“Io amo troppo il teatro per diventare un critico teatrale...”

Gilbert Keith Chesterton

Lunedì, 21 Gennaio 2013 19:09

August Underground o di violenza e (anti)cinema

Scritto da 

Nel 2001 Fred Vogel, giovane regista americano di cinema indipendente, dà il via ad una serie di pellicole dal contenuto controverso e sospetto (durante un festival in Canada fu addirittura arrestato, salvo poi essere scarcerato quando le autorità appurarono che quel che era rappresentato in pellicola era finto) dal titolo di August Underground. Per dare un’idea di cosa stiamo parlando dobbiamo fare un bel passo indietro, quando negli anni ‘70 tutto un movimento cinematografico rompe con i canoni classici del cinema horror per sviluppare la paura intorno a figure categoriali appartenenti al mondo quotidiano del reale.

Riteniamo che a dare il via definitivo al nuovo horror siano state due pellicole del 1973, Last house on the left di Wes Craven (trattasi niente di meno che del remake di La fontana della vergine di Bergman) eTexas chainsaw massacre (distribuito in Italia con il titolo di Non aprite quella porta), di Tobe Hooper. Films a basso budget che abbandonano l’idea del fantastico come input per l’orrore e si concentrano sulla perversione umana, tutta umana, di compiere il male per puro piacere (o bisogno), pur mantenendo qua e là, nel caso del film di Hooper, qualche stereotipo appartenente al vecchio horror; ne è esempio il personaggio di Lutherface ("Faccia di cuoio"), una sorta di simbiosi tra il Frankenstein di Mary Shelley e il serial killer delle cronache americane. In nessun paese come negli Stati Uniti, infatti, il fenomeno degli assassini seriali è tanto patito. Sembra naturale, quindi, che tale movimento cinematografico sia sorto da quelle parti. Abbandonati mostri, fantasmi e vampirelli (che comunque continuano ancora oggi ad essere prodotti, ma hanno il più delle volte un’impronta umoristica), il nuovo horror laico esplora senza mezzi termini il mondo malato dell’uomo rendendo, per questo, la visione più violenta e disturbante, ma soprattutto, più realistica. È in questo contesto che inizia a farsi largo il fenomeno fake snuff, ma prima di dedicarci ad esso ci sentiamo in dovere di dare qualche informazione al lettore sui cosiddetti snuff movie.Lo snuff movie in generale è la videoripresa di un evento violento. In questo senso ampio lo sono, ad esempio, anche le riprese di un incidente stradale, dove il riprendente (colui provvisto di strumento videoregistrante) si adopera per immortalare la sciagura a cui sta fortuitamente assistendo considerando tale evento come fenomeno di estremo interesse per un futuro spettatore. Non possiamo certo dire lo stesso di un servizio giornalistico (anche se probabilmente la logica alla base del sevizio d’informazione presenta comunque una parte morbosa insita nella sua rappresentazione), mentre lo sono a tutti gli effetti i video circolati in rete dopo l’11 settembre che mostravano i gruppi di Al Qaeda decapitare a destra e a manca i prigionieri catturati. In questo ultimo esempio, però, il senso del video è ben diverso. Si tratta cioè di spaventare, minacciare, terrorizzare (è, appunto, un atto terroristico) il proprio antagonista con la visione della decapitazione. Lo snuff vero è proprio è invece un dialogo tra autore e spettatore ben diverso, si tratta cioè di stimolare le più profonde e malsane fantasie attraverso l’atto voyeuristico di chi guarda. Tale fenomeno, e ci riferiamo adesso specificatamente allo snuff  inteso come registrazione di un delitto ad opera dell’omicida che poi lo vende in un sottobosco infernale e criminale popolato da ogni sorta di pervertiti come ipotizzato dal film 8mm - Delitto a luci rosse di Joel Shumacher, è stato archiviato come leggenda metropolitana (anche se abbiamo poi visto che in rete non è difficile imbattersi in tali atrocità). Ad ogni modo, l’arte cinematografica ha voluto dare materia tangibile a tale fenomeno attraverso un filone pornografico di pellicole etichettabili come fake snuff (finto snuff) a cui il lavoro di Vogel, August Undreground (d’ora in poi AU) appartiene. Prima di dedicarci, però, definitivamente a questa produzione è necessario fare un altro piccolo passo indietro. Negli anni ’80 il primo vero fake snuff che la storia ci consegna è opera dei giapponesi, da sempre avvezzi ad esplorare senza censure ogni sfaccettatura dell’universo malsano che popola la libido (vedere a tal proposito i vari Manga e Anime a sfondo pedofilo che proliferano sul web). Stiamo parlando di Guinea pig, una serie