"È vero che non bisogna confondere la critica con la maldicenza o il gioco al massacro; ma altrettanto vero e forse ancor più dannoso è confonderla con la complicità e la propaganda"

Giovanni Raboni

Martedì, 08 Gennaio 2013 11:48

Ucciderò Roger Federer (parte 8)

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8. “Mi farebbe piacere sentire dalla tua bocca, che non serve soltanto a mangiare ma anche a parlare, che sei comunista”

Soltanto nel momento in cui lo strano conoscente del piccolo signor F aveva deciso di sedersi al suo stesso minuscolo tavolino, scostando in maniera rumorosa (e con un gesto del braccio di ampiezza considerevole, dunque colpendo in maniera forse non troppo accidentale una serie di persone) una grossa sedia – sembrava quasi un seggiolone a causa di una spalliera smodatamente alta e un piano per la seduta straordinariamente basso – che il nostro eroe come ripiombato definitivamente nella realtà si accorse di quante persone si stavano accalcando in quel minuscolo baretto,

persone di ogni genere e risma, ragazzi giovanissimi con i loro ciuffi vaporosi e con i loro jeans elasticizzati, ma soprattutto – cosa che faceva letteralmente orrore al nostro piccolo signor F – con le caviglie in bella mostra, e non soltanto le femminucce ma anche i maschietti, ragazzini che emanavano di tanto in tanto degli acuti gridolini di piacere o gorgogliavano più lentamente placidi borbottii di rifiuto, poi si trovavano lì i soliti studenti universitari attempati, vera e propria categoria sociologica del terzo millennio, oggetto di studi recenti e di dispute accademiche, con il loro look curatissimo in ogni minimo dettaglio, con i loro immancabili (e intellettuali) cappelli a falde larghe e le loro barbe finto-incolte ma rasate alla perfezione in maniera tale da dare l’idea di una noncuranza di almeno tre giorni, loro erano come ammassati quasi l’uno sull’altro, quasi come formando un unico nugolo di corpi e tessuti e barbe e discorsi intellettuali, con nella mano destra un calice contenente un sicuramente eccellente vino rosso quasi completamente trasparente e nella sinistra l’immancabile iPhone sul quale scorazzavano i loro pollici frenetici ma bloccati di tanto in tanto da un accenno di tendinite e con il quale comunicavano notizie sicuramente improcrastinabili e probabilmente di vitale importanza a chissà chi, poi – e anche questo attirò l’attenzione del piccolo signor F in quei rapidi attimi in cui si era palesata quella strana figura – un gruppo di persone piuttosto attempate, di ambo i sessi, gli uomini con i lineamenti squadrati e le cravatte a strisce verticali, ben rasati ma con delle strane chiazze rossastre sul viso, uomini con mani talmente linde che il piccolo signor F credeva di riuscirne a sentire l’odore, le donne invece con un trucco eccessivo che spesso in maniera sicuramente incontrollata esondava dalle sottili rive dei lineamenti dei visi autunnali per inondare tutto il volto che comunque era impastato di un concretissimo fondotinta che dava l’idea di un vecchio campo da tennis in terra battuta, infine un gruppo di giovani di età indefinibile, diciamo grossomodo quella del nostro eroe, seduti intorno a un tavolino perfettamente tondo con dinanzi soltanto qualche birra e qualche salatino, con in mano alcuni taccuini da letterati naïf e con i visi accalorati da chissà quale emozione che andavano condividendo, e che invece non facevano altro che parlare in maniera tediosa di cose tediose come letteratura, cinema, arte, teatro e altre amenità del genere che riempiono la vita di tanti diseredati del pensiero, questi giovani dall’aspetto curioso e indefinibile, senza gusto, moda o appartenenza – ce n’era uno grosso, rosso e allegro, un altro alto, spigoloso e con una ridicola barbetta caprina anch’essa rossastra, altri due, incanutiti precocemente e probabilmente per le troppe letture, che si fissavano stupiti e poi tornavano a fissare un pezzetto di carta dinanzi a loro e (finalmente) una giovane donna florida e bionda dagli occhi espressivi e dalla parlantina forbita, impegnata a ricondurre un po’ all’ordine quegli sconclusionati – questa strana combriccola si impegnava a buttare giù il progetto, così almeno sembrò al nostro eroe, di una nuova rivista consacrata alle più alte vette della cultura del nostro secolo appena agli inizi.

