"L'immagine semplice scaturisce dalla complicazione del racconto, proprio come la gioia è il frutto dell'infelicità della vita"

Emanuele Trevi

Venerdì, 16 Novembre 2012 18:55

Everything in Its Right Place

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È pur vero che abitando in una città dalla spasmodica densità storica si accarezza sempre il sogno di riuscire a entrare in contatto con qualcosa che ci racconti la storia, il passato, vecchi personaggi e antiche figure, che si muoverebbero nello spazio cittadino odierno, come profili fantasmatici di un passato che vorremmo sempre qui presente affianco a noi, profili sorridenti e sprezzanti, deliranti e intellettuali, e noi pronti a ricevere la giusta rivelazione in vista dell’azione, noi immobili e inchiodati, noi sempre più incapaci di agire efficacemente, di trasformare intere regioni di esistente, e lo si accarezza questo sogno (chiamiamolo così!) soprattutto quando, indaffarati dagli orrori burocratici del presente e rincorrendo opache e pur necessarie sicurezze esistenziali, si ricerca chissà perché lo status di passeggiatore solitario (fermo restando che la solitudine è un modus, non un’assenza di presenza altrui) e fantasticheggiante. Noi, sia ben chiaro, non coltiviamo illusioni, ce le concediamo ogni tanto in quei minuscoli momenti in cui per gioco decidiamo (appunto) di giocare.

E così mentre attraversiamo (un tempo si sarebbe detto “andare a zonzo”, ora invece si attraversano gli spazi andando di corsa) “i Tribunali” (questo è il modo con cui familiarmente è conosciuto il decumano maggiore dell’antica Napoli greca), scansando motorini inferociti e strombazzanti, dribblando gustose bancarelle di “spassatiempi”, in un delirio di voci e grida, sfiorando di tanto in tanto una colonna, un pezzo di mura antiche, un teschio del Purgatorio (in verità un po’ inconsciamente, sempre cercando la verità del passato immaginario), ci imbattiamo (ma in realtà era seppur vagamente in programma prima o poi) in una galleria e così senza pensarci su troppo, con quella curiosità che neanche la stanchezza dis-trae (fa volgere lo sguardo altrove, a nulla) ci troviamo a salire delle strette scalette, tipiche di quei vecchi palazzi napoletani.

Dinanzi a noi appare immediatamente uno spettacolo destabilizzante e straniante. Ci immergiamo subito, senza troppo pensarci, nelle bianchissime sale della galleria. E così ci troviamo di fronte a un mondo per così dire “sterile” che, in un primo momento, ci sembra fatto esclusivamente di uno strano materiale plastico. Vaghiamo tra “sculture” trasparenti e distorcenti, intravediamo di qua e di là piante deformate dallo schermo di queste strutture trasparenti. Pensiamo che però è l’unico modo con cui possiamo oramai guardare alla natura. Poi sbuffiamo per la banalità della nostra riflessione. Infine restiamo sospesi per pochi interminabili secondi. 

Tutto questo perché (semplicemente) il duo Pennacchio Argentato ama rivisitare i processi industriali. Si tratta in effetti di lavori in metacrilato trasparente (nome tecnico della sostanza da noi banalmente identificata come plastica), ottenuto attraverso il procedimento industriale di termoformatura, cioè una forma di particolare riscaldamento proprio di forni industriali, capace di produrre stampi utilizzati successivamente per la produzione seriale di oggetti di uso comune. Il duo però non vuole giocare o lasciare messaggi decifrabili, né vuole semplicemente “fare arte” attraverso l’utilizzazione di materiali nuovi e/o innovativi, in poche parole non propone nulla di percettibile immediatamente o non vuole “criticare” semplicemente e in maniera didascalica. Secondo noi (con le mani ancora sporche di antiche mura) – ma ovviamente ci potremmo ingannare – ci piace pensare che si tratta ancora una volta di giocare con la rappresentazione della serialità tipica delle nostre tanto amate società industriali avanzate, in cui se non diventi oggetto da supermercato, moltiplicabile all’infinito (e bada bene lettore, sto parlando proprio con te) sei soltanto choosy e rincorri un’originalità a tutti i costi innaturale, irreale e soprattutto irrealizzabile qui e ora (almeno secondo la più recente forma tecnocratica delle nostre democrazie occidentali).

E allora il nostro duo propone – o perlomeno a noi piace vederla così – una nuova forma di serialità, ma straniante, un rincorrere una possibilità di percezione altra. Un’esigenza di altro. Non un passatismo parassitario ma una forma di oltremodernismo nuovamente creativo. Certo nelle sculture di metacrilato trasparente, attraverso le quali il mondo circostante si rivela deformato, forse non si trovano di per sé tutti questi messaggi – del resto è plastica! – e forse si presentano soprattutto come begli oggetti da design oltremoderno – il che non è un male, è mercato – ma a noi piace lasciarci trascinare, perché a volte bisogna pur cercare qualcosa e non sperare soltanto di trovarla.

E così mentre ce ne ritorniamo, sempre immersi ne “i Tribunali”, con un bipolarismo formato da una necessità di iperconcentrazione sul cammino pericoloso (un motorino quasi quasi ci fa saltare in aria) e da una libera volontà di pensiero sui massimi sistemi, ci rendiamo conto che forse quel metacrilato trasparente si trova proprio nel posto giusto, ricordandoci da un lato che gli ipermodernismi hanno tanto da raccontare (o almeno ne attendiamo le narrazioni e non soltanto tutte quelle tanto allegre quanto inefficaci metanarrazioni), dall’altro che rincorrere il passato è soltanto un nostro vecchio viziaccio da tenere sempre di più al di fuori della nostra presenza nel mondo.

 

 

At 03:30 A. M. on the Night of June 5, 1992

di Pennacchio Argentato

Galleria T293

Napoli, dal 29 ottobre 2012 al 26 gennaio 2013

 

 

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