“Duro? No. Sono fragile invece, mi creda. Ed è la certezza della mia fragilità che mi porta a sottrarmi ai legami. Se mi abbandono, se mi lascio catturare, sono perduto”

José Saramago

Mercoledì, 16 Gennaio 2013 11:41

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   aspettavo il mio autobus arancione come ogni sera; piovigginava lì alla stazione e io aspettavo il mio solito autobus arancione

   giù dalle parti della stazione non fa che tirare vento che porta odore di pesce dal mare, in un continuo dirsi addio… le stazioni le hanno fatte per questo, perché tutti si dicano addio allo stesso modo e allo stesso posto, le stazioni non fanno che creare spirito di competizione fra quelli che si salutano… un giorno mi ci fermai anch’io alla stazione a vedere tutti questi “salutatori” di professione e iniziai a salutare anch’io, a casaccio, chi capitava, anche se solo a treno in corsa, la febbre del saluto s’era impossessata anche di me

 

   aspettavo il mio solito autobus arancione che mi riportasse a casa, piovigginava e la mia sciarpetta di cotone viola era troppo leggera per riscaldarmi in quella sera di fine febbraio… avevo da poco salutato la mia ragazza del momento, senza un bacio, senza un arrivederci, il giorno prima avevo festeggiato i miei ventisette anni e pensavo: “ventisette anni! capitano una sola volta… tutto capita una sola volta… solo il mio autobus arancione torna sempre, ogni quarto d’ora, e mi riporta a casa” e lo aspettavo da ben oltre il ¼ d’ora da tabella-di-marcia, ma poi…

   … eccolo lì: fermò vicino ai miei piedi, aprirono le porte e salii; avevo la musica nelle orecchie e non sentivo nessuno; la mia ragazza m’aveva detto ciao senza nemmeno guardarmi in faccia ed io non me l’ero presa affatto; d’altronde ritengo che più di quattro mesi due esseri umani (di quelli, sia inteso, dotati d’un minimo d’intelligenza attivo-reattiva) non possano reggere insieme, subentra inconfessabile nausea reciproca, a meno che non si convenga di continuare a convivere con un cadavere: stai insieme ad una donna finché reggi, quattro mesi al massimo oppure sette scopate e niente più, regola di vita

   nell’autobus arancione che imboccava l’autostrada non c’era nessuno che conoscessi e nessuno che m’interessasse, poco male davvero, non avevo nulla cui pensare, nulla da dire; mi soffermai a fissare la pioggia che batteva sui finestrini e a contare in quanti rivoli ogni goccia, infranta sul vetro, si parcellizzasse discendendo lentamente le vetrate del mio autobus arancione: persi subito il conto e abbandonai l’impresa

   diressi così i miei occhi, al momento instupiditi dall’inutile sforzo calcolatore, verso sinistra e vidi un uomo di circa sessant’anni, credo, capelli molto folti, arruffati da porcospino, grigi; in piedi, accanto a un sediolino di plastica arancione, anch’egli fissando la pioggia cadere sui guard-rail arrugginiti; accanto seduta su quel sediolino arancione, da lui presidiato, c’era una donna dai capelli rossi raccolti disordinatamente dietro la nuca: era di spalle, ne vedevo appunto la nuca, ma quando gli si rivolgeva parola borbottando incomprensibilmente, allora voltava la faccia sulla sua sinistra e ne intuivo il profilo: poteva avere al massimo quaranta anni, volto magro e pallido, denti sottili e piccoli, orecchie soffici sotto i pochi fili sciolti dei suoi capelli, un piumino blu sulle spalle

   lui era a dir poco tozzo, con spalle grossolane e piatte, una lunga e inelegante giacca di pelle, grosso naso a patata, occhi spenti; aveva una voce profonda, ma non ne capivo una sola parola, parlava in dialetto spiccato e stretto, accompagnando le parole con gli occhi; aveva sopracciglia folte, una cisti di grasso che gli esplodeva sul collo, mani spesse e dure come ghisa, solo di poco più alto (in piedi) della donna seduta; lei lo guardava con espressione un po’ severa, mentre lui tendeva a non guardarla in viso mentre parlava, sempre sfuggente, elusivamente gestuale, continuando ad osservare e contare le centinaia di migliaia di gocce che cadevano ogni secondo in un metro quadro, lì fuori: avrei potuto farmi i fatti loro, ma mi passò di mente e mi rigirai