“Allora? – d’accordo, sei muto – ehi tu! attento con quel gomito – da quando hai perso l’uso della favella? – “uccidere Roger Federer” – è possibile una tua opinione? – facciamo così – tutto in un sorso – offro io il prossimo e quell’altro ancora – lo sai che sono proprio contento? – d’accordo, devo alzarmi, mio caro signorino? – ah certo! l’iPhone! – scusa tanto, bello – sai dove te lo puoi ficcare quel cellulare? – ed allora? – non c’è molto sugo a parlare con te! – arrivano o no questi due bicchieri? – ti vedo invecchiato, sai? – arrivano dalla Scozia, evidentemente – ti vedo bene, però – ah! finalmente sono arrivati! – sempre bassino, però, anche seduto – ah ah – anche questo tutto in un sorso – stai perdendo i capelli, eh? – barista, altri due finché al mio amico non si scioglie la lingua”. Si trattava né più né meno di un diluvio di parole, incontrollabile e incontrollato, di rapidi sintagmi, indubbiamente ricchi di significato e nella loro forma densi e spiritosi, ma a volte veramente difficili da seguire. Il piccolo signor F stava facendo uno sforzo enorme per seguire tutti i passaggi che mancavano tra un sintagma e l’altro e soprattutto per cominciare a parlare se non altro per togliere la parola a quell’originale personaggio e, nel momento esatto in cui, una volta aspirata una quantità d’aria sufficiente, aria che andava rarefacendosi in quel localino stretto e affollatissimo, stava per aprire bocca, si trovò a dover accogliere nuovamente i discorsi del suo originale conoscente.

“Allora? – d’accordo, un po’ un rincoglionito – tu, bellino mio, puoi anche guardare da un’altra parte, eh? – come? – ti ricordi quando quella sera mangiammo a sbafo? – cos’è che ti interessa, caro mio? – vomiti ancora così spesso? – comunque ho sentito dire che qualcuno ha deciso di “Uccidere Roger Federer” – barista, altri due – ed allora? – non ti sembra eccezionale questa notizia? – se avessi una lingua in più, lo giuro! te ne farei dono – barista, non lo allungare troppo sennò l’amico qui non apre bocca – F hai uno sguardo proprio strano! – due euro per un po’ d’acqua al sapore di whiskey – un bell’affare, no?” In quel momento, mentre l’amico continuava nel suo personalissimo monologo e rimbeccava ora uno studente attempato ora sgridava un ragazzino dalle caviglie al vento, ora cercava complicità con il barista o con qualche signora attempata, in quel momento il piccolo signor F vide tutta la sua giornata scorrergli dinanzi agli occhi, dalla scoperta di quella piccola verità, “Uccidere Roger Federer”, che gli sembrava tutta sua e che invece già si era diffusa, già era in un certo senso di dominio pubblico, al taglio mentre si faceva la barba e a quell’affascinante sangue rosso che gli ha macchiato la camicia preferita, e poi l’andare su e giù, e poi il colloquio di lavoro con tanto di musica assordante, e poi il pazzo che gli intimava di spaccare la testa a qualcuno e quel qualcuno, soltanto ora se ne rendeva conto, doveva essere proprio lui, il signore pazzo, insomma evidentemente cercava aiuto, e poi il candore delicato dei genitori, il tremore del padre e il sonnellino della madre, e infine quel bar scelto a caso e per ultimo quell’omone dal linguaggio incomprensibile e straordinariamente somigliante al pazzo di cui sopra.

