"L'immagine semplice scaturisce dalla complicazione del racconto, proprio come la gioia è il frutto dell'infelicità della vita"

Emanuele Trevi

Giovedì, 22 Novembre 2012 13:20

Fine pena: mai

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Fine pena: mai foto di Gianmarco Chieregato

Cosa resta di un uomo probo nelle grinfie di un dolore assetato di vendetta? Sulla strada nessun orizzonte. Nient’altro che un passato che si fa carne nel presente, che sanguina, come a chiedere di non dimenticare. In nome della verità. Come della giustizia.
Cosa resta di un uomo reo, in bilico tra l’ossessivo desiderio di assaporare gli ultimi istanti di una vita libera e la vertiginosa paura della morte? Questa si porterà via ogni dolore, come l’ultima possibilità di scegliere la strada del perdono, del bene, della cognizione di sé.
Nel grigio dell’oscurità, spietato censore è il tempo. Quello che corre via troppo veloce, che inspessisce le pareti della comprensione reciproca, che condanna senza chiedere chi sei.

Oscura è l’immensità in cui brancolano i protagonisti di questa pièce, costruita sull’azione di due voci che parlano, che si raccontano, che chiedono, senza che l’una riesca (quasi) mai ad incontrare l’altra. Voci di corpi. Di identità pericolosamente unite da un dolore cieco.
Il dolore di Silvano Contin, vittima dell’improvvisa e feroce morte di Clara, sua moglie, e di Enrico, suo figlio di soli otto anni.
Il dolore di  Raffaello Beggiato, delinquente per mestiere, omicida delle due giovani vite.
L’uno rinchiuso nel suo mondo artificiale, fatto di ricordi, di solitudine, di rabbia: non perdona neanche se stesso. “È tutto buio, Silvano, non vedo nulla. È tutto buio. Ho paura. Aiutami”: negli ultimi respiri della moglie in fin di vita, che riecheggiano in scena come nella sua coscienza tormentata, l’irruenta esigenza di vendetta di quest’uomo. L’altro, il carnefice, condannato all’ergastolo, sconta la pena ormai da quindici anni e trova un bagliore di luce nella speranza della grazia. L’ha chiesta alla vittima perché abbia pietà di lui: ora che un cancro gli spegne le ultime gocce di vita, non desidera altro che morire da libero (magari in fuga verso l’accogliente Brasile), con l’illusione di averne ancora il diritto. Come gli altri uomini. Come se il tempo non gli stesse chiedendo il conto.
Due cammini paralleli, sullo sfondo di due scene ora intermittenti ora coesistenti.
Tutta spostata a sinistra la fucina del dolore di Contin, tra le pareti domestiche (che racchiudono un armadio aperto, un frigorifero, un piano cottura. Tavolo e sedie, poi, trasudano di solitudine e di vuoto dell’anima: è tutto distrutto) e quelle della bottega di scarpe (tra i tacchi da riparare non c’è spazio per mettere su una nuova vita).
In fondo, separata da un gigante di tulle, la scena della cella prima, della cucina poi: altro dolore, altra fucina, altra risposta del tempo. Quello di Beggiato.
Intanto, mentre le storie si sciolgono, lo spettatore è irretito da un gioco di luci e di scene in movimento, quasi che i moti dell’anima come i personaggi assenti (la moglie di Contin, la paziente ed anziana madre di Beggiato) fossero messi sott’acqua, sospesi tra le pareti di un acquario. Mirabile illusionismo da retroproiezione su tulle: quando l’immagine esterna all’azione non è un supporto, ma sincronica parte del tutto. Potere della tecnologia di questi tempi.
Silvano ha bisogno di un nome, quello del complice dell’omicidio. Lo aspetta da quindici anni. Lo esige il suo dolore.
Raffaello ha bisogno di tacere quel nome, per farsi salvo, per tornare libero di morire da libero.
La grazia arriva, ma non il perdono. 
È tempo che l’uno si convinca a farsi giustizia da solo (occhio per occhio…) e che l’altro inizi a ritrovare parte della sua umanità perduta (tra le braccia di Giorgia, la prostituta che lo rimette al mondo. Con l’amore di una madre, di una donna).
C’è chi, continuando a brancolare nel buio della non-verità, trova la perdizione riprendendosi quanto perduto con schiacciante “insoddisfazione”. E chi, ritrovandosi, s’illude di aiutare l’altro provando a rendergli la giustizia tanto attesa.
Silvano scampa il carcere. Raffaello muore. Cosa resta, dunque? Nessun vincitore. Due i vinti. 
Il tempo censore, l’incapacità di comunicare il vero, il tunnel del dolore hanno la meglio. Del perdono, nessuna traccia. Alla giustizia tocca fare amarissimi conti con l’universo umano.
A questo teatro, che innova, il plauso di lasciare che lo spettatore arrivi dove i protagonisti si sono arenati. Quando il teatro ha davvero un potere.

 

 

 

Oscura immensità
dal romanzo
L’oscura immensità della morte, di Massimo Carlotto
regia Alessandro Gassmann
con Giulio Scarpati, Claudio Casadio
produzione Teatro Stabile del Veneto
in coproduzione con Accademia Perduta Romagna Teatri
scene Gianluca Amodio
costumi Lauretta Salvagnin
luci Pasquale Mari
videografie e suoni Marco Schiavoni
Napoli, Teatro Bellini, 20 novembre 2012
in scena dal 20 al 25 novembre 2012

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