“In realtà vi è un istante in cui il corpo sulla scena e l'arte coincidono e quell'istante si chiama teatro. Tutto il resto è spettacolo”

Claudio Morganti

Giovedì, 07 Febbraio 2013 16:52

CICLO BERGMAN (parte I) - Il settimo sigillo

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“Il settimo sigillo attraversò il mondo come un incendio. Incontrai forti reazioni da parte di persone che avvertivano come il film centrasse le loro scissioni intime e la loro angoscia”

(Ingmar Bergman)

 

Con questo film intendiamo inaugurare una serie di scritti dedicati al grande regista svedese Ingmar Bergman, denominata Ciclo Bergman. La raccolta che ci siamo prefissi di raccontare non è completa, mancano molte opere, parliamo del resto di uno dei cineasti più prolifici della storia del cinema, una carriera che copre la bellezza di quasi sessant’anni, iniziata nel 1945 con Kris e conclusasi nel 2003 con Sarabanda. Quasi impossibile quindi ricoprire l’intera produzione bergmaniana (e ci stiamo limitando a considerare solo il lavoro cinematografico, tralasciando il teatro, i lavori radiofonici e televisivi, e le opere letterarie che comunque citeremo qua e là durante il racconto).

Dicevamo, tale progetto risulta quindi inevitabilmente incompleto ma, a nostro modesto parere, non incompiuto. Cercheremo infatti di raccontare, attraverso una serie di film ben precisi, l’evoluzione del pensiero bergmaniano, arricchendolo inoltre di piccoli aneddoti e stralci di interviste che il regista ha rilasciato nel corso degli anni. Un lavoro che riassuma dunque l’opera del maestro nel modo più esaustivo possibile. La scelta di iniziare questo ciclo con Il settimo sigillo, opera del 1956, dopo che il regista aveva già diretto la bellezza di sedici film, è dovuta al fatto che, a nostro avviso, Bergman per la prima volta tratta esplicitamente della questione prettamente teologica che accompagnerà molte delle sue più importanti opere successive. Il film era in cantiere già da qualche anno, precisamente dal 1954, quando Bergman scrisse per il teatro l’atto unico intitolato Pittura su legno. Il testo diventò successivamente una prima bozza della sceneggiatura del film che stiamo trattando e ne conteneva già tutti gli elementi portanti: le paure dell’uomo di fronte all’ignoto, la cupezza dell’epoca medioevale che enfatizza quelle stesse paure, gli interrogativi senza risposte su Dio. A proposito della genesi della prima stesura del testo, ideato durante l’ascolto dei Carmina Burana di Carl Orff, Bergman scrisse: “I Carmina Burana sono costruiti su canti medievali composti da chierici vaganti durante anni di peste e di guerre sanguinose” poi aggiunse che la direzione presa dalla successiva stesura del film finisce per distaccarsi dal lavoro teatrale Pittura su legno: “divenne una specie di ‘road movie’ capace di muoversi senza imbarazzo verso il tempo e lo spazio”.

Critici e studiosi hanno veduto ne Il settimo sigillo un preludio alla trilogia denominata “Il silenzio di Dio” alla quale prendono parte i successivi Come in uno specchio (1960), Luci d’inverno (1961) e Il silenzio (1962). A nostro avviso (tra l’altro lo stesso Bergman smentì questa catalogazione del film) Il settimo sigillo va collocato invece nel suo periodo di travaglio esistenziale, e accomunato alla sua opera successiva Il posto delle fragole (1957). Le due opere infatti appartengono al pensiero bergmaniano ancora pervaso dall’influenza religiosa (Bergman è stato uno dei pochi casi di conversione al contrario, da credente ad ateo), ma già in combutta con la ragione che la nega, il tutto mescolato all’angosciante mistero della morte. Ha scritto lo stesso Bergman riguardo a Il settimo sigillo: “A quel tempo vivevo con alcuni poveri resti della mia devozione infantile, un’idea del tutto ingenua di ciò che si potrebbe chiamare la salvazione extraterrena. Nel frattempo la mia convinzione attuale aveva cominciato a manifestarsi. L’Uomo è portatore della propria Santità, che però ha luogo su questa terra, senza alcun bisogno di spiegazioni extraterrene. Nel mio film vive, dunque, un rimasuglio abbastanza privo di nevrosi di una devozione sincera e infantile, che si accorda serenamente con un aspro e razionale concetto della realtà. Il settimo sigillo è in definitiva una delle ultime espressioni di fede, delle idee che avevo ereditato da mio padre e che portavo con me dall’infanzia”. Riguardo poi al senso più intimo del film aggiunse: “Per quanto mi ricordo avevo un dannato terrore della morte, che durante la pubertà e i primi venti anni poteva impennarsi sino a farmisi intollerabile […]. Che poi, all’improvviso, io abbia preso il coraggio di raffigurare la morte come un clown bianco, come un personaggio conversante, che giocava a scacchi e non deteneva alcun segreto, questo fu il mio primo passo nella lotta contro la paura della morte”.