“Allora? – d’accordo, comincio io – sei sempre lo stesso – bellino, perché non continui a giocare con il tuo iPhone? – “Uccidere Roger Federer” è l’unica cosa che conta per me, chiaro? – sembra che a quell’amico io piaccia sul serio, eh? – barista, altri due! – te li pago la metà se sanno soltanto d’acqua – ci ho pensato a fondo – ora fingo di colpirlo per caso e gli faccio cadere quell’iPhone – “Uccidere Roger Federer” è l’unica, forse l’ultima, possibilità che abbiamo – grazie, sei sempre il mio barista preferito – ci avevi mai pensato? – banche banche banche – ora ti bacio – ridicolo il suono di questa parola quando la ripeti tre volte di fila – facciamo tutto in un sorso? – d’accordo, ti vedo attento – bombe bombe bombe – che ne pensi? un altro cicchetto per noi e uno per il bellino con l’iPhone così almeno fa qualcosa di diverso – non ti piace il caldo fragore e i corpi a brandelli? – a volte piango, lo immaginavi? – sangue sangue sangue – bisogna dare una svolta – una svolta decisiva – ho deciso: vado al bagno – anche tu, appena fa un po’ più freddo, vai in bagno una continuazione? – testa testa testa – non farti prendere il posto, mi raccomando! – Cristo! usala quella testa arroccata su quelle spalle!” Il piccolo signor F cominciò a guardarsi intorno, sembrava a tratti disperato, cercava una via d’uscita, da un lato voleva scappare, sì scappare da quello che oramai considerava semplicemente un pazzo, al di là se fosse o meno un suo vecchio conoscente, ma soprattutto sentiva chiaramente un strano tremore sotto la pelle e un leggero passeggiare di formiche in fila indiana sul bulbo oculare sotto la palpebra, certo stava bevendo come non faceva da anni, certo tutto questo non gli faceva bene, certo tutto questo lo allontanava dal suo scopo principale: il concorsone del giorno dopo da prepararsi con una tonificante e serena dormita, ma lui proprio non riusciva ad alzarsi, c’era come una forza che lo tratteneva in quel luogo, il suo corpo era divenuto improvvisamente pesantissimo, sentiva di stare diventando tutt’uno con l’ambiente e si era ritrovato ad accarezzare la gamba della sedia credendo fosse la sua, anche e soprattutto perché quella gamba di quella sedia sembrava provare sensazioni e quelle sensazioni che sembrava provare erano proprio le sue, le stava provando lui. Strano davvero, ma soprattutto: maledetto alcool. A tratti gli sembrava di riuscire a sentire le voci più lontane, riusciva ad esempio a cogliere stralci di un discorso che si stavano scambiando quei due signori attempati laggiù, “Nadal non batterà mai Federer”, “Ma se lo ha sconfitto ben più di una volta!”, “Non capisci quello che intendo dire!”, e poi si meravigliò di riconoscere il nome di Dickens (si riprometteva di leggerne qualcosa) sulla bocca di quel giovane, rosso e grosso, che esaltato mandava grida di giubilo e assestava tremende pacche sulla spalla al tipo alto, spigoloso e con la ridicola barbetta caprina che gemeva scherzosamente. E poi c’era – e non era l’ultima cosa che inquietava il piccolo signor F – il problema “Roger Federer”, era un problema davvero grosso, riguardava sicuramente le banche, riguardava sicuramente le bombe, riguardava sicuramente le teste, ma poi? Il piccolo signor F provò all’improvviso una poderosa arsura, il whiskey seppur generosamente allungato con acqua fresca, gli stava procurando un terribile bruciore di stomaco, che egli non avrebbe potuto affrontare se non si fosse ripresentato il suo vecchio conoscente (o semplicemente il pazzo se vogliamo seguire le congetture del nostro oramai semiubriaco amico) con una bottiglia di acqua fredda e perlopiù frizzante nella mano destra, ma sfoderando nella mano sinistra una bottiglia di Chivas Regal invecchiato di dodici anni e in confezione regalo. Non ci fu tempo per il piccolo signor F per protestare che sarebbe dovuto tornare a casa, che non era più abituato a bere così tanto, che certamente gradiva la compagnia di quel suo vecchio (e possiamo dirlo con affetto) amico ma che purtroppo doveva sostenere il giorno successivo la prova del concorsone, che cominciava ad avere bruciori di stomaco e che a quest’ora bisognava che lui avesse almeno mangiato qual cosina, che sicuramente le cose che quel generoso amico gli andava dicendo erano di vitale importanza ma che lui, seppur profondamente rammaricato, avrebbe dovuto salutarlo e che poi non sarebbe mancata occasione per un’altra gradevolissima chiacchierata e per un’altra allegra “sbicchierata”. Non ci fu tempo per tutto questo, perché il facondo e un po’ sconclusionato amico aveva già ricominciato a parlare.

