"È vero che non bisogna confondere la critica con la maldicenza o il gioco al massacro; ma altrettanto vero e forse ancor più dannoso è confonderla con la complicità e la propaganda"

Giovanni Raboni

Martedì, 22 Gennaio 2013 09:58

Ucciderò Roger Federer (la conclusione)

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Si conclude oggi la pubblicazione di questo strano racconto a puntate. Si è riusciti, in questi due mesi e mezzo, a portarne avanti la pubblicazione a cadenza settimanale, cosa che, in tempi come questi in cui tutto si consuma rapidamente, non può che procurarci una (seppur minima) gioia. Sperando (ovviamente e soprattutto) che i nostri "venticinque lettori" (non ce ne voglia il grande Alessandro per questa importuna citazione) si siano comunque almeno un po' divertiti e abbiano avuto almeno un po' la possibilità di inquadrare da un'altra prospettiva (che poi è già sempre la nostra) questa epoca che nella sua miseria, nella miseria del suo risentimento e della sua solitudine, si trova ad essere decisiva. Viviamo a cavalcioni di una soglia anzi, forse più correttamente, lungo lo scorrimento di una faglia epocale. E la viviamo a cavallo di un secchio. Il mondo, poi (quando giungerà questo "poi"), sarà realmente differente. Probabilmente peggiore. E per questo allora abbiamo sentito la necessità di un "lieto fine" (ce lo si conceda, almeno nella fictio!). Sull'ironica malinconia che porta con sè ogni "lieto fine" il lettore potrà farsi, qualora proprio lo voglia, una propria personalissima idea.

 

10. Conclusione

Siamo venuti a conoscenza soltanto da poco tempo (provando un’immensa gioia per il nostro eroe – e per questo motivo riteniamo giusto riferirlo ai lettori) che in primo luogo il piccolo signor F, il giorno successivo agli eventi narrati, superò brillantemente (e inaspettatamente) la prima prova del concorso, che successivamente si era difeso altrettanto bene nelle altre prove, quelle più specifiche e maggiormente connesse all’attività che avrebbe poi svolto, che dopo essersi chiuso in casa era riuscito a raggiungere un tale livello di preparazione da consentirgli di affrontare la più difficile delle prove, quella che lui aveva definito un’“impresa”, cioè l’orale, che in poche parole aveva vinto il concorso pubblico posizionandosi tra i primi in graduatoria, cosa che lo riempì a tal punto di orgoglio che era solito dire, con quel pizzico di falsa modestia che non fa male perché segno di un giusto equilibrio rispetto ai casi della propria vita, che era tutto dovuto soprattutto alla fortuna e in piccolissima misura alle sue capacità, che le domande erano state alla sua portata e che molte di esse lui le ricordava, che fortunatamente il concorso si era svolto in maniera legale o che almeno, seppur ci fossero stati degli “imbrogli”, proprio non avevano potuto farlo fuori, che anche all’orale, nonostante la timidezza e le altre sue intemperanze caratteriali, si era difeso egregiamente, infine che si sentiva felice e che anche lui meritava un po’ di serenità e tranquillità.

Abbiamo inoltre saputo che il piccolo signor F ha già cominciato a lavorare e che, nonostante le sue preoccupazioni (che andavano dal taglio dei capelli, alla barba, ai vestiti da indossare fino ovviamente alla difficoltà e all’incomprensibilità delle mansioni da svolgere), ha trovato un ambiente di lavoro a lui gradito e per così dire adatto alle sue capacità e alla sua volontà di lavoro. Dicono anche che abbia cominciato a farsi delle se non proprio amicizie comunque delle ottime conoscenze, che, almeno seguendo le sue dichiarazioni, non si sente più solo come un tempo e che se non si sta proprio godendo la vita, comunque riesce spesso a divertirsi nelle situazioni più disparate. Non che il piccolo signor F ami a dismisura quel lavoro un po’ grigio e un po’ burocratico che gli hanno affidato, non che si esalti in quelle mansioni che riguardano i problemi connessi alla stesura del bilancio o ad altri garbugli amministrativi del genere, ma che, come c’è stato riferito, lui faccia quel lavoro con tutta la passione e l’impegno, cercando di non commettere mai errori dovuti alla sua inesperienza, mostrando un insolito desiderio di servire in qualche modo la comunità, questo è assolutamente certo e sicuro, così come è splendidamente certo e sicuro quello stipendio che ad ogni fine del mese compare a rimpinguare il suo conto corrente.   