di medio e lungometraggi che hanno come unico tema la ripresa video di una serie di torture ed omicidi (la serie Guinea pig conta ben sette titoli e, per la verità, gli ultimi hanno una vera e propria sceneggiatura ed una confezione tali da renderli degli horror più canonici). L’opera nipponica ebbe grande risalto nel 1991 grazie all’attore Charlie Sheen (figlio del grande Martin Sheen) il quale, credendo di aver assistito ad un vero snuff movie, terrorizzato richiese l’azione dell’FBI che, analizzando il materiale con la consulenza degli autori, appurò che si trattava di finzione. Dopo i doverosi cenni storici, possiamo quindi dire che AU è in tutto e per tutto un lavoro analizzabile nel contesto del fenomeno fake snuff. La trama, se di trama possiamo parlare, è presto detta: nel primo episodio due balordi, uno sempre dietro la macchina da presa, l’altro davanti (lo stesso regista Fred Vogel), catturano e seviziano una serie di malcapitati. Le riprese sono a spalla, la qualità è amatoriale, stile filmetto di famiglia in campagna; ciò che sconcerta, da un punto di vista tecnico, è la sorprendente bravura degli interpreti. Sembra di assistere davvero a qualcosa di reale. Le scene cruente sono il più delle volte fuori campo, e le urla di dolore delle vittime e quelle di piacere dei carnefici rendono l’immagine di quanto stia accadendo. Il secondo della serie, AU Murdum, prodotto nel 2003, è senza ombra di dubbio il più feroce e truculento della trilogia (forse dell’intera storia del cinema). Stavolta i protagonisti sono in tre. Una donna (Cristie Whiles), e due uomini (Michael T. Schneider e ancora Vogel) scorazzano per lei vie della città in cerca di sangue. Torturano e uccidono senza esclusione di colpi. È superfluo raccontare nei minimi dettagli le efferatezze varie di questo secondo capitolo, ci basti sapere che stavolta le scene non sono fuori campo, ma raccontate con dovizia e sorprendentemente realistiche. La recitazione rimane stupefacente tanto che ci viene da chiederci perché attori così bravi siano sconosciuti. Gli stessi effetti speciali hanno una maestria impressionante (abbiamo poi scoperto che quasi tutti i partecipanti sono esperti di effetti speciali artigianali). La messa in scena è identica alla precedente, telecamera traballante a spalla, addirittura c’è l’aggiunta di un sotto-montaggio, ossia lo stacco da una scena all’altra mostra brevemente un filmato precedentemente registrato, come quando anche noi maneggiamo senza troppa dimestichezza la videocamera registrando su di una pellicola già usata. Insomma, tutto quel che serve per dare la sensazione di assistere a qualcosa di vero. Il terzo ed ultimo della serie, AU Penance è del 2007. Anche stavolta il protagonista è lo stesso Vogel, a fargli compagnia è rimasta la sola Whiles (forse Schneider è stato ucciso nel precedente, che si era chiuso con un tremendo litigio tra gli assassini interrotto poi bruscamente da uno schermo nero). Questo terzo lavoro è, potremmo dire, più moderato. La coppia di serial killer è in vacanza on the road. I due, come buoni fidanzatini, vanno in giro a fare compere e a visitare negozi, salvo poi, di tanto in tanto, concedersi qualche delitto. Gli effetti speciali sono migliorati ulteriormente. Stavolta ci si chiede del perché Hollywood abbondi in computer grafica quando ci sono dei giovani artigiani del make up così bravi. Questo terzo episodio è anche più dialogato dei precedenti. I protagonisti sembrano ormai vivere una parabola discendente. Forse trapela un desiderio di redenzione. In questo senso il delitto seriale rappresenterebbe un tunnel dal quale provare ad uscire. Il desiderio di uccidere, quindi, come una droga, un bisogno fisiologico di fare del male (per sentirsi vivi? Per dare un senso all’annichilimento quotidiano?) da provare a combattere per non esserne travolti. La via ormai percorsa, però, pare irreversibile. La penitenza a cui fa riferimento il titolo sembra indicare che lo scotto da pagare è inevitabile. Il finale della trilogia è infatti l’ennesimo furibondo litigio tra i due protagonisti. L’ultima scena ci mostra la giovane donna (non sappiamo che fine abbia fatto Vogel) intenta a strangolarsi (forse invano) davanti allo specchio. Più volte, durante la visione della trilogia, in particolar modo con il secondo episodio, ci sembra di sentire la voce di Brando in Apocalypse now recitare “L’Orrore, L’Orrore” e siamo tentati di ripeterci la famosa frase di lancio del film già citato Last house on the left ,“It’s only a movie” (è solo un film). A mente lucida, dopo aver metabolizzato lo scempio a cui si è assistito, ci si interroga inevitabilmente sul suo senso. È ovvio che una tale visione non lasci indifferente. Il male rappresentato nelle scene è un male reale. Fatti di cronaca ogni giorno ci informano delle continue cadute dell’uomo negli abissi della follia.