“D’accordo – ora beviamo qualcosa di serio – ma tu non vai mai in bagno? – ehi tu? un goccio di whiskey? – ti piace il Chivas Regal oppure bevi qualsiasi cosa ti danno? – barista, un bicchiere per il signorino con l’iPhone – la conosci la parola rivoluzione o l’hai dimenticata? – ah, ho capito, non bevi whiskey, preferisci il cellulare – “Uccidere Roger Federer” significa in fondo che bisogna far saltare in aria tutto – forse già ti ho spiegato dove puoi mettertelo quel cellulare... – rivoluzione rivoluzione rivoluzione – e che campi a fare, se non bevi whiskey? – e far saltare in aria tutto significa che non c’è più speranza di miglioramento, soltanto volontà di trasformazione totale – sicuro che non devi andare in bagno? – barista, porta qualcosa da mettere sotto i denti – ti chiedi perché non c’è speranza di miglioramento? bene, me lo chiedo anch’io – hai fame o non mangi neanche più? – si costruiscono grattacieli su grattacieli e poi non riusciamo a grattarci la schiena, strano vero? – fai bene! ti prepari alla barbarie che sta arrivando – hai paura che il signorino ti faccia qualcosa? – strano questo mondo dove si muore di fame con l’iPhone in mano – ehi tu, stai morendo di fame? no no, hai la pancetta che fa poco figo – non lo vedi che è soltanto uno schiavo felice? – cosa? stai pensando che almeno lui è felice, eh? – F caro, ti prude mai l’alluce del piede destro? – eppure da quando ho deciso che “Ucciderò Roger Federer” è tutto cambiato – che dicevi? – non ho capito se anche a te è cambiata la vita – mi devo togliere la scarpa, scusa un attimo – ma perché non parli? – ho visto uomini rotolare nel fango e goderne – barista, voglio i salatini che sta mangiando il signorino con l’iPhone – ho conosciuto una volta un tipo – non dello stesso tipo! voglio proprio quelli che sta mangiando lui – che soddisfazione grattarsi – barista, allora dobbiamo morire di fame? – tipo simpatico, non più di quarant’anni, alto magro, con il volto sofferto – che avrà mai da gridare quel tipo rosso e grosso? – mi ha raccontato di essere comunista – ora vado lì e gli rompo una sedia in testa a lui e a quei ridicoli compari suoi – brutta parola, vero? comunista è proprio una brutta parola – tutto in un sorso, forza! – signorino, sai cos’è un comunista? – suvvia, facciamo un altro sorso – se non lo sai, cercalo su google, si scrive così: C-O-M-U-N-I-S-T-A – dice di aver combattuto tante battaglie di strada, travisato e con le molotov – quanti risultati hai ottenuto su google? – scontri, sangue, a volte speranze, più spesso arresti – F, anche tu sei comunista, vero? – e sai che faceva? – finalmente, barista, l’amico qui sta morendo di fame – diceva continuamente di essere un “compagno”, di sapere tutto delle lotte operaie – non ti ingozzare così, che poi ti senti male – mi farebbe piacere sentire dalla tua bocca, che non serve soltanto a mangiare ma anche a parlare, che sei comunista – chiedeva i soldi alla gente, anche a me ovviamente e ovviamente non gli ho dato nulla – ma perché fai questo concorsone? – perché per lui tutto è di tutti – ti fa ridere questa cosa? non dovresti! – è che lui gli ultimi cinquant’euro che aveva li ha spesi per organizzare una cena con altri amici suoi – sta entrando un’amica – puoi aspettare un attimo?” Questa volta il piccolo signor F era assolutamente tramortito, cercava di mettere in ordine i discorsi del suo caro pazzo amico, e per farlo aveva deciso di socchiudere appena appena gli occhi, un po’ come faceva sua madre, e di riflettere con attenzione su quei discorsi che indubbiamente emanavano qualcosa che poteva definirsi “vero” – in effetti gli stava anche “partendo” tremolante il sopracciglio, quel sopracciglio abituato a sobbalzare quando la verità si affacciava nella sua grama esistenza. Era rimasto particolarmente colpito da quella parola, “comunista”, un po’ oscena e che soprattutto non andrebbe poi detta così, in un luogo pubblico, dove ci sono dei ragazzini e dove la gente deve godersi la propria serata. Protestava con se stesso che a ben vedere quello lì era proprio un cafone, che non aveva capito nulla del significato dell’imperativo “Ucciderò Roger Federer”, e che forse qualcuno prima o poi e anche giustamente gli romperà la testa o che forse quell’altro pazzo che aveva incrociato (e che, ripetiamo, gli assomigliava tantissimo) e che gli aveva caldamente suggerito di spaccare la testa a qualcuno si riferisse proprio a questo strano uomo che non gli si toglieva più di dosso, io comunista?, questa fa proprio ridere!, ma se le ideologie sono finite da un pezzo!, e poi si lamentava che io non parlavo, ma se non mi faceva aprire bocca!, ora che torna gliene dico quattro, gli dico che non mi interessa nulla di tutto quello che dice e che per quanto mi riguarda la serata può anche concludersi qui.