   l’autobus arancione doveva essere fuori forma quelle sera, c’era pioggia nell’aria e sulla strada e non correva liscio come al solito, casa mia era ancora lontana qualche minuto di asfalto… non pensavo ai miei ventisette anni freschi e nemmeno alla mia relazione in disuso senza che io protestassi “morto un papa….” mi ripetevo; anche la musica ripeteva se stessa, insomma tutto piatto: i miei residui pensieri erano d’una tale noia che non trovai soluzione altra se non quella di rivolgere viso ed attenzione nuovamente sulla mia sinistra, verso quei due

   c’era lui che prendeva il portafogli dalla tasca dei calzoni con quella mano grossa e nodosa come una gomena e ne tirava fuori una foto piccola e sdrucita, in bianco e nero: allungai l’occhio: vi si riconosceva un ragazzotto basso e tarchiato con jeans stretti e un cinturone con fibbia circolare; quel ragazzotto in foto stava dritto nel mezzo d’una piazza, con dei piccioni che gli volavano intorno e lui in posa a sorridere “la solita stupida foto da turisti”: quel ragazzotto era lui di sicuro, stessa faccia callosa e quadrata, stessa bassa statura. stesso sorriso spento, stessi capelli foltissimi e arruffati come un gatto fradicio in un’umida giornata di autunno

   lei guardò la foto e gli disse qualche parole come se fosse “sei tu?” o cose del genere, credo… lui sorrise appena arricciando il naso e facendo rapprendere in increspature di sughero quel suo volto da consumato e vizioso lupo di mare; lei sorrise di risposta ed iniziò ad osservarlo fisso: le loro mani si avvicinarono e poi si strinsero con le dita tutte intrecciate

   non era giovane lei e non era nemmeno vecchia, una pura mezz’età, sui quaranta: pelle bianca e occhi chiari come fette di limone, portava abiti fuori moda e aveva zigomi alti “è ucraina quella” sentenziai “forse croata… non si scampa”; il suo volto ricordava qualcosa, ma qualcosa di perso da poco, come di persona malata da poco guarita che rievoca il suo recente male col pallore impresso in faccia come una sberla

   la sua bellezza, ecco cos’aveva smarrito da poco: doveva essere stata una bella ragazza fino a poco prima, e ancora qualcosa ne ricordava, una bellezza da statua, bianca, senza più tempo, un po’ statica, tipicamente slava; era stata bella un tempo ed ora tutto il suo fascino rimaneva tatuato in quegli occhi mobili come la coda mozzata d’una lucertola e sfibrata sul viso cereo come una traccia di trucco non del tutto andata: “niente male” commentai e intanto l’autobus arancione usciva dall’autostrada e imboccava le vie cittadine e a me iniziavano a ronzare fastidiose per la testa poche note d’una canzonetta francese che non ricordavo

   poi lei gli strinse più forte la mano, sorrise come solo i poveri affamati sanno sorridere (di vera gioia, supplicanti gratitudine) e iniziò a piangere sommessa ed elegante, silenziosamente seduta sul suo scolorito scranno arancione: lui corrugò di nuovo il volto rugoso, rigato come velluto a coste: aveva una incartavetrita barbetta grigia di due giorni; lei continuava a gemere e si portava la mano libera ad asciugarsi quegli occhi tonali; io non guardavo più la pioggia, le gocce cadevano ancora a milioni lì fuori, ma non me ne fregava più niente, volevo capire ora: spensi la musica e drizzai le orecchie, ma troppo rumore intorno e loro non parlavano quasi più, solo uno scambio fugace di sguardi ricchi di comunicativa: lei continuava a fissarlo e a piangere, poi lentamente si chinò e gli baciò quella mano bernoccoluta, stretta nella sua: prima le dita grosse e cavernose, poi il dorso arcuato come saracinesca, infine il palmo zigrinato; continuava a frignare, lui seguitava a raggrinzare le gote ritmicamente ad ogni singhiozzo; lei piangeva e gli si faceva contro, premendo la testa e i capelli rossi sotto la sua ascella; poi lui tirò via la mano da quella di lei, si baciò le punte della sua e le offrì a lei: lei le baciò a sua volta… le due mani si ristrinsero

