"Quella di cui godevo in quei giorni afosi, camminando sui larghi marciapiedi di via Manzoni e di via Merulana, al riparo del fogliame dei platani, era indubbiamente una felicità partorita da un'illusione; l'illusione di un piccolo numero di strade e incroci capace di suggerirmi la sensazione, razionalmente insana, che esistesse per me, come per chiunque altro, un luogo capace di farmi sentire a casa, qualunque disastro fosse in corso o mi pendesse sulla testa"

Emanuele Trevi

Lunedì, 18 Marzo 2013 14:50

Kairòs mancato

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Acqua che gocciola. Goccia dopo goccia. Lenta, mutevole, vagamente inquietante. L’acqua gocciola, mentre il pubblico riempie il teatro Elicantropo. “A proposito di letteratura...”, cogliamo frasi, discorsi surreali, bocconi di opinioni. E intanto l’acqua continua a gocciolare, quasi a indurre una tensione angosciata, con il ritmo asimmetrico del suo cadere, il senso del tragico, l’attesa della tragedia, di una tragedia, o diverse tragedie, che hanno da compiersi.

Buio. Musica d’orchestra. Lo spettacolo inizia. Facile sintetizzare la scarna vicenda. Più arduo ritrovare ciò che avevamo creduto di incontrare. Quattro vite irrisolte. Quattro vite sbagliate (?). Quattro persone che non hanno saputo cogliere il kairòs, il momento giusto, quell’attimo in cui si prende forma, o si dovrebbe prendere forma. C’è Luigi Gatti (Giulio Barbato), emigrante italiano, venuto dai bassifondi, sguattero di cucina e poi proprietario del lussuoso ristorante di prima classe sul Titanic. Abito scuro con i risvolti di raso nero, camicia e fazzoletto rosso, foulard nero, capelli impomatati, volgare e crudele, privo di amore, pietà o dignità. C’è Arturo (Raffaele Ausiello), il primo ufficiale, innamorato senza speranza, o senza audacia, della bella moglie di Gatti, e cerca sollievo all’angoscia nel brandy, bevuto con vergogna (e pubblica ignominia) da una fiaschetta di metallo nascosta sotto l’uniforme. E c’è Ginevra (Ramona Tripodi), la moglie di Gatti, piccolina, bella, con un abito elegante rosso cupo e i guanti lunghi neri. Lui non la ama, lei non lo ama più, ma è incatenata a lui e lui non riesce a lasciarla, vorrebbe che fosse lei ad andarsene. E c’è Madre Agnese (Rosalba Di Girolamo), che vorrebbe essere solo Agnese, monaca per forza, con abito nero di paillettes.
Ognuno di loro vorrebbe qualcos’altro, ognuno di loro avrebbe voluto essere qualcos’altro, ma sono lì, su quella nave, metafora della vita. “Perché mi tieni con te?” chiede Ginevra a Luigi, “Perché non c’è nessun’altra”, risponde banalmente lui. L’ha mai amata? Chissà. L’ha desiderata: “Era bello guardarti... desiderarti a distanza”. Ma il desiderio realizzato è già morto, nel momento stesso della sua realizzazione. La tensione desiderante è tale in quanto tensione e l’appagamento, l’acquietamento, equivalgono a morte. Ogni scelta è assunzione di responsabilità, ma anche la non scelta lo è, perché determina, comunque, delle conseguenze.
Forse per questo l’ignavia è un peccato capitale. Forse per questo suona falso, stucchevole e inutile, “un brindisi a com’era gradevole essere un ingenuo”.
“Da questo istante tutto si ripete per sempre”. I quattro personaggi popolano diversi quadri in scena, privi di vera sostanza, privi di profondità, caratteri abbozzati, barlumi di esistenza, anche scenica, che non giungono ad un compimento. L’unico compimento è nel finale, annunciato già da mille presagi, e comunque già noto allo spettatore. L’immancabile tragico finale, senza tragedia. “Stai attento Luigi. Non si può vincere sempre”. “Il banco vince sempre”, replica tronfio lui, dopo aver messo in palio la moglie sul tavolo, sapendo di vincere, come sempre, con le sue regole. E Arturo, chiamato come la prima stella del mattino? Vinto ancora una volta, piccolo ufficialetto senza autorità. “È che c’è solo acqua nella mia testa... e poi c’è lei col suo vestito rosso”. “Povero Arturo”, commenta Madre Agnese, ma come se fosse una voce fuori campo, “se solo avesse avuto meno paura di scegliere”.
In questa storia nessuno sembra aver davvero mai vinto, ognuno sembra vinto dalla vita, ognuno sembra aver avuto la mano sbagliata alle carte, o forse, chissà, si sono seduti al tavolo ma le carte non le hanno prese, per paura di prendere quelle sbagliate, nel timore di perdere troppo, o forse... chissà, non ci viene raccontato, ma solo, labilmente, quasi incidentalmente, evocato.
Tutto resta una traccia, un soffio, a rotolare tra le onde insieme alle note dell’orchestra.

 

 

 

Il sole di notte
di Ramona Tripodi
liberamente ispirato a La fine del Titanic
di H.M. Enzensberger
con Raffaele Ausiello, Giulio Barbato, Rosalba Di Girolamo, Ramona Tripodi, Luciano Roffi
regia Ramona Tripodi
aiuto regia Adriana D’Agostino
disegno luci Cesare Accetta
disegno audio-video Andrea Canova
presentato da Inbilicoteatro
coproduzione Il Pozzo e il Pendolo
lingua italiano
durata 75’
Napoli, Teatro Elicantropo, 16 marzo 2013
in scena dal 7 al 17 marzo 2013

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