Inoltre ha cominciato a frequentare una donna con la quale, a quanto si dice, sta già facendo progetti “importanti”. La curiosità del lettore su chi sia questa donna può essere facilmente esaudita, perché si tratta di quella cameriera non più giovanissima che lui aveva incontrato in quel bar del Centro Storico dove aveva trascorso la serata precedente alla prima prova del concorso. Si chiama graziosa signorina A e anche i suoi occhi hanno ricominciato a brillare. Ma la cosa più strana non è tanto questa – del resto non vi è nulla di strano in un uomo e una donna che si piacciono, anche se quell’uomo è il piccolo signor F e la donna la graziosa signorina A – quanto il fatto che anche lei aveva partecipato al concorso, che anche lei lo aveva vinto e che anche lei si era ritrovata a lavorare nello stesso ufficio e con praticamente il medesimo impiego del piccolo signor F.

In realtà tra i due non vi era stato quello che si suole chiamare “colpo di fulmine” (e su questo argomento, a quanto ci dicono, scherzano in continuazione), non vi era stato quell’innamoramento improvviso che avvampa e consuma ogni cosa nell’irrefrenabilità della passione, i due non si erano piaciuti immediatamente o almeno immediatamente non lo avevano dato a vedere e comunque quel “piacersi” era stato assolutamente controllabile, anche se, negli animi loro che andavano lentamente appassionandosi l’uno all’altro, ogni giorno a lavoro diveniva una sorta di piacevole appuntamento, ogni parola scambiata diveniva sempre più di zucchero e ogni sguardo un modo per riscaldarsi nelle giornate invernali. A quanto pare la graziosa signorina A ricorda spesso le reciproche timidezze e l’incapacità di comunicare apertamente. Ricorda (ovviamente) gli sguardi furtivi e i primi mesi in cui, superato l’imbarazzo iniziale (imbarazzo che non aveva alcuna ragion d’essere), finalmente erano riusciti a scambiare delle chiacchiere al di là dei confronti strettamente necessari all’andamento delle pratiche d’ufficio, e in più ama raccontare la prima volta che sono andati insieme, soli tutti e due, a prendere un caffè prima di rientrare al lavoro dopo la pausa pranzo, l’incapacità e l’imbarazzo provato da entrambi, il fatto che il piccolo signor F non sapendo cosa dire aveva esordito raccontando di un bellissimo incontro di tennis che aveva visto Federer come protagonista assoluto.

Si era detto di “progetti” tra la graziosa signorina A e il piccolo signor F. Intanto il nostro eroe, dopo soltanto pochi mesi di frequentazione, aveva chiesto alla sua eroina di andare a vivere con lui,  non lo aveva chiesto in maniera particolarmente teatrale, l’aveva un po’ buttata lì, detta un po’ masticata in mezzo a questioni lavoro e di vita quotidiana, sperando sì che quella proposta venisse raccolta ma senza mostrare né particolare attaccamento né particolare delusione qualora lei avesse rifiutato e, come spesso è accaduto e accade tra di loro, lei aveva accettato quella proposta più o meno nello stesso modo, come se fosse la cosa più normale del mondo, dicendo che, in effetti, dividere le spese non è mica male e che comunque lui abitava in una zona che a lei piaceva e che quindi, se lui non aveva problemi particolari, lei si sarebbe potuta trasferire anche subito, giusto qualche giorno per organizzare le cose. La graziosa signorina A aveva accettato di buon grado con somma e pacata gioia da parte del piccolo signor F e si era messa al lavoro per rendere la modesta abitazione del nostro eroe (l’unica cosa che lui curava – come si è detto – era l’impianto di illuminazione) un appartamentino grazioso e accogliente, e così aveva buttato via un sacco di cose, aveva preteso di spostare mobili e di riorganizzare gli spazi, aveva deciso che le pareti andavano perlomeno imbiancate anche se lei avrebbe comunque preferito i colori pastello (e così fu fatto per precise disposizioni del piccolo signor F che non si era mai accorto di quanto amasse anche lui i colori pastello).

Dicono che entrambi stiano parlando di un possibile matrimonio, tra battutacce di lui sul fatto che si tratta soltanto di un contratto e sul fatto che così finalmente anche lui sarà rovinato dalla vita matrimoniale e battutacce di lei sul fatto che se non lo avesse fatto lei nessuno avrebbe mai proposto una cosa del genere a uno come il piccolo signor F e che aveva deciso in quel senso per permettergli di sentirsi un uomo normale.