   continuarono così per qualche minuto, lei non si fermava a piangere, lui non riusciva a ridere del tutto, io guardavo e non vi trovavo nulla di personale in quella storia… erano loro, non me: io non ci sarei mai riuscito

   lei continuava a piagnucolare e poi a sorridere, a baciare quella mano abituata alle fonderia, e alle puttane (vista la fisionomia del soggetto); gli baciava la mano, gli carezzava l’altra, gli sprofondava il suo viso un tempo bello e ancora slavo: quanta miseria e quanta fame pregressa avevano reso così anonima quella faccia bella? ora poteva ridere di nuovo… forse

   continuava a baciargli la mano e a piangere e a sorridere e ad accarezzarlo e io non capivo; lui iniziò a parlare, m’avvicinai, bramavo capirli; ma risultava difficile, troppo rumore di motore e colpi di tosse degli ospiti, lì nell’autobus; ma poche parole le afferrai

“io lavoro… io lavoro… non ti preoccupare, ci sarà tutto… tutto a posto” diceva lui; cosa intendeva? la voleva pagare? lei forse faceva la vita? e lui quella sera era un suo cliente? tutto qui? mai possibile? invece no, niente di tutto questo: io avevo capito, o meglio me ne ero convinto: le aveva chiesto di sposarlo! una promessa di matrimonio, lì, sul mio solito autobus arancione, ecco tutto; capivo solo in quel momento quelle parole, solo col matrimonio come sottinteso aveva un senso concreto il tutto: mani intrecciate, sguardi commossi, sorrisi e lacrime, e infine quelle parole sì ermetiche ad un orecchio profano: come per dire “io lavoro, non ti preoccupare; non ti mancherà nulla, penso a tutto io, tutto a posto per te da oggi in poi” o qualcosa di simile

    lei smise di piangere ma stringendogli ancora forte la mano: lei guardava fisso dinanzi a sé, ora, dignitosa, verso la zona-conducente… lui riprese a contare le gocce di pioggia, come se quello fosse il suo lavoro… tutto come prima che me ne interessassi

   ero quasi a destinazione, un’altra fermata ancora e li avrei lasciati per sempre: loro promessi sposi ed io ventisettenne senza più una ragazza; lei gli si girò contro e disse senza parlare (ma compitando) due parole, brevi e rapide: mi son sempre divertito a leggere le labbra, degli attori nei film o dei passanti o in autobus o al bar, così, un po’ per impicciarmi dei fatti altrui, un po’ per mostrare a me stesso inutili doti fuori dal normale, un po’ perché non so come passare il tempo

   quelle parole così secche mi sembrarono subito chiare, inequivocabili, potevano intendere solo e solamente “HO FAME”, ma io le interpretai altrimenti, piegandole artatamente alla mia personale parafrasi dei fatti, e le rilessi come un semplice “TI AMO”… mi convinsi subito anche di questo, sfidando la semantica contro ogni evidenza mimico-linguistica

   lui corrugò quel pezzo di sughero della sua faccia e le baciò la mano, mosse leggermente il mento come per rispondere “ANCH’IO”… anch’io ti amo o anch’io ho fame? ognun di loro tornò a fissare davanti a sé, chi il conducente e chi la pioggia cascante

   arrivò la mia fermata, unico a scendere, le porte si aprirono, prima di farlo non li guardai: andavano a casa loro per mangiare o per parlare del loro futuro insieme, ebbi la tentazione di pensar male di quei due, ma mi passò veloce, che mi fregava in fondo di quei due vecchi?

   continuava a piovere, sentii le porte dell’autobus chiudersi col loro solito sbuffo d’aria fetida di plastica fusa, presi le strisce pedonali e attraversai; sentii il rombo squassante della prima che ingranava, salii sul marciapiede proprio mentre un auto coi fanali rotondi mi suonava contro per paura d’investirmi, non mi smossi affatto

 

   pioveva ancora e mi voltai verso la sponda opposta, rincorrendo visivamente l’autobus arancione: mi sembrò di intravedere lei tra quei sediolini arancione-smorto: lei… aveva risolto ormai, da quella sera avrebbe mangiato ogni giorno, due volte al giorno

   sull’asfalto bagnato il mio solito autobus arancione continuava la sua corsa e a casa non mi aspettava nessuno… avrei cucinato per me solo

 

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