Ma qual è lo scopo ultimo di un film del genere, oltre al palese desiderio di scioccare lo spettatore?
Innanzi tutto, bisogna tener presente che l’opera in questione affonda le sue radici più nella Pornografia che nel Cinema in senso stretto. Se per Cinema, infatti, intendiamo un’arte che riassuma la grammatica che lo strumento richiede (montaggio, narrazione, musica come contrappunto delle immagini attraverso la colonna sonora) con il contenuto che la muove, ebbene AU non è Cinema, ma la sua antitesi. Va collocato quindi in quel panorama raccontato dalla Pornografia che, per l’appunto, nega allo spettatore tutte queste qualità concentrandosi semplicemente sulla ripetitività e la morbosità dell’atto. Come, infatti, il Porno (e non ci riferiamo, per carità, ai capolavori realizzati da Gerard Damiano negli anni ’70 e al suo cosiddetto “porno esistenzialismo”, ma più specificatamente al Porno denominato “Bonzo”) ha i su specifici filmici nella penetrazione ed eiaculazione pure e semplici, così il fake snuff ha i suoi specifici filmici nella tortura e l’omicidio. Inoltre, entrambi i generi muovono i loro passi da un bisogno. Nel caso del Porno ci sembra superfluo specificare quale esso sia, nel caso invece di film come quello di Vogel (e ce ne sono diversi, un esempio su tutti i lavori del regista Lucifer Valentine) il bisogno che li partorisce è più inquietante. Forse riassumibile, ed in questo l’accostamento con la Pornografia diverrebbe definitivamente inscindibile, con tutta una sfera di pulsioni sessuali. Il desiderio, cioè, di assistere ad un filmetto del genere come bisogno di soddisfare la propria libido nascosta, magari addirittura inconscia. In questo senso i fruitori dell’opera non sarebbero altro che un insieme di pervertiti psicopatici pronti a masturbarsi sulla più realistica goccia di sangue versata nella pellicola. A nostro avviso, però, c’è un’altra possibile genesi alla base di un prodotto del genere. Il racconto del male, inscrivibile nuovamente in quel genere horror descritto brevemente nelle prime righe di questo articolo, come panacea del male stesso. Ad un’analisi più approfondita, infatti, il cinema horror (e solitamente tutto il Cinema di genere) nasce dall’esigenza di fare della propria drammaturgia una più potente allegoria delle contraddizioni del vivere. È innegabile, però, che film su spiritelli e mostri marini non possono più raccontare la paura del mondo all’uomo contemporaneo (almeno a chi ha un po’ di sale in zucca), tranne che in rarissimi casi di opere riuscitissime in cui la suggestione del fantastico riesce ancora a dire la sua sulla Paura reale (vedere a tal proposito Cloverfield, film del 2008 diretto da Matt Reeves). Allo stesso modo, pare che per suscitare il sentimento di paura, tanto vivo nel quotidiano da renderne la visione sul grande schermo risibile, ci sia bisogno di un qualcosa che gli sia in tutto e per tutto simile. Del resto, è bene sottolinearlo, siamo nell’epoca dei reality. Nelle nostre tv imperversano programmi intenti a mostrarci la banalità delle nostre azioni con la tediosità dei tempi morti. Lo spettatore medio riesce ad accettare il break pubblicitario solo se fa da intervallo al Grande Fratello di turno, mentre storce il naso e cambia canale se avviene durante la visione di un film. In questo senso va letta, dunque, la trasformazione del linguaggio cinematografico, da fiction classica a simulazione scarna della realtà (non a caso lo stesso Cloverfield succitato racconta un’invasione aliena attraverso le riprese amatoriali dei protagonisti, coinvolgendo lo spettatore perché sembra Reale. In questo film è presente, inoltre, la stessa tecnica del sotto-montaggio vista in Murdum, avrà copiato da Vogel?). La realtà, insomma, sembra aver bisogno della realtà stessa per essere raccontata. In questo senso AU Trilogy e l’intero fenomeno fake snuff rientrano di diritto nei canoni del Cinema e possono anzi vantare un precedente illustre, quello del manifesto Dogma95 creato in Danimarca nel 1995 dai registi Von Trier e Vinterberg, dove i facenti parte al progetto (altri registi che sposarono il movimento) si ripromettevano, con tanto di patto scritto, di girare le proprie opere senza l’utilizzo di mezzi cinematografici quali: colonna sonora, luci, scenografie, effetti speciali, telecamere che non fossero “a mano” (la fine del contratto fu sancita dopo 10 anni, durante i quali furono girate 35 opere).