Insomma, come il lettore potrà facilmente notare, i due si divertono.

Per concludere possiamo dire che il piccolo signor F, dopo quella fatidica giornata, ha scoperto il suo grande amore per il tennis e in particolar modo per Roger Federer di cui si sta procurando in formato DVD tutte le finali dei tornei del Grande Slam che ha disputato e che, di tanto in tanto, costringe la graziosa signorina A a vedere quelle noiosissime (per lei) nonché spesso lunghissime partite.

Infine – e con questo veramente chiudiamo – il piccolo signor F è riuscito a trovare il modo di incanalare il suo malcontento, a razionalizzarlo, in poche parole a dargli un nome. Dare un nome al proprio scontento è già di per sé il primo passo verso la guarigione ma ancor di più dare un nome collettivo al proprio malcontento individuale è l’unica forma realmente efficace di partecipazione alla realtà. Ha compreso che il malcontento del nostro tempo lungi dal dover divenire sterile risentimento può diventare forza di coesione e che forse è necessario impegnarsi di più per far migliorare questo mondo. Che è necessario combattere quotidianamente per trasformare il mondo. È stato proprio in occasione di un altro incontro fortuito con quel suo amico che, nella serata in cui il nostro eroe si era ubriacato, gli aveva parlato in continuazione in quella maniera convulsa e frammentaria, amico che anche lui stava attraversando a quei tempi un brutto periodo, che il piccolo signor F è potuto entrare in contatto con piccoli gruppi che cercavano e cercano tutt’oggi, in maniera appassionata, di analizzare i problemi della contemporaneità utilizzando i vecchi strumenti che il marxismo ha messo loro a disposizione, ovviamente adattandoli alla realtà attuale. Non che ovviamente il piccolo signor F e la graziosa signorina A, anche lei sempre presente alle varie riunioni e anche lei fermamente convinta di quelle idee, ritengano realmente che il mondo lo si possa cambiare così da un momento all’altro, ma a chi gli chiede (a volte sorridendo sarcasticamente) come faccia a pensare che possa essere ancora quella la soluzione e a chi gli contesta (se non aspramente, comunque direttamente) la sua attrazione per idee passate e superate e che soprattutto non hanno più niente da dire nella nostra epoca, lui risponde che qualcuno deve pur mantenere viva la speranza in un mondo migliore sottolineando che non si vergogna e non ritiene infantile utilizzare proprio quell’espressione, “sperare in un mondo migliore”, perché è l’unica espressione capace di far muovere realmente le persone e di far uscire dall’isolamento quanti più individui è possibile, in quell’espressione, sostiene il nostro eroe, è contenuta la più grande verità (e il sopracciglio si arcua in maniera sempre più perfetta) che i nostri tempi possano esprimere e che le verità non vanno accettate come un dono, ma vanno costruite quotidianamente attraverso la propria vita.  

Insomma il nostro eroe, come tutti gli eroi che la storia ci ha consegnato, è diventato un idealista, ma, per così dire, un idealista consapevole, consapevole del fatto che da un lato ogni forma di felicità individuale passa sempre (e non può non passare) attraverso la necessità della costruzione di una felicità collettiva ma dall’altro che tutto potrà sempre e comunque risolversi in un fallimento talmente grande da non fare neanche rumore. Che poi la sua possa essere anche soltanto un’illusione che lo aiuta a vivere meglio o che possa essere invece una consapevolezza non del tutto disperata perché crede ancora in un conflitto che ci consegni a una rinascita universale, non sta a noi (inutili scribacchini) dirlo, perché soltanto la Storia dei prossimi anni e decenni, la grande Storia umana e collettiva, quella che va avanti con o senza di noi, quella che lascia sulla strada sangue e rivolte e repressioni, ci potrà rivelare il senso di questa nostra epoca e ci potrà dire se personaggi come il piccolo signor F hanno coltivato soltanto un sogno oramai del tutto fuori moda o hanno invece contribuito in un sorridente ma agguerrito cammino collettivo a un cambiamento epocale, a un cambiamento che farà e forse compirà la Storia. 

E così possiamo chiudere definitivamente questa storia che ha assunto, a causa di queste ultimissime notizie sulla vita del nostro personaggio, sempre più i tratti di una favoletta morale degli inizi degli anni ‘10 del XXI secolo e possiamo così finalmente lasciare che il nostro eroe affronti tutti i casi che la vita e la Storia decideranno di porgli innanzi.   

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