"L'immagine semplice scaturisce dalla complicazione del racconto, proprio come la gioia è il frutto dell'infelicità della vita"

Emanuele Trevi

Lunedì, 19 Novembre 2012 09:19

L'apparenza dei ricordi

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La rustica poltrona di quercia con la balalajka e la muffola, il divano turco, le missive commerciali tedesche; i ritagli di camoscio, il calendarietto di marmo, la scrivania di legno annerito; i fogli di carta velina, il torchio del copialettere, i vetri coperti di taffettà verde. Nell’aria l’odore penetrante di pelle conciata mista ad un briciolo di muschio seccato; vola ogni tanto il pulviscolo lasciando intuire dov’entra la luce; silenzio dal resto del mondo lasciato oltre la porta d’ingresso. Lo studio paterno, una parete, le mensole delle acerbe letture : “La libreria della prima infanzia accompagna l’uomo per tutta la vita. La disposizione dei ripiani, la scelta dei libri, il colore dei dorsi, si percepiscono come il colore, l’altezza, la disposizione stessa della letteratura mondiale. Anzi, ai libri che non erano nella prima libreria, non sarà mai concesso di farsi strada nella letteratura mondiale come in un universo. Volere o no, nella prima libreria ogni libro è un classico e non se ne può scartare uno solo”.

I tomi non stanno diritti, giacendo come rovine. Vecchie edizioni dalle rilegature strappate, pagine dai lati scalfiti, copertine bordeaux dai caratteri minuscoli s’alternano a volumi preziosi, che recano incisioni classiche a punta secca. Puškin ha veste nera con sfumatura color terra e sabbia; Dostoevskij ha il dorso in cartone, ricoperto da una pelle sottile; mentre Schiller, Goethe o lo Shakespeare tradotto in tedesco hanno il marchio di vecchie edizioni di Lipsia e Tubinga.
La libreria giovanile di Mandel’stam: esempio di ciò che s’immagina leggendo Il rumore del tempo.
Scorci d’inchiostro, tratti alfabetici, accenni allusivi si proiettano, di pagina in pagina, assumendo lo stesso valore che la luce ha per il buio dell’assito o per l’oscura nicchia di una mostra: servono a cogliere l’emblema, la sua patina scolorita e vetusta, la sua  esistenza passata e a riposo. Così la giovinezza di Mandel’stam a San Pietroburgo vive non per romanzo, non per racconto, bensì per lirica ostentazione d’immagini: i venditori di giornali, muti agli angoli di strade ghiacciate; le maniche degli abiti femminili, gonfiate dal vento che passa i nastrini; i baffi, i pizzetti e le barbe, decoro di parrucchieri frettolosi e arrossati. Ancora: il passaggio di una carrozza; il battere d’oro di un orologio; il cigolio delle slitte o dei pattini tanto quanto “l’aria umidiccia dei parchi ammuffiti, l’odore delle serre putrescenti e delle rose coltivate nelle aranciere” o “le grevi esalazioni del buffet, il sigaro acre, il bruciaticcio della stazione e i cosmetici della folla”.
Quadri staccati, ceselli, dettagli: la maniera con cui Mandel’stam rende il passaggio dall’Ottocento lento e strisciante al Novecento minaccioso del nuovo.
“Non voglio parlare di me, ma seguire il secolo, il rumore e l’evolversi del tempo. La mia memoria è ostile a tutto ciò che è personale. Se dipendesse da me, mi limiterei ad arricciare il naso ripensando al passato”.
Più avanti, in forma di versi: “Non temo la sconnessione e le interruzioni./ Taglio la carta con lunghe forbici./ Incollo striscioline simili a frange./ Un manoscritto è sempre una tempesta, strapazzato, dilaniato dalle beccate”.
Ecco: gli scritti che fanno il volume (Il rumore del tempo, Fedosia, Il francobollo egiziano, La quarta prosa) rendono “il secolo, il rumore, l’evolversi del tempo” incollando “striscioline simili a frange”: ne viene un memoriale “dilaniato dalle beccate”.
Così per la musica a Pavlovsk, per l’istituto Tenišev, per un concerto di Hoffmann. Così per via Gorochovaja, per il giardino Aleksandrovskij, per il Nevskij Prospekt. Così per Sergej Ivanyč, per Julij Matveič, per Boris Naumovič Sinani.
Così per Vera Fëdorovna Komissaržèvskaja – la cui schiena era piatta, la cui testa era piccola, la cui voce era fatta per cantare tra i banchi di chiesa – che ripulisce la propria arte di recita annullando tutto l’orpello teatrale: “il fulgore delle candele, le rosse aiuole delle poltrone e i nidi di raso dei palchi”.
Così per Parnok, che “dal principio della primavera correva fuori nella via e scalpicciava sui marciapiedi ancora umidi, con le sue zampette di pecora”, alla ricerca della finanziera venduta o distrattamente dispersa.
E poco importa, poco importa davvero, che Vera Fëdorovna Komissaržèvskaja sia stata attrice realmente sul palco mentre Parnok sia solo un’ombra letteraria e inventata.
“È terribile pensare che la nostra vita è un romanzo senza intreccio e senza protagonista, fatto di vuoto e di vetro, dell’ardente balbettio di sole digressioni, del delirio dell’influenza pietroburghese”. Potremmo terminare così. Oppure potremmo terminare con quest’altra orazione sottratta: “Distruggete i manoscritti, ma conservate ciò che avete tracciato a margine, per noia, per disperazione e come in sogno. Queste creazioni secondarie e involontarie della vostra fantasia non andranno perdute per il mondo, ma si metteranno subito su leggii in ombra”.
Invece: “La spiaggia di Riga è un intero paese. È famosa per la sabbia attaccaticcia, gialla, straordinariamente fine e pulita (forse solo nelle clessidre c’era una sabbia simile!) e per le passerelle bucate, di una o due assi, lanciate attraverso le venti verste di un Sahara di dacie. L’ampiezza della spiaggia di Riga non si può paragonare a nessuna stazione balneare. Passerelle, aiuole, giardinetti, globi di vetro si susseguono in un’interminabile grande città sulla sabbia gialla canarino, macinata come il grano, con la quale giocano i bambini. I lèttoni dietro alle case fanno seccare all’aria e al sole le sogliole, pesci spinosi con un occhio solo, piatti come una larga palma. Il pianto dei bambini, le scale sul pianoforte, i gemiti dei pazienti degli innumerevoli dentisti, l’acciottolio delle stoviglie nelle piccole pensioncine, i gorgheggi dei cantanti e le grida dei venditori ambulanti non tacciono mai nel labirinto di orti, panetterie, filo spinato”.
Vaga, ondulante, atmosferica eppure romantica nella sua crudele nettezza, la matita di Mandel’stam danzò di prosa sulla pagina disegnando ciò che rapido accadde.
Finì spezzata, lacera tra il lacero, abbandonata tra i rifiuti coperti dalla neve in un grigio campo siberiano.

 

Osip Mandel'stam
Il rumore del tempo e altri scritti
A cura di Daniela Rizzi
Adelphi, Milano, 2012
pp. 209

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