Durante un’operazione chirurgica, che Bergman in seguito dovette affrontare, gli venne somministrata per errore un’anestesia in dosi massicce. Lo stesso Bergman commentò la disavventura collegandola a quel concetto di morte presente nelle sue opere: “Improvvisamente mi resi conto che la morte è così. Che dall’essere si passi al non-essere è una cosa difficile da pensare. Per una persona costantemente terrorizzata dall’idea della morte, è estremamente liberatoria”.

Il film non ebbe una facile gestazione, la Svensk Filmindustri (istituto svedese del cinema) in un primo momento non mostrò interesse per la sceneggiatura, poi il successo a Cannes del precedente film di Bergman, Sorrisi di una notte d’estate (1955) premiato con la “Palma d’oro”, trasformò il giovane regista in una stella del panorama cinematografico internazionale e convinse Anders Dymling, presidente della Svensk Filmindustri, che aveva precedentemente bocciato il film perché troppo complesso, ad occuparsi della produzione. Il film ebbe un notevole successo anche in Italia, ma solo qualche anno dopo, precisamente nel 1960, diventando per un certo periodo di tempo l’emblema della cultura cattolica del nostro paese. Nonostante le distanze prese dal regista nei confronti di tali attenzioni, i cineforum d’ispirazione cattolica di quegli anni se ne appropriarono facendone la loro bandiera e tralasciando con zelo le ascendenze protestanti di Bergman e della Svezia temendo che i richiami alla Riforma di Lutero potessero depistare i loro accoliti (è interessante notare, tra l’altro, che spesso le varie associazioni cattoliche italiane hanno premiato film dal contenuto quantomeno dubbio. Due casi su tutti, Per grazia ricevuta di Nino Manfredi, altro cineasta dichiaratamente ateo, ebbe un tale successo nel mondo cattolico tanto da scomodare, con sorprendenti complimenti, nientemeno che il papa, e Lourdes (2009) di Jessica Hausner, film che riuscì nell’ardua impresa di essere premiato sia dall’Organizzazione Cattolica per il Cinema che dall’Unione Atei e Agnostici Razionalisti). In ogni caso Il settimo sigillo è un film dichiaratamente religioso fin dal titolo. Secondo l’Apocalisse di Giovanni infatti il settimo sigillo impedisce la lettura del libro tenuto in mano da Dio e la cui rottura rivela i segreti riguardo la vita e il destino dell’umanità. Ma solo l’agnello, cioè, secondo la tradizione, il Cristo figlio di Dio, può rompere tali sigilli. Il film però non punta a squarciare i sigilli per rivelarne il contenuto, bensì si interroga su ciò che potrebbe celarsi dietro quei sette sigilli. Il film (e forse l’intera opera bergmaniana) d’accordo con il filosofo italiano Emanuele Severino il quale ha concesso alcune interessanti interviste su Bergman, va letto all’interno del significato nietzschiano della “morte di Dio”, inteso come la fine incontrovertibile dell’epistemologia nata con i greci e trainante l’intero pensiero occidentale.