In fin dei conti, dunque, il lavoro di Vogel (informiamo, tra l’altro, che AU non è il primo film di questo genere da lui girato, in precedenza ci aveva “allietati” con un altro fake snuff dal titolo Murder collection Vol.1) presenta una vastità di argomentazioni tutt’altro che banale. In primo luogo possiamo dire che la sua stessa forma è sostanza. Il senso del film sarebbe stato completamente diverso se fosse stato girato, diciamo così, in maniera “classica”. A fare da cardine all’intera vicenda è, però, indubbiamente la violenza e l’attrazione che essa provoca sullo spettatore. È innegabile, infatti, che la violenza eserciti, da sempre, un fascino sulle masse pari solo al sesso. Non è raro che, durante un incidente, rallentiamo perchè abbiamo un desiderio morboso di conoscerne gli effetti. Addirittura, la tanto innocente risata scoppia in realtà quando vediamo un nostro simile subire una sventura, il più delle volte (per fortuna) di lieve portata (come una torta in faccia o una caduta per le scale - era una scena buffa” ci giustifica subito dopo la nostra coscienza), del resto il cinema comico muove i primi passi con lo slapstick. Ci chiediamo, a tal proposito, quanti lettori abbiano cliccato incuriositi su questo articolo dopo averne visto la raccapricciante foto nella home. La curiosità muove veementemente il nostro desiderio di sapere, ma tutti siamo portati a conoscere entro un certo limite. Abbiamo, cioè, un confine (essenzialmente morale, anche se sappiamo di persone che semplicemente non ce l’hanno fatta per ragioni “di stomaco” a completare la visione del film di Vogel) oltre il quale non vogliamo/possiamo andare.
Tempo fa, dopo aver visionato per la prima volta AU, chi vi scrive ebbe il bisogno di contattare personalmente l’autore del film (devono pur servire a qualcosa questi social network). Il nostro Fred ci rispose che la sua opera era inequivocabilmente un film contro la violenza. Aveva operato, senza mezzi termini, per rappresentare il Male autentico, quello che l’uomo compie sul suo simile, con le metafore più forti, la sevizia, la tortura fisica e psicologica, lo stupro ed infine l’annientamento totale dell’altro con l’omicidio. Il tutto tramite una rappresentazione il più vicina possibile alla realtà. È bene approfondire questo punto: in un lavoro del genere la messa in scena diventa il vero specifico filmico dell’intera rappresentazione, il tentativo di creare un salto metafisico tra fiction e realtà è la sua essenza (la forma che diventa sostanza già abbozzata in precedenza). Facciamo un esempio: immaginiamo che AU sia un film d’animazione, una rappresentazione della violenza uguale in tutto e per tutto al prodotto che stiamo commentando, ma a cartoni animati. In tal caso ci troveremmo senza alcun dubbio a commentare un’opera dal significato completamente diverso. Davanti ad un cartone del genere possiamo, certo, rimanere disgustati, infastiditi e quant’altro, ma mancherebbe quel fondamentale salto tra Fiction e Realtà poc’anzi descritto. In parole povere, Vogel ha unito finzione e realtà fino a renderle indistinguibili oltrepassando quell’immorale confine che varca il limite del nostro buon senso e catapultandosi (e noi con lui) al di là del bene e del male. Ne ha fatto un’Arte. Motivo di disgusto o di encomio poco importa. Cambiare canale ci farà, forse, stare meglio, ma quell’inferno esiste ed il Cinema, rinnovandosi, lo sta ancora una volta raccontando.

 

 

 

 

 

Retrovisioni

August Underground

regia Fred Vogel

con Fred Vogel, Allen Peters

produzione Toetag Pictures

prodotto da Fred Vogel

sceneggiatura Fred Vogel, Allen Peters

paese USA

lingua inglese

colore a colori

anno 2001

durata 70'

 

August Underground Mordum

regia Fred Vogel, Killjoy, Michael Todd Schneider, Jerami Cruise, Cristie Whiles

con Fred Vogel, Cristie Whiles, Michael Todd Schneider, Killjoy

produzione Toetag Pictures

prodotto da Fred Vogel, Michael Todd Schneider

sceneggiatura Fred Vogel, Killjoy, Michael Todd Schneider, Jerami Cruise, Cristie Whiles

paese USA

lingua inglese

colore a colori

anno 2003

durata 77'

 

August Underground Penance

regia Fred Vogel

con Fred Vogel, Cristie Whiles

produzione Toetag Pictures

prodotto da Fred Vogel

sceneggiatura Fred Vogel, Cristie Whiles

paese USA

lingua inglese

colore a colori

anno 2007

durata 87'

Lascia un commento

Sostieni


Facebook