Mentre così andava ragionando, immerso in una meditazione che si approfondiva sempre di più, con le braccia incrociate sul petto a mo’ di difesa esistenziale e con la testa leggermente reclinata sul lato sinistro, meditazione tanto profonda – e sottolineata dall’aggrottarsi a volte ossessivo delle rughe della fronte che solcavano quello spazio che andava arricchendosi a danno dell’attaccatura dei capelli – da fargli produrre degli strani e a tratti fragorosi rumori tra naso, gola e bocca, rumori che per alcuni sarebbero il segno inequivocabile che il piccolo signor F si stesse concedendo un meritato pisolino. Insomma mentre si trovava in questo stato sentì nuovamente una mano sulla spalla e, come spesso accade quando si è immersi fino in fondo nei propri pensieri o si sta sprofondando in quello stato intermedio tra sonno e veglia, il nostro eroe sobbalzò e si voltò di scatto ma, dinanzi ai suoi occhi, non comparve più il suo vecchio pazzo amico e conoscente ma per sua fortuna la non più giovane barista che in modo molto delicato, con il suo fare da vecchia madre incompleta, gli chiedeva se per caso non si sentisse bene.  

Il piccolo signor F riusciva a stento a mettere a fuoco il locale dove si trovava, la folla era indubbiamente tanta ma non gli sembrava più così ammassata come poco prima, chiese se la persona con la quale si era concesso ahi lui! qualche bicchiere di troppo fosse ancora lì nei paraggi, ma non ottenne risposta, perché la barista era già scomparsa e già stava servendo qualcosa a qualcuno.

Il nostro eroe con immenso sforzo si diresse verso l’uscita, guardò con simpatia a quel gruppo di ragazzi attempati – quello rosso e grosso, quello alto spigoloso e con barbetta caprina, i due che sembravano incanutire sempre più, e la bella e florida giovane donna che disperatamente cercava di riportarli all’ordine – e si avviò in quella serata ancora tiepida ma che sembrava comunque preannunciare un cambiamento meteorologico radicale verso la sua modesta abitazione, dove avrebbe fatto una scoperta decisiva e che sarebbe divenuta la degna conclusione di quella convulsa e straordinaria giornata.             

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