La trama vede protagonista il cavaliere Antonius Block, assalito dal dubbio sull’esistenza di Dio, e lo scudiero Jans, agnostico, indifferente e beffardo. I due tornano in Svezia dopo dieci anni di crociate in Terra Santa. Insieme hanno visto la morte in faccia ed hanno procurato morte in nome di Dio. Il film si apre proprio con il cavaliere che incontra, materializzata davanti ai suoi occhi, la Morte. Quest’ultima gli chiede: “È già molto che ti cammino a fianco… sei pronto?”. Il cavaliere risponde: “È il mio corpo che ha paura, non io”. Da questo incontro inizierà tra i due una partita a scacchi (metafora della lotta, tutta strategica, vita-morte) che intervallerà le varie azioni del film. Essa, spiega il cavaliere, servirà da rinvio: “Finché ti resisto mi lascerai vivere. Se ti do scacco matto, mi risparmierai. D’accordo?”

Il cavaliere e la Morte si chinano sulla scacchiera ed inizia il gioco, regalando allo spettatore una delle immagini più potenti e memorabili dell’intera storia del cinema.

Indimenticabili anche i dubbi e le angosce del cavaliere espressi nei dialoghi con il suo fedele scudiero, momenti di poesia e di rigore logico che trascendono l’opera cinematografica di semplice intrattenimento (del resto questo non è cinema di intrattenimento, bensì l’arte di un intellettuale) per fare spazio alla letteratura più alta, degna di un Dostoevskij. Quando il cavaliere Block si avvicina ad un confessionale (senza sapere che all’interno c’è la Morte) per liberarsi delle sue angosce sembra infatti di sentire Ivan Karamazov struggersi davanti al fratello durante il racconto del suo ideale poema La leggenda del grande inquisitore: “Vorrei confessarmi” - dice Block - “ma non ne sono capace perché il mio cuore è vuoto come uno specchio che sono costretto a fissare”. La metafora dello specchio ricorre spesso nel cinema di Bergman, ed ha una valenza simbolica leggibile solo all’interno dell’esegesi biblica (ma vedremo meglio questo punto in un successivo scritto). Block aggiunge: “Mi ci vedo riflesso e provo soltanto disgusto e paura, indifferenza verso il prossimo, verso i miei irriconoscibili simili”. La Morte gli chiede: “Non credi che sarebbe meglio morire?” A questo punto il cavaliere esprime tutta la sua disperazione: “L’ignoto mi atterrisce. Ma perché, perché non è possibile cogliere Dio con i propri sensi, per quale ragione si nasconde tra mille e mille promesse e preghiere sussurrate e incomprensibili miracoli? Perché io dovrei avere fede nella fede degli altri? […] Perché non posso uccidere Dio in me stesso? […] E perché, nonostante tutto, egli continua ad essere uno struggente richiamo di cui non riesco a liberarmi? Vorrei sapere senza fede, senza ipotesi. Voglio la certezza. Voglio che Dio mi tenda la mano e scopra il suo volto nascosto e voglio che mi parli”.

I dubbi e la paura della morte continuano ad affliggere il nostro cavaliere che intanto fa la conoscenza di una famiglia di saltimbanchi, umili artisti di strada che vivono alla giornata. Il viaggio continua e lungo il cammino il gruppo troverà sulla sua strada il dolore del mondo in tutte le sue brutture. Nell’ultima fase della partita a scacchi Block riesce a distrarre il suo avversario in modo da far scappare la famiglia di saltimbanchi (il cavaliere aveva capito che ormai anche loro erano entrati nel mirino della Morte). Saranno questi a chiudere l’ultima scena del film, unici sopravvissuti al percorso della vita e della morte. L’ultima sequenza ci regala ancora una volta un’immagine memorabile con la famiglia di artisti illuminata dalla luce della speranza (opera del grande direttore della fotografia Gunnar Fischer) che assiste in lontananza alla Morte danzante che accompagna le sue vittime verso l’ignoto.      

 

 

Retrovisioni

Det sjunde inseglet (Il settimo sigillo)

regia Ingmar Bergman

con Max von Sydow, Gunnar Bjòrnstrand, Bibì Andersson, Nils Poppe, Bengt Ekerot

produzione Svenks Filmindustri

sceneggiatura Ingmar Bergman

paese Svezia

lingua originale svedese

colore  B/N

anno 1956

durata 95 min.

 

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