamenti di sesso che noi spugne ermafrodite ci dovevamo sorbire. Non era facile accettare il fatto che mio padre fosse la moglie di sua madre, che sua figlia, cioè mia sorella, fosse suo nonno e sua nonna fosse anche suo fratello, cioè mio zio” è passo detto con voce quasi in falsetto, con debolissima accondiscendenza da mollusco, pochi minuti prima che – col cambio di narrazione – appaia, testa alta e possanza semibaritonale, il grosso felino: “Finalmente sbucai in una sconfinata pianura d’erba corta da cui spuntavano colossali massi granitici. Ci pascolavano gazzelle Thompson e Grant, zebre, gnu dalla coda nera, acefali di Jackson, damalischi, struzzi e orici, sotto all’occhio vigile di ghepardi, licaoni, sciacalli e qualche mio simile”.
La performance è tutta nella capacità di dare toni, forma e colori al nero d’inchiostro messo sulla pagina; è tutta nella capacità di compiere la piccola malia di generare immagini o frammenti di immagini col solo ausilio del proprio corpo e del proprio mestiere; è tutta nella capacità di aggiungere una sfumatura dove è bene vi sia una sfumatura, un aggravio dove necessita un aggravio, un silenzio dove occorre un silenzio.
La performance è nella perfetta intersezione tra il cantafavole, il portaracconto, il saltimbanco di novelle, il banditore di storie ed il suo musico, posto di lato: seconda voce e spalla anch’essa recitante (l’espressività con cui accompagna i suoni, il gioco compiuto con una sigaretta, la vocazione a tastare tasti non tastabili perché di strumenti invisibili), il musico è il vero iniziatore di ogni piccolo barlume animalesco poiché è il tessitore, più che di partiture, di atmosfere nelle quali il racconto – comodamente – si colloca e inizia.
La performance è tutta in questa rispettosa ed arcaica propensione alla facezia per la quale un uomo racconta ad altri uomini una vicenda ch’egli conosce piegandola al proprio modo, adattandola alle proprie esigenze, alla propria invadente fantasia.
Così Paolo Cresta è una lumaca che ama se stessa, una mantide religiosa che si lascia divorare per passione, un maiale che finisce per ballare in un circo, una spugna di mare che patisce la propria informe incostanza, un leone che sbrana colei per cui brama.
Così Paolo Cresta mima, interpreta e allude, ora esaltando il minuscolo ora piegando ciò che è immenso, compiendo il proprio esercizio di fascinazione teatrale.
Il successo dello spettacolo, in questo caso, si misura non con l’altezza degli applausi ma badando all’attenzione con cui gli spettatori – per il tempo di ogni singolo brano – sono rapiti, totalmente sottratti al normale e naturale scorrere del tempo, immersi in una condizione diversa che è la condizione ci chi giace a teatro, giacendo al teatro. Alla fine di ognuno dei cinque momenti la rottura della finzione, del gioco, dell’adeguata percezione della fantasia, un breve ritorno al concreto di una camera adattata a palcoscenico poi, di nuovo, la finzione, il gioco, la fantasia.
Infine.
Da un racconto, non messo in scena: “’Chi sono io? Mi domandavo’. Non trovando risposta chiesi a mio padre. ‘Dipende dal contesto’, mi spiegò. ‘Noi camaleonti siamo come la pausa tra due parole’”.
Ecco: come un camaleonte, l’attore s’adatta al contesto generando il proprio stesso contesto. Egli è “come la pausa tra due parole” che – alle due parole – dona un senso nuovo, un senso diverso, un senso vitale.
Tra le parole, un camaleonte: l’attore.

 

 

Il Teatro cerca Casa
Animali come noi
spettacolo con musica da Sei una bestia, Viskovitz
di Alessandro Boffa
di Paolo Cresta
con Paolo Cresta
voce e percussioni Carlo Lomanto
durata 1h
Napoli, Ordine degli Psicologi della Campania, 21 marzo 2013
in scena 21 marzo 2013 (data unica)

Lascia un commento

Sostieni